giovedì 23 febbraio 2017

Reddito minimo e redistribuzione della ricchezza o sarà il caos

















Renzi, la Silicon Valley e il reddito minimo

di Alessandro Gilioli

È curioso che, appena arrivato in California, Renzi abbia contrapposto il modello della Silicon Valley a quello del reddito minimo.

È curioso perché molti degli studi, delle ricerche e degli esperimenti sul "basic income" vengono, negli ultimi anni, proprio da lì. Tra i più famosi, quello in corso da un anno, a cura di YCombinator, a Oakland.

La cultura di fondo della Silicon Valley, come si sa, è nata da «un misto di neo-liberalismo di destra, contro-cultura radicale e determinismo tecnologico» (Cameron-Barbrook 1995) sicché ha al suo interno tante cose diverse, dalle utopie di Kevin Kelly (secondