venerdì 11 agosto 2017

Il Sindaco di Licata fatto decadere per aver fatto rispettare la legge












Angelo Cambiano Ex Sindaco di Licata

CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO ONLINE

Il Sindaco di Licata fatto decadere per aver scelto di seguire attentamente la legge,tutta questa storia è da paragonare alle solite telefonate ridanciane dopo i terremoti.

Questa sera a Licata c'è chi brinda e continuerà a costruire dove meglio crede.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 9 agosto 2017

Ora lo possiamo affermare,gli F35 sono una cagata pazzesca!


















I caccia erano una boiata pazzesca. Strano, eh? Chi l’avrebbe mai detto

di Alessandro Robecchi

Ora che la Corte dei Conti ha fatto il punto sui famosi F35 – dicendo che costeranno il doppio, che la famosa occupazione per aggiustarli e fare la manutenzione sarà poca cosa, che ci abbiamo rimesso un sacco di soldi – sarebbe interessante riavvolgere il nastro e andare a vedere (basta un piccolo lavoro d’archivio, su, coraggio) chi diceva le stesse cose cinque o sei anni fa. C’erano i soliti pacifisti (uff, che palle!), la sinistra-sinistra che dice sempre no (non erano ancora di moda i gufi, ma il concetto già esisteva), i “disfattisti”, pochissimi giornali fuori dal coro, tutti archiviati con fastidio come generici e onnipresenti rompicoglioni. Oggi la Corte dei Conti ci dice che abbiamo buttato nel progetto così tanti soldi che tirarci indietro (nonostante non ci siano penali) non conviene.

Traduco in italiano: un impiegato a millecinquecento euro al mese si compra una Ferrari. Qualcuno gli dice, ehi, amico, stai facendo una cazzata, e lui risponde irritato che chi lo sconsiglia non capisce nulla. Ora si trova a dover pagare altre duecento rate altrimenti perde le cento già pagate, e della Ferrari possiede un cerchione.

Nella vicenda dei famosi aerei da guerra futuribili e costosissimi (e pure non del tutto affidabili, a quanto si legge) entra anche un grande classico dell’Italia contemporanea: il miraggio dell’occupazione. L’acquisto degli F35, ci diceva l’impiegato che vuole comprarsi la Ferrari, avrebbe portato tanti posti di lavoro, chi diceva seimila, chi, nel furore della discussione, addirittura diecimila. Oggi si sa che sono millecinquecento, e difficilmente aumenteranno. Sospendendo il giudizio su cosa fare di quei mirabolanti aerei, sarebbe corretto – sano, diciamo – andare a prendere per un orecchio quei propagatori di sfrenato ottimismo (potenza militare! Tanti posti di lavoro! Cuccagna!) e chiedergliene conto. Dopotutto sono passati meno di dieci anni, non due secoli, e quelli stanno ancora lì, politici, lobbysti delle armi, segretari di partito. Anche senza contare la malafede, si tratta come minimo di calcoli sbagliati, di cifre buttate lì a cazzo, mentre chi sapeva fare i calcoli li metteva in guardia, aveva ragione, ed è stato sbertucciato.

La vita pubblica italiana è piena zeppa di cose così. Se volete farvi una risata potete andare a vedere le previsioni di Confindustria prima di Expo, quando ci dicevano che la manifestazione milanese avrebbe creato un boom di occupazione e fatto impennare il Pil (si è visto…). O, andando ancora un po’ indietro nel tempo, si potrebbe parlare con quelli (no global, suore, boy scout…) bastonati a Genova nel 2001 perché, tra le altre cose, chiedevano la Tobin Tax. Passato un decennio, della Tobin Tax si parlava ai tavoli delle grandi potenze mondiali, nei vertici internazionali, nei convegni eleganti. I bastonati avevano ragione, i bastonatori avevano torto. Esattamente come i “disfattisti” degli F35, esattamente come mille altri casi, basta andare a vedere i volumi di traffico della famosa Tav: sembrava un’opera indispensabile, ma era tutto gonfiato, esagerato, sovradimensionato, e ora anche i francesi dicono che si fermano a pensarci un po’. Il motto nazionale dovrebbe essere “Ops, ci siamo sbagliati”, ma i nomi di chi ha spinto, fatto pressioni, deciso affari sbagliati non viene fuori mai. Non solo un paese senza memoria, ma senza responsabilità. Chi è stato? Boh…

I bravi italiani che non si contentano della propaganda continueranno a dire “Attenti, non fatelo, non conviene, ci sono altre priorità”, e continueranno ad essere trattati come deficienti, se serve picchiati. Quelli che decidono, invece, stanno sempre lì. Si sono sbagliati? Beh, pazienza, dai, succede, coraggio, altre duecento rate e avremo la Ferrari. Perché comprare qualche Canadair quando potremo avere i bombardieri?

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Sono anni che c'è la certezza di essersi presi un pacco inverosimile con gli F35,ma siamo sempre alle solite,sui grandi appalti c'è moltissima trippa per gatti,come sul Tav e le grandi opere in generale.

Fossimo monegaschi potrebbe essere una consolazione,essendo ricchi perdere dei soldi risulterebbe quasi ininfluente,rimarrebbe solo la dabbenaggine.

Ma se si è minimamente informati,questo è il paese dove sono a rischio le pensioni,così afferma qualcuno,dove i vitalizi,bontà loro,sono stati stoppati,bello sapere che con pochi anni di versamento lor signori maturano pensioni come lavoratori che versano per più di quarant'anni,possibile che la democrazia si debba pagare anche tramite queste cazzate intollerabili?

Ma tornando al superpacco,sarà mica possibile convertire questi colabrodo di caccia negli interventi sugli incendi? Saranno interventi di lusso ma con una velocità supersonica... e così anche i monegaschi potrebbero invidiarci

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 8 agosto 2017

L'omologazione di massa spiegata dal filosofo Diego Fusaro













CLICK IL FATTO QUOTIDIANO DIEGO FUSARO

Lei è un filosofo molto competente,ed è diventato un personaggio grazie al linguaggio che proferisce,ora che la conoscono abbastanza bene,le suggerirei di facilitare i pensieri e le opinioni,renderli più semplici servirebbe nel far comprendere e nel far riflettere anche chi non ha una laurea,e i messaggi diventerebbero molto più efficaci,altrimenti l'incomprensione che sino ad ora lo ha reso così popolare,mi potrei sbagliare ma la parabola finirà abbastanza in fretta.

Detto ciò,la mostruosa omologazione data dalla società dell'immagine,non è a mio parere arginabile,questo è stato il recente passato,lo è il presente,e nel futuro chissà? Potrebbe rivelarsi un'omologazione ribellarsi a questo bombardamento.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 2 agosto 2017

Eh si! Il vero problema è che Renzi ha un caratteraccio...














Non ne azzecchi una? Tranquillo, hai solo un pessimo carattere

di Alessandro Robecchi

Agosto è una faccenda così, tutto pare sospeso, come in attesa, tutto si rimanda a settembre, legge elettorale, coalizioni, grandi manovre, strategie, tattiche. Restano in campo i grandi temi, come per esempio quello del carattere dei leader e, in primis, il brutto carattere di Matteo Renzi, che pare l’ultima frontiera del dibattito politico. Ebbene sì, fatto tutto il giro da Berlusconi in poi, una specie di attraversamento del deserto, per noi povericristi che seguono la politica interna muniti di popcorn, si è ritornati al punto di partenza: un leader deve essere simpatico? Umorale? Che fare se ha un caratteraccio? Semplice: dare la colpa dei suoi fallimenti al caratteraccio, una specie di considerazione umana – troppo umana – che copre tutto, che risolve il problema politico. E’ dal 2013 che si dice che Renzi è arrogante, che ha un ego ipertrofico, che offende gli avversari, che comanda come un monarca la sua truppa di fedelissimi. Tutte critiche per anni attribuite ai gufi, ai rosiconi, a quelli che dicono sempre no, eccetera eccetera. Per cui si arrivava al paradosso: davanti a una personalizzazione estrema della politica (Matteo, Matteo, Matteo), scattava l’accusa agli avversari: ecco voi personalizzate! Ecco, siete ossessionati.

Ora invece siamo alla rivoluzione copernicana: siccome in qualche modo bisogna giustificare errori e disastri, sbagli e gaffes, la faccenda del “caratteraccio” la tira fuori lui, Matteo in persona. E’ una specie di estrema difesa, che prende il volo durante le presentazioni del libro Avanti, che è una specie di evento estivo buono per riempire pagine e pagine, un rosario sgranato grano per grano, giorno per giorno.

“Il mio carattere è un problema enorme”. E va bene. “Dicono che abbia un caratteraccio”, Ok, abbiamo capito. E comunque: “Non dobbiamo cambiare il mio carattere, ma l’Italia”. E dàgli. E ancora: “Pago per la mia indole? Certo che sì”. La cosa comincia a diventare stucchevole. Ciliegina sulla torta: “Ci dicono (notare il prurale maiestatis, ndr) che dobbiamo essere simpatici, imparerò a raccontare barzellette”. A posto, grazie.

Non serve nemmeno un grande analista (nl caso chiederemmo a Recalcati, ovvio) per capire che il disegno è semplice: buttare tutti i fallimenti sulla comunicazione (già fatto) e sul caratteraccio del capo, che è sì uno bravo, uno che salva il Paese, uno che ha fatto in mille giorni miracoli che gli altri (anche quelli simpatici) non sono riusciti a fare dal tempi di Traiano, ma – porca miseria – ha un caratteraccio…

E’ l’anticamera dell’assoluzione totale, un ribaltamento dell’allievo rispetto al maestro. Perché Berlusconi buonanima, ora in fase risorgente, faceva della sua simpatia da “cumenda” brianzolo un’arma d’attacco, il sole in tasca, i ristoranti pieni, le battute da sala biliardo, mentre Renzi fa della sua antipatia un’arma di difesa: se qualcosa funziona (ma cosa?) è merito delle sue qualità di statista, se invece qualcosa va male (più o meno tutto) è colpa del suo caratteraccio. Il che consente il gioco facile in un’altra delle sue uscite: “Possiamo discutere del futuro dell’Italia e non di simpatia o antipatia?”. Insomma, un trucchetto semplice semplice, il carattere personale messo a protezione di tutto il resto, che è poi una variante delle eterne giustificazioni dell’aspirante uomo forte: il capo non sapeva, il capo è stato tradito, il capo è stato ingannato (da cui il refrain ormai storico “l’ira di Renzi”). Ora la solfa è un po’ diversa, ma della stessa pasta: il capo è bravo, ma poverino, è così odioso… Mettiamoci il cuore in pace: agosto sarà così, con il principino di Rignano impegnato a dire che le cose sono andate male perché lui, dannazione, ha un caratteraccio. Di politica si parlerà un’altra volta, per ora accontentatevi della questione umorale.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Dunque,farei una breve disamina da quando l’establishment l’ha voluto mettere brutalmente o serenamente a palazzo Chigi,come qualcuno preferisce,almeno per ciò che ritengo più interessante,nel far comprendere che il cosiddetto caratteraccio,magari avessimo dovuto subire solo questa sfumatura.

Jobs act,articolo 18,e nei due casi manco il caimano avrebbe osato tanto.

La sottomissione alla comunità europea di prendersi a carico l’intero fenomeno degli immigrati che sbarcano,barattato per un po’ di sforamento dei conti nostrani alla canna del gas,riassumendo un cul de sac di enormi proporzioni,naturalmente nascondendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi,eclissando sull’argomento.

Un’economia che è stata migliore della Grecia,davvero una fantastica consolazione…

E ci sarà pure chi gli compre il libro appena uscito,e soprattutto milioni di elettori che gli daranno fiducia,nonostante la figuraccia epocale datata 4 dicembre 2016,gettando la spugna senza che se ne trovi più traccia.

Non mi stuferò mai di scriverlo “questo è un paese molto strano”.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 28 luglio 2017

Riflessioni sulla libertà di pensiero sul web

















Luoghi pubblici e norme private

di Alessandro Gilioli

Per aver condiviso questa vignetta di Biani sono stato sospeso da Facebook per 24 ore. La vignetta è una parodia di un manifesto fascista e razzista del '44. Non è difficilissima da capire.

Niente di grave, s'intende, il mio ban: e sarà capitato a tutti o quasi quelli che qui mi leggono. Un po' come alle medie, quando la prof ti mandava in corridoio o dietro la lavagna una ventina di minuti per punizione.

Ci trattano come dei ragazzini, i padroni della rete. Sanno che loro sono onnipotenti, noi nelle loro mani. La nostra possibilità di parlare - di diffondere le nostre opinioni - è in mano a un ignoto poliziotto che è allo stesso tempo legislatore e giudice.

Un poliziotto-giudice-legislatore che esercita il suo potere in assoluto e che non sempre è intelligentissimo: quando ho chiamato Facebook, mi hanno risposto che probabilmente il "revisore" (così vengono chiamati, quelli che impongono i ban) che mi ha messo in punizione non parlava italiano e non ha capito.

Questo almeno è quanto mi ha detto l'ufficio stampa di Facebook, a cui come giornalista - quindi "privilegiato" - mi sono rivolto.

Così come mi sono rivolto a Luca Colombo, country manager di Facebook in Italia, insomma il numero uno dell'azienda in questo Paese. Che sostiene di non sapere nulla di ban e sospensioni, lui non se ne occupa, «non so nemmeno se a sospendere sia un algoritmo o una persona». Il capo di Facebook in Italia che rifiuta di dirti quali sono i meccanismi dei ban. Trasparenza zero, opacità totale.

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La pagina dei “Principi di Facebook” è in dieci punti, come i comandamenti: ciascuno è di poche righe, ma tutti sono carichi di intensità e pieni d eccellenti propositi. Il primo, ad esempio, si intitola recita: «Gli utenti dovrebbero avere la libertà di condividere tutte le informazioni che desiderano e avere il diritto di contattare online chiunque, qualsiasi persona, organizzazione o servizio, purché entrambi acconsentano al contatto».

Bellissimo, no? Ma non è meno importante il principio numero 3 secondo il quale «gli utenti dovrebbero avere la libertà di accedere a tutte le informazioni rese loro disponibili da altri utenti; gli utenti dovrebbero inoltre disporre degli strumenti pratici necessari in grado di facilitare, velocizzare e rendere efficienti la condivisione e l'accesso a tali informazioni».

La parola libertà compare otto volte, ma non mancano altri termini fondamentali: benessere, accesso, legislatore, perfino uguaglianza.

L'ultimo punto, intitolato “Un unico mondo” è un inno all'internazionalismo: «Il servizio di Facebook dovrebbe trascendere i confini geografici e nazionali ed essere disponibile per gli utenti di tutto il mondo». La filosofia di fondo di tutta la pagina sembra in piena continuità con l'articolo 11 della Dichiarazione universale dell’uomo e del cittadino del 1789: «La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell'uomo. Ogni cittadino può dunque parlare, scrivere e pubblicare liberamente, salvo a rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge».

Insomma, la tavola dei principi di Facebook sembra la carta costituzionale di uno Stato: uno Stato transnazionale, con quasi due miliardi di cittadini, che qui però si chiamano utenti. E che abitando nel social sono tenuti a rispettarne «i termini e le normative» che appaiono su un'altra pagina interna, dove si scopre come e quanto i padroni del giardino Facebook si ergono a presidenti, sindaci, giudici e guardie di tutto lo Stato, a partire dalla condizione fondamentale: «Ci riserviamo il diritto di rimuovere tutti i contenuti o le informazioni che gli utenti pubblicano su Facebook, nei casi in cui si ritenga che violino la presente Dichiarazione o le nostre normative».

Le condizioni generali di servizio sono un contratto unilateralmente imposto da Facebook. In buona sostanza, sono “legge”; e la loro violazione permette ai padroni del giardino privato il diritto di rimuovere ogni genere di contenuto.

Tuttavia “Mr Facebook” non è soltanto legislatore e poliziotto nel suo guardino privato ma anche giudice: poche righe più avanti nel medesimo documento, con grande magnanimità stabilisce che «se abbiamo eliminato dei contenuti e l'utente che li ha pubblicati ritiene che ci sia stato un errore, ha la possibilità di presentare ricorso». Il ricorso in questione, naturalmente, deve essere presentato a Facebook e, altrettanto naturalmente, è valutato e deciso dallo stesso Facebook.

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Ma la vita nel sito di Zuckerberg non scorre in modo tanto diverso rispetto alle strade, alla piazze e ai negozi del fornitore di servizi online più grande del mondo ovvero Google.

Basta, anche in questo caso, scorrere i termini d’uso di Mountain View. Tipo: «Potremmo riservarci il diritto di esaminare i contenuti per stabilirne l’eventuale illegalità o contrarietà alle nostre norme, e potremmo altresì rimuovere o rifiutarci di visualizzare dei contenuti qualora avessimo ragionevole motivo di ritenere che violino le nostre norme o la legge. Potremmo sospendere o interrompere la fornitura dei nostri Servizi all’utente qualora questi non rispettasse i nostri termini o le nostre norme oppure qualora stessimo effettuando accertamenti su un caso di presunto comportamento illecito».

L’aggettivo possessivo “nostro” è ripetuto cinque volte in tre righe.

Nel leggere queste policy si può fingere di non capire, per vivere in modo leggero e spensierato la propria esistenza sui social network; ma non si può non capire sul serio un messaggio che non potrebbe essere espresso più chiaramente: loro sono i padroni, noi gli ospiti; loro fanno le norme, noi possiamo o obbedire o andarcene.

Benché per ciascuno, ormai, i servizi in rete siano pezzi integrante dell'esistenza almeno online, Google graziosamente “ci ospita” e altrettanto graziosamente ci offre supporto nella nostra vita online ma senza mai smettere di ricordarci che siamo ospiti, peraltro in debito di gratitudine, all’interno del loro giardino privato.

Sono loro a decidere se e per quanto potremo continuare ad utilizzare determinati servizi e, soprattutto, se i nostri contenuti potranno o meno restare accessibili al mondo intero.

E non pensate che i giardini più recenti siano diversi da quelli dei loro avi: navigando nelle condizioni generali di servizio di Twitter, la musica non cambia: «Twitter si riserva il diritto (ma non avrà l’obbligo)», si legge nelle prime righe delle condizioni di servizio, «di rimuovere o rifiutare, in ogni momento, la distribuzione di Contenuti sui Servizi, di sospendere o chiudere utenze e di richiedere la restituzione di alcuni nomi utente senza alcuna responsabilità nei confronti dell’utente».

Parole che, anche in questo caso, non lasciano spazio alcuno a dubbi. I padroni della piattaforma hanno potere di vita e di morte sui contenuti degli utenti senza che nessuno possa rimproverargli alcunché.

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E qui va sfatato un mito, un pensiero erroneo ma estremamente diffuso: quello secondo il quale, trattandosi di società private, Facebook e gli altri colossi del web possono fare tutto quello che vogliono in modo assolutamente arbitrario e senza rispondere a nessuno se non a se stessi.

Va sfatato intanto per un semplice principio di buon senso che si applica a qualsiasi altra attività privata, cioè il rispetto per alcune regole comuni di utilità collettiva: anche il ristoratore sotto casa è un'attività privata, ma se in cucina ci sono gli scarafaggi la collettività ha il diritto di intervenire, per motivi igienici.

Allo stesso modo, non esiste alcun principio di “assolutezza” dei social network e delle corporation digitali ripsetto alle società in cui operano: altrimenti, per coerenza, dovremmo accettare l'idea che un giorno uno di questi siti vieti il suo ingresso alle persone con un particolare colore della pelle, oppure cancelli i contenuti di un determinato partito, perché tanto «è una società privata e può fare quello che vuole».

E c'è di più, per quanto riguarda alcuni di questi siti, come ad esempio Facebook e Google. C'è cioè il fatto che la loro potenza, la loro forza, la loro diffusione ha fatto sì che ormai superano di gran lunga la dimensione della semplice potenzialità per entrare nella sfera del bisogno, quindi in certo senso del diritto.

Per capirci: in molti settori, ormai, un'azienda che non è su Facebook è come se fosse morta; lo stesso dicasi per un politico o per un giornalista, per un cantante, per un artista; e tante altre professioni ancora, per le quali l'esistenza sul social network di Zuckerberg è ormai una condicio sine qua non di sopravvivenza. Possono, queste persone, rischiare di essere espulse sulla base di un codice del tutto arbitrario e privato?

Ma, aldilà degli aspetti economici e professionali, senza Facebook, Google o Twitter una parte importante della popolazione del mondo oggi, probabilmente, si ritroverebbe isolata e impossibilitata a comunicare come ormai si è abituata a fare: le sue relazioni sociali, amicali, affettive sono quindi alla mercé di un gruppetto di misteriosi decisori che stanno da qualche parte nel mondo, tra l'Iralanda e la California, e che decidono se, quanto, quando bannarci, a loro totale giudizio: e a loro solo ci possiamo appellare, non a un “giudice terzo”, se siamo stati parzialmente o totalmente espulsi.

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Scrive Peter Ludlow, nel suo libretto intitolato “Il nostro futuro nei mondi virtuali” che «i mondi virtuali e i social network sono meno democratici delle nostre società reali e i gestori li amministrano come dittatori, senza rendere conto ai propri utenti-cittadini. Ne decidono il bello e il cattivo tempo. Se bandire qualcuno dalla community, per esempio. Il paradosso: man mano che i mondi virtuali acquistano popolarità, vengono gestiti in modo sempre più autoritario. Ed è qualcosa di cui preoccuparsi».

Per lo studioso americano, «se i network sono gestiti in modo non democratico né trasparente possono essere manipolati per servire gli interessi di un individuo invece che del gruppo; e, in secondo luogo, c'è il rischio che i mondi virtuali ci rendano avvezzi a vivere in ambienti poco democratici, dove sono aboliti i diritti frutto di secoli di lotte, progresso e conquiste civili. In altre parole, le dittature on line ci rendono più passivi nei confronti di un possibile dittatore nel mondo reale».

Sicché, secondo Ludlow, «è necessaria una sorta di nuovo illuminismo dei mondi virtuali, dove i gestori offrano nuovi strumenti per condurre esperimenti di democrazia: strumenti con i quali gli utenti stessi possano sviluppare i propri sistemi politici e di governance. La giurisprudenza del mondo reale, da parte sua, deve cominciare a considerare i mondi virtuali non più come proprietà di un'azienda, ma come vere "nazioni". Altrimenti finiremo sotto il pugno di un despota ogni volta che andremo su Internet».

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L'allarme di Peter Ludlow sulla “tirannia dei mondi virtuali” è del 2010 ma da allora è stato completamente ignorato, tanto dalle corporation stesse quanto dai governi e dalla politica.

Molti i motivi, tra i quali l'egemonia culturale del mantra “privatistico”, diffuso in Occidente dai tempi di Reagan e Thatcher, ma mai davvero contestato neppure dalla sinistra, con poche eccezioni.

Tuttavia, forse, tra le ragioni per cui nessuno cerca almeno di “temperare” un equilibro così squilibrato c'è anche la graduale e contemporanea sottrazione di sovranità politica complessiva dagli stati nazionali verso i vari poteri economici sovranazionali, una tendenza globale che ha reso molto più deboli i governi in generale.

Una tendenza di cui anche il trasferimento “legislativo” dai codici degli Stati democratici alle norme private delle corporation è nel contempo causa ed effetto.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Sono dell'idea che gli anni migliori sul web li abbiamo passati,da quando l'attenzione della pubblica opinione dal piccolo schermo si è trasferita e si sta trasferendo sempre di più sui social,anche chi detiene il potere ha drizzato le orecchie e sarà sempre più difficile comunicare le classiche voci fuori dal coro.

Oggi lei denuncia la sospensione del suo profilo a causa della vignetta di Biani che ha pubblicato su Fb,le cause come ha spiegato sono dovute all'incomprensione,in futuro ci sarà ben altro,oltre il controllo capillare che stanno facendo sulla vita online e non solo su tutti noi,lo considerano un enorme investimento ma che porterà assolutamente i frutti desiderati.

Indi per cui se si pubblicheranno stupidaggini assortite tutto andrà in cavalleria,altrimenti in qualche modo la scure farà il suo lavoro.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 26 luglio 2017

Spiagge libere off limits in Liguria










Poveri cristi vade retro: respinti pure dalle spiagge

di Alessandro Robecchi

Scene di lotta di classe estiva nel ponente ligure, sequestri di borse frigorifere, pullman fermati ai caselli autostradali, inferrate e cancelli a proteggere le spiagge libere, che sono ormai francobolli di sabbia incollati tra miglia e miglia e miglia di spiagge private. L’emergenza, come al solito, sono i migranti, ma non quelli dei barconi che attraversano il mare, no, i migranti economici che da Milano, partono su torpedoni della speranza, dieci, venti euro il biglietto, con la folle ambizione di andare al mare almeno un giorno, una domenica, e spendere poco. A leggere le cronache estive della settima potenza mondiale, la battaglia è solo all’inizio e si tratta di fronteggiare con vigili, carabinieri, vigilantes privati, ordinanze e divieti, l’orda dei poveri spinti dall’invidia sociale e da un’assurda ambizione: fare il bagno.

Ora si sa che “poveri” è parola scomoda e respingente. Va bene per le statistiche e i titoli che li danno in forte aumento, ma poi quando arriva il povero in carne, ossa e infradito, che si porta la sua birra e il suo panino per stare qualche ora spiaggiato come tutti gli altri, come i non poveri, la cosa appare intollerabile. A Laigueglia, per dirne una, chiudono la spiaggia libera alle otto di sera, in modo da impedire che i poveri in arrivo dalle città sistemino gli asciugamani prima che sorga il sole, per prendere posto. Si provvede alacremente al sequestro di ombrelloni portati da casa (“materiale ingombrante”), borse frigorifere, vettovaglie. Il tutto ai limiti dei pochi granelli di sabbia disponibili per il popolo migrante. Sudamericani, filippini, qualche italiano, molte famiglie, e quindi bambini, nonni, zie insensibili alle sublimi lezioni del giornali sulla prova costume, o sul galateo da spiaggia. E così c’è, immancabile, una discriminazione di tipo razziale e classista tra bagnanti: descritti con rispetto e ammirazione quelli che pagano mille euro al giorno al Twiga di Briatore; respinti con le forze dell’ordine quelli che si portano il panino con la frittata.

Chiusa la spiaggia libera di Laigueglia – scrive ad esempio il Secolo XIX, “Gli irriducibili non si sono arresi e sono partiti all’assalto della vicina Alassio”. All’assalto, proprio così, manovra diversiva, accerchiamento, sfondamento delle linee nemiche e poi, finalmente, il tuffo in mare, una specie di presa del Palazzo d’Inverno, anzi d’estate.

Su altri lidi parte l’eterna lotta contro il venditore abusivo, che aggiunge al difetto della povertà il colore della pelle e la latitudine di origine. In questi casi abbiamo gli arditi da salotto di Casa Pound che fanno le ronde, difendendo il sacro bagnasciuga dove il Puzzone doveva inchiodare gli alleati, oppure Salvini che si fa i selfie coi vigili, in versione mojito e manganello. Poi ci sono i poveri con pretese di consumo culturale, che vanno dove il mare non c’è, tipo Firenze, ma anche lì tignosamente decisi a infrangere il sogno della ripresa italiana portandosi il panino da casa, mascalzoni. Le autorità li hanno annaffiati con gli idranti sui grandini di chiese e palazzi, in nome del decoro. Poi, presente il sindaco Nardella, hanno fatto montagne di merce sequestrata, quella che piace ai poveri, tipo le borse di Vuitton a venti euro, che è meno di quanto lascia di mancia chi si compra una vera borsa Vuitton. L’estate è solo all’inizio, la battaglia infuria, il migrante economico che si avventura da Milano alla Liguria non cede, l’autorità costituita vigila e reprime, i sindaci sfornano ordinanze, i giornali scrivono “dove andremo a finire, signora mia”. Per coerenza, eleganti caicchi carichi di milionari dovrebbero partire dalla Versilia alla volta della Liguria, calare l’ancora, lanciare brioches all’arrogante Quarto Stato, zozzone, che pretende di fare il bagno al mare. Gratis, roba da matti.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Prima organizzano una società precarizzata con stage gratuiti di lavoro,e quando va bene 400-600 euro mensili.

In effetti nel tempo libero costoro dovrebbero starsene nascosti in cantina per non dar fastidio.

E poi c’è sempre un briatore e una santadeche a meravigliarsi di cotanta povertà,omettendo colpevolmente che pochi ricchi sono possibili solo sfruttando il prossimo senza ritegno.

È la storia dei secoli precedenti,c’è stata una piccola parentesi,ma le posizioni tanto care a lor signori si sono nuovamente materializzate.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 20 luglio 2017

Ci sono ancora "eroi" che difendono Renzi













Bravo Recalcati! Curiamo 50 milioni di matti e così rilanciamo l’Italia

di Alessandro Robecchi

Sì, ma le cure? Voglio dire: ottima, davvero notevolissima per rigore scientifico e fluidità d’intuizione la diagnosi del professor Recalcati, pubblicata sulla rivista scientifica Repubblica. Meticolosa l’anamnesi, sopraffina l’analisi, univoca la diagnosi: tutti quelli a cui sta sulle balle Matteo Renzi sono matti. Chi non vuole bene a Matteo e non lo ricorda nelle sue preghiere è matto. Chi dubita di lui è matto. In poche parole: sono tutti matti.

Ora, io ho da fare, ho degli impegni, una vita mia, e vorrei evitare di finire in un ospedale psichiatrico guardato a vista dalla Serracchiani, e quindi mi dichiaro subito renziano di ferro. Dottore, mi dica cosa devo applaudire e io applaudo, giusto per non essere scambiato per matto. Chiarita la posizione personale, veniamo ai problemi tecnici. Io credo che con questa faccenda dei matti si possa davvero rilanciare il Paese. Ecco come.

Censimento dei matti. Prima di affrontare il problema dei matti è meglio sapere quanti sono. Il 4 dicembre si sono autodenunciati 19.419.507 matti. Poi ci sono i matti che non hanno votato al referendum, quelli che non sanno nemmeno chi sia Matteo Renzi e persino molti che hanno votato sì e sono diventati matti dopo. Parliamo di una cinquantina di milioni di persone come minimo. Assumere medici, infermieri, capisala per curare adeguatamente questa massa poderosa di matti assicurerà il rilancio del Paese. Senza contare l’industria del mobile e falegnameria, che dovrà produrre milioni di lettini per analisi. Poi il personale amministrativo, e un fotografo nuovo per Recalcati, che nel suo sito compare ruvido e fascinoso mentre si trattiene gli occhiali, perché ha paura che un matto glieli rubi.

Profilassi e prevenzione. Contrariamente a quel che crede Matteo Renzi, non è che la gente pensi continuamente a Matteo Renzi, e quindi parla male di Renzi (mostrando sintomi di follia) solo quando si parla di politica, sinistra, diritti, economia, lavoro e quelle cose lì. Uno al bar con gli amici può chiacchierare di tutto, dal calciomercato alla pittura fiamminga, e magari solo per un momento dice “Uh, Renzi, che palle!”. Come cogliere il paziente nell’esatto momento in cui dimostra di essere matto? Secondo i miei calcoli, basterebbero tre-quattro milioni di persone dislocate in mercati, pizzerie, musei, balere, scuole, palestre, insomma ovunque. Al primo accenno di follia, il funzionario si qualifica e per il matto scatta l’identificazione, la segnalazione alla Asl di competenza, eventualmente il ricovero coatto.

Psicofarmaci. E’ ovvio che nei casi più gravi, e nelle sindromi acute (la sinistra rivoluzionaria che vuole la terra ai contadini e le armi al popolo, quella di Bersani, insomma) si dovrà ricorrere ai farmaci. Con un rapido calcolo, penso che servirebbero dalle ottocento alle mille tonnellate di Xanax da distribuire o somministrare in vario modo, a D’Alema, per esempio, sparate in siringoni con un fucile da rinoceronti. Per sedare alcuni milioni di elettori del Pd che se ne sono andati (per forza! Sono matti!) si useranno diverse formule, da “Ce lo chiede l’Europa”, (dosaggio Monti), a “Te lo giuro, è di sinistra!”, (protocollo Renzi), fino allo sbarazzino “Il primo Xanax mandorlato”, (ricetta Farinetti).

Problemi tecnici. So cosa state pensando: con cinquanta milioni di matti ci sarebbe un ingorgo burocratico. Controllare che tutti quelli che non amano Matteo Renzi vadano alle sedute, prendano le pillole, non saltino le visite periodiche del dottor Recalcati richiede una quantità immensa di dipendenti. Questo è il vero nodo della questione: per controllare i matti che non amano Renzi saremmo costretti ad assumere anche molti matti che non amano Renzi, essendo questi la stragrande maggioranza del paese. E’ un effetto collaterale non da poco. Pensiamoci, professore!

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Ci sarà sempre un “recalcati” delle cause perse,lo possiamo considerare uno tra gli ultimi dei tanti difensori che hanno appoggiato senza se e senza ma il rignanese,ormai il prof. sta facendo la figura del soldatino giapponese sperduto nelle isole del Pacifico.

Un gesto quasi eroico se non fosse ridicolo.

Ma questa è la stampa italica,dove la realtà pare diffusamente una chimera.

P.s.

Consiglio l’articolo di Travaglio sul Fq di oggi,(19-07-2017) la presa per i fondelli risulta sublime come la sua.

I.S,

iserentha@yahoo.it

sabato 15 luglio 2017

La fake news "cameriera scomparsa" del Resto del Carlino sino ad arrivare al Corsera

















La vera storia della "cameriera scomparsa"

di Alessandro Gilioli

La vicenda di Claudio Ortichi, l'albergatore del bolognese che non riesce a trovare una cameriera o che ne trova solo di svogliate e pretenziose, aveva attirato la mia attenzione fin da quando era uscita sul Resto del Carlino - oggi è in prima pagina sul Corriere, nella rubrica di Gramellini.

Aveva attirato la mia attenzione perché mi sembrava un po' strana - con tutti i disoccupati o precari che ci sono in questo Paese - e perché mi sembrava un po' troppo strumentale alla solita narrazione del presente, quella che ha fatto e continua a fare egemonia culturale: non è vero che non c'è lavoro, sono gli italiani - soprattutto quelli giovani - a essere pelandroni e choosy, come diceva Fornero.

Già il giorno in cui su Fb avevo trovato l'articolo del Carlino, avevo quindi cercato sui vari siti di lavoro l'annuncio disertato da così tante e schizzinose ragazze che non sentono la crisi - mettendo svariate chiavi di ricerca, compresa quella di Castel San Pietro Terme, dove si trova l'albergo - ma stranamente non ne avevo trovato nessuno.

Poi neppure mi ricordo perché avevo lasciato perdere, probabilmente qualcosa di più urgente atterrata sul mio tavolo.

Oggi però, letto l'articolo di Gramellini, non ho resistito e ho fatto una telefonata a questo signor Ortichi, persona simpatica e gradevolissima, per capire com'erano andate le cose.

E, diciamo, le cose sono andate un po' diversamente dalla narrazione.

Il signor Ortichi non ha mai - mai - messo un annuncio su un sito o su un giornale per cercare una cameriera.

Si è limitato, il 31 maggio scorso, a scrivere un post sulla sua bacheca Facebook, in cui ha 1262 amici. Tra un post sulla Juve e uno contro i maltrattamenti animali, aveva scritto tre righe per dire che cercava una cameriera che sapesse un paio di lingue. Nessun accenno al tipo di assunzione, nessun accenno alla paga, soprattutto nessun numero di telefono o mail a cui rivolgersi.

Oltre a questo, aveva "diffuso la voce", racconta, tra i clienti, i fornitori e i colleghi ristoratori della zona.

Non aveva messo annunci, il signor Ortichi, perché preferiva "assumere qualcuno che non fosse proprio una sconosciuta", il che è nel pieno dei suoi diritti, ci mancherebbe.

Qualche settimana dopo, chiacchierando con un amico giornalista locale, Ortichi ha raccontato questa cosa. L'amico giornalista ci ha fatto un pezzo sul Carlino (titolo: "Hotel cerca una cameriera, ma non si presenta nessuno") arricchito da qualche commento sociologico: "Difficile trovare un posto di lavoro? Più difficile trovare un dipendente", (…) "ci sarà anche la crisi di posti di lavoro tanto sbandierata in questi anni, ma evidentemente c’è anche chi la crisi non la sente", (…) "forse tutte le potenziali interessate sono al mare o in piscina" etc).

Qualche giorno dopo Gramellini ha letto il pezzo sul Resto del Carlino, non si è penato di telefonare a Ortichi per chiedere come stavano le cose (me l'ha detto lui stesso, Ortichi) e ci ha fatto direttamente un pezzo in prima pagina del Corriere riassumendo quello del collega locale e aggiungendo di suo che per trovare una cameriera "l'albergatore le ha provate tutte", mentre non aveva messo neppure un annuncio se non sulla sua bacheca Facebook.

Fine della storia.

Ah, da quando è uscito il pezzo sul Carlino a ieri - quando Gramellini ha scritto il suo - Ortichi ha ricevuto oltre cento curriculum.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

E meno male che le fake news nascono perlopiù da leoni da tastiera,mannaggia che professionalità al resto del carlino sino ad arrivare al corsera,essendo tempi dove ci sono tanti giovani che corrono per fare stage gratuiti "di lavoro" nella speranza d'essere assunti con i tempi da calende greche,il tutto risulta di una banalità grottesca.

Ma nei giornaloni e in Tv si parla solo delle minchiate quotidiane del rignanese,del baffettino resuscitato,della fidanzata fedifraga del felpato,o dell'imbalsamato di arcore,in assenza dei congiuntivi imbarazzanti pentastellati,se poi si condisce il tutto con i giovani choosy che non rispondono agli annunci di lavoro,il cerchio si chiude splendidamente.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 14 luglio 2017

Tempi scadenti della politica? Tocca sapersi accontentare











Renzi e le gambe della politica

di Alessandro Gilioli

Diciamo spesso, come se fosse scontato, che le singole persone non contano, o almeno non più di tanto. Che i processi storici - ma anche quelli politici, più di breve termine - sono determinati dalle grandi trasformazioni sociali, economiche, tecnologiche. Chi ha un po' letto Marx, poi, ha ancora meno dubbi in proposito.

Sì, è probabile che i grandi processi abbiano cause che trascendono dai singoli. La scoperta del telaio meccanico è stata più importante di Napoleone. Quella di Internet sicuramente ha avuto più peso degli ultimi dieci presidenti degli Stati Uniti messi insieme.

Eppure, negli accadimenti meno epocali della politica, non sono convinto che questo principio valga sempre e comunque. Anzi, penso che la "politique politicienne" sia molto influenzata dai singoli, da alcuni singoli, dalle loro caratteristiche e dalle loro azioni. Ad esempio, credo che se il Pci è stato per decenni il primo partito comunista dell'Occidente e se oggi esiste il Pd che ne è l'erede organizzativo, molto sia dipeso da Togliatti. Se il Partito socialista italiano ha preceduto di venticinque anni gli altri nell'implosione, molto è dipeso da Craxi. Se Forza Italia è nata e ha a lungo governato, molto è dipeso da Berlusconi.

Tutto questo porta al significato, al ruolo e all'incidenza di Matteo Renzi, oggi. Se non altro perché della politique politicienne è l'attore principale, in primis mediaticamente ma non solo.

E la questione non è tanto, secondo me, quanto Renzi ha "portato a destra" il Pd: tema quanto meno controverso, per chi ricorda le decisioni concrete di governo (ma anche all'opposizione) sotto le precedenti segreterie, dal pacchetto Treu al fiscal compact, dall'inseguimento di Casini a quello di Fini.

La questione è piú sottile, forse. Ed è quanto impatta Renzi - proprio lui, come persona - in tutto quello che è cambiato non solo nel quadro politico, ma anche nella realtà del paese, nelle sue speranze disattese, nel senso diffuso di delusione e di trascinamento, nello scuotimento quasi unanime ed esamine di teste di fronte alla polemica del giorno, nella stanchezza verso la politica vista come un teatro assurdo e lontano in cui è in gioco il potere di uno e non i destini di tutti.

Questo mi chiedo, oggi, forse anche oltre la stessa volontà e lo stesso ego pure ipertrofico dell'ex premier che ha diviso l'Italia in una curva di suoi fan contro una curva di suoi odiatori, e in mezzo gli altri trenta milioni che non ne possono del derby sulla sua persona in corso ogni giorno nei Palazzi della politica, sui media, sui social.

Questo mi chiedo circondato dalle anticipazioni del suo libro, dalle dichiarazioni e controdichiarazioni, dalle battute e dalle controbattute, dai retroscena su chi sale e chi scende alla sua corte, dalle previsioni su quando farà cadere il governo, dallo scazzo quotidiano con Letta o con D'Alema o con Grillo, tutti scazzi di cui non ci importa piú nemmeno capire torti e ragioni talmente ne siamo esausti.

Questo mi chiedo, è ovvio, anche vedendo una sinistra arrotolata attorno alla persona di Renzi, al suo detestarlo fino a considerarlo il principale nemico o alla sua speranza che cambi, che lasci, che studi, ma insomma sempre arrotolata lì.

Questo mi chiedo e non ho molte risposte tranne che sì, le persone contano, almeno sul breve della politica. E noi in Italia non siamo stati molto fortunati nell'esprimere queste persone - o forse solo non siamo più capaci di esprimere o premiare nulla di meglio di lui e di quelli con cui litiga sui giornali.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

C'è da accontentarsi del meno peggio,altrimenti passeranno altri decenni e la storia sarà pressocchè uguale a ciò che abbiamo vissuto da Craxi in poi.

Ci si deve adeguare ai tempi che si vivono,e questi sono davvero pessimi,con l'aggiunta di una comunità europea da incubo,con la certezza che uscirne o rimanerci sarà comunque un'agonia.

Davvero un cul de sac asfissiante,vero?

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 10 luglio 2017

Riflessioni sulla emergenza immigrazione


"Emergenza immigrati"

di Alessandro Gilioli

Al contrario di Matteo Renzi e moltissimi altri, io credo che l'Europa avrebbe fondati motivi nel caso avvertisse qualche senso di colpa nei confronti dell'Africa.

Intendiamoci: avremmo il dovere morale di intervenire per salvare vite umane dalle carestie e dalle guerre anche se non portassimo alcuna responsabilità. Ma avendo invece la coscienza piena di merda, il nostro egoismo è ancora più vergognoso e indicibile.

Merda, sì, che altro non è stato il colonialismo, lo sfruttamento delle risorse naturali, le stragi con il gas nervino, il sostegno a orrendi dittatori che però ci consentivano buoni business, il neocolonialismo aziendale e infine (forse la cosa più grave di tutte) l'esportazione di un modello - il consumo come ragione di vita - a miliardi di persone che a quel modello sono state convertite senza che avessero la possibilità di praticarlo.

Aiutarli "a casa loro" con quello che alcuni chiamano un piano Marshall, aiutarli ad attraversare in sicurezza il Mediterraneo, aiutarli a vivere: sono tutte azioni ovviamente ugualmente dovute - nemmeno "umanitarie", perfino dovute - che però nessun leader dei maggiori partiti intende attuare e neppure proporre perché da tempo la politica si è trasformata in puro inseguimento del consenso, ha rinunciato a dire ciò che è giusto ma impopolare - facendo anche pedagogia politica - nel tentativo invece di agguantare l'umore del momento tra i più.

E non serve a nulla discutere se la card salviniana di Renzi è stata "un errore di comunicazione" o una svolta in senso antimigrazione, perché oggi comunicazione e politica sono la stessa cosa, e solo comunicare in modo "anticiclico" sui migranti consentirebbe poi di introdurre nel dibattito idee diverse dal chiudere i porti o dallo spegnere le luci alle navi delle Ngo.

Fate schifo, facciamo schifo. Noi europei, quasi tutti: tranne chi salva vite in mare e chi fa ogni giorno cooperazione in terra. Fanno schifo di sicuro i tre o quattro partiti maggiori italiani, tutti. Uno schifo senza fine fatto di ipocrisie ed egoismo, di inseguimento del consenso in una corsa al peggio morale, e di bugie tanto assurde quanto autoassolutorie su quello che è successo e che sta ancora succedendo: prima li abbiamo invasi, poi li abbiamo derubati, poi li abbiamo armati, poi li abbiamo abbandonati e respinti, infine li consideriamo. "un'emergenza".

E - qui viene quasi da ridere - li consideriamo un'emergenza nostra, non loro.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Per come ci siamo infilati in un cul de sac dopo Dublino e l'altro trattato che non rammento,il salvataggio dell'umanità africana,economica e di rifugiati,diventa insostenibile se è solo a carico nostro.

L'Italia rischia di diventare un enorme campo profugo permanente,con i paesi della comunità europea che se ne fottono,mica sono banche i profughi...

Che poi annusando l'insostenibilità,di chi ci ha messo in questo pasticcio disumano,ora fa un inversione a u solo per sopravvivere elettoralmente,come si dice in Veneto, "era meglio il buso del tacon".

Ormai c'è la verifica provata,dopo il 4 dicembre ha solo rimandato la sua fuoriuscita dalla politica,il camaleontismo non premia,gli italiani piaccia o meno premieranno chi ha avuto a torto o a ragione le idee chiare sugli sbarchi.

Questi sono bravissimi a nascondere i problemi,probabilmente oltre il bla,bla,bla,non cambierà nulla,le loro cazzate sparate a ripetizione piacciono a molta gente,si tratta solo di indorare la pillolona!

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 9 luglio 2017

Verso la catastrofe climatica,il parere di Luca Mercalli












CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO

Caro Luca,sono anch'io preoccupato da molti anni,e sono d'accordo su tutte le sue riflessioni,come non esserlo,ma difficilmente ci sarà una rivoluzione su come stiamo ottusamente sfruttando le risorse del pianeta,il countdown della presenza dell'homo sapiens,diciamo così,è iniziato e non si fermerà.

L'elezione di Trump ne è la verifica.

I.S.

iserentha@yahoo.it


mercoledì 5 luglio 2017

La comunità europea...Più che altro solo una comunità bancaria

















Il razzismo “perbene” della classe media: non sono “perseguitati”

di Alessandro Robecchi

Siccome il catalogo delle ipocrisie planetario si arricchisce ogni giorno di più, servirebbe una bussola, un tutorial su YouTube, o almeno un rinnovo periodico del vocabolario. Il trucchetto funziona sempre: se non si riescono a cambiare le cose si cambiano le parole. Le parole nuove vengono ripetute e quindi accettate, e così, ecco che il migrante non è più migrante semplice, ma si divide in migrante perseguitato e migrante economico, con il corollario che il primo è un migrante vero, e l’altro una specie di furbacchione che non vuole lavorare al suo paese, è povero e cerca di esserlo meno andando via di lì.

Col suo piglio neogollista da glaciale sciuparepubbliche il presidente francese Macron l’ha detto meglio di tutti: “Come spieghiamo ai nostri cittadini, alla nostra classe media, che all’improvviso non c’è più un limite?”. Perfetto e di difficile soluzione, in effetti: come spiegare a gente che borbotta se trova più di tre persone in fila alla cassa dell’Autogrill che ci sono migliaia di uomini e donne che vengono qui sperando finalmente di mangiare qualcosa? Mentre Macron diceva quelle cose (notare l’equazione “cittadini” uguale “classe media”), nei boschi tra Ventimiglia e Mentone era in corso una poderosa caccia all’uomo con i cani lupo alla ricerca di qualche decina di migranti passati clandestinamente in Francia. Scene degne dell’Alabama di fine Ottocento, a poche centinaia di chilometri dalla recente esibizione di grandeur di monsieur le Président.

Dietro le parole, le formule, le riunioni politiche ai massimi livelli, insomma, si certifica e accetta un concetto caro al pensiero liberale: i poveri sono in qualche modo colpevoli di esserlo, e quindi un po’ – lo dico in francese – cazzi loro. Le Le Pen e i Salvini e tutta la compagnia neofascista che ogni giorno starnazza dalle cronache, hanno il loro conclamato razzismo, certo. Ma esiste un razzismo molto più presentabile e pulito, accettabile e incoraggiato, da “classe media” per dirla con monsieur Macron, ed è quello contro i poveri. L’aggettivo “economico” è usato a piene mani per descrivere chi non ce la fa, chi rimane sotto le soglie, chi resta stritolato. Restando alle voluttuose giravolte del vocabolario, non è un caso che i licenziamenti economici nelle politiche del lavoro italiano si chiamino “licenziamenti per causa oggettiva”. Capito? Il mercato è oggettivo, le vite delle persone invece sono soggettive, e quindi (di nuovo) cazzi loro.

Non è niente male come paradosso per iniziare un secolo e un millennio: superate le ideologie (ahahah), archiviata ogni idea di socialismo, di pari diritti, di pari dignità eccetera eccetera, ecco che il mondo – e l’Europa in prima fila – riscopre una grandissima rottura di palle per ceti medi: i poveri. Irritano i migranti economici, in quanto poveri, irritano i turisti low cost che mangiano il panino in strada invece di andare al ristorante, con grande scorno dei Briatore e dei Nardella, irritano i laureati poveri che reclamano una vita più decente, con grande scorno dei Poletti. E’ come se si affermasse (a destra e a sinistra) un nuovo status sociale: l’equazione cittadino uguale ceto medio che Macron ha così soavemente esposto, penetra nelle coscienze. Come la bella Lisa, la prosperosa salumiera de Il ventre di Parigi di Zola, tutti paiono vagamente, persino subliminalmente convinti che il povero “si è cacciato in quella situazione”, e in un piccolo, veloce passaggio logico si trasforma la povertà in una colpa. Ecco spiegata la guerra in atto: una guerra contro i poveri, colpevoli di minare – con il loro colpevole essere poveri – la tranquilla stabilità di tutti gli altri. Non male come modernità: sono cose che si sentivano dire a tavola tanto tempo fa, quando annuendo e dicendo “signora mia”, si passava la salsa allo zar.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Discorso lungo,riflessioni che possono partire dal jobs act e la porcheria dei licenziamenti senza giusta causa,inseriti da un molto presunto governo di cxsx.

Continuando verso una immensa migrazione epocale perlopiù dall’Africa dove il colonialismo ha portato a queste conseguenze.

Ma l’orribile schifezza arriva da questa inesistente comunità europea,quella che s’interessa solo di banche per intenderci,e sul fenomeno dei migranti da i 35 eurini a Italia e Grecia lasciando parcheggiati all’infinito tutte queste persone,ovviamente nell’inevitabile scontro tra poveri.

Poiché nei quartieri tipo Prati mica fanno centri d’accoglienza,o a Capalbio ad esempio….

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 28 giugno 2017

Prima si smacchia il giaguaro poi il risultato è a macchia di leopardo













CLICK IL FATTO QUOTIDIANO LUISELLA COSTAMAGNA

Vadano avanti così,il fondo non lo hanno ancora toccato,fino al 4 dicembre c'è stata solo la minoranza Dem a togliere il disturbo,ora i malumori si stanno moltiplicando,e se uno che annusa il vento come Franceschini negli ultimi giorni lo sta scaricando anche lui,direi che al bulletto di Rignano sull'Arno la spocchia gli riesce sempre meno.

Se ci dovrà essere un governo di dx in futuro,perlomeno avremo la versione originale,il surrogato ha i mesi contati.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 27 giugno 2017

La sinistra progressista del paese ormai perduta

















Una ragione per votare

di Alessandro Gilioli

Da ragazzi avevamo organizzato un torneo di calcio, sette otto squadre, campionato classico, tutti contro tutti. Il regolamento che ci eravamo dati stabiliva che ogni squadra doveva presentarsi al campetto - mi pare fosse il Calvairate - con almeno nove giocatori, sennò l’altra vinceva a tavolino. Un paio di volte noi ci siamo presentati in sei e appunto abbiamo perso a tavolino, campionato andato e ciao.

Vi racconto questa storia perché in questi giorni sono già circolate tante ipotesi e tante interpretazioni sui risultati dell’ultimo turno elettorale, quello delle amministrative.

Io qui tento la mia, di interpretazione, prendendo un po' di città in cui al ballottaggio a sorpresa ha vinto il centrodestra.

Allora, come sappiamo al ballottaggio non ci sono partiti piccoli e non c’è dispersione di voto: c’è una scelta secca, o di qua o di là.

Partiamo da Sesto San Giovanni e parliamo di voti assoluti, di voti veri, non di percentuali: qui la candidata del centrosinistra al ballottaggio di cinque anni fa ha preso circa 16 mila voti, al ballottaggio di quest’anno circa 11 mila. Perso un terzo dei voti.

A Genova il candidato del centrosinistra quest’anno al ballottaggio ha preso circa 90 mila voti, cinque anni fa sempre al ballottaggio ne aveva presi 115 mila. Persi 25 mila voti.

All’Aquila il candidato del centrosinistra quest’anno ha preso meno di 14 mila voti al ballottaggio, cinque anni fa - sempre al ballottaggio - ne aveva presi più di 20 mila. Persi 6000 voti, di nuovo quasi un terzo svaporato.

Ora, quando succedono queste cose è abbastanza improbabile che tutti quei voti siano passati dal centrosinistra al centrodestra, specie in un ballottaggio.

Una parte sì, certo, è possibile, e le analisi dei flussi ci diranno quanti, ma insomma la lettura più probabile è che quei voti persi al ballottaggio dai candidati del centrosinistra siano in grande maggioranza di gente che ha deciso, questa vota, di non votare, di stare a casa, di andare da un'altra parte.

Di non appoggiare, al momento della scelta secca tra centrodestra e centrosinistra, quel centrosinistra che cinque anni fa invece aveva invece votato.

Una volta l’astensione riguardava soprattutto l’elettorato più qualunquista, meno informato, meno coinvolto e spessso un po' reazionario. Tanto che - si diceva - un’alta astensione sfavoriva la destra e favoriva la sinistra.

Adesso ad astenersi sempre di più sembrano essere gli elettori di sinistra. O meglio, è il caso di dirlo, gli ex elettori di sinistra.

E non sembra tanto un’astensione di disinteresse o indifferenza, quanto di rabbia e di delusione.

Non è gente che diserta le urne perché non si interessa di politica, ma proprio perché è incazzata con la politica. E ancora di più con la sua parte politica, o meglio con quella che era la sua parte politica.

Insomma, forse domenica le destre ai balllottaggi hanno vinto non tanto per bravura propria ma perché gli elettori di sinistra non si sono presentati in campo. Un terzo di loro non sono andati a giocare la partita, proprio come noi che eravamo andati al campetto Calvairate in sei su nove.

Forse il primo problema di qualsiasi sinistra in Italia oggi non è portare via voti all’avversario (e magari all’avversario più vicino, come si fa di solito a sinistra) ma portare via voti all’astensione. Andarsi a riprendere almeno il terzo che non si è presentato. Anzi, andarsene a prendere molti di più, se possibile.

Dare agli astenuti - specie quelli freschi, i nuovi astenuti, gli astenuti di incazzatura - un buon motivo per presentarsi alle urne. Una buona ragione per votare. Che sia una ragione politica, programmatica, emozionale, umana, etica, economica, leaderistica, quello che volete.

Ma una ragione, cacchio, per andare a votare. Altrimenti è ovvio che vincono le destre, più o meno a tavolino.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Tolga dal panorama politico Renzi e i suoi lacchè,e vedrà che ne ritorneranno un buon numero di elettori,non si è ritirato a dicembre,insiste,ci saranno nuove Caporetto all'orizzonte.

Prima o poi l'equivoco finirà,quando un bulletto dell'ex partito che fu di Enrico Berlinguer,che produce politiche di dx finirà di far danni.

Ne prende ancora troppi di voti e non sono tutti interessati come lei adombra!

I.S.

iserentha@yahoo.it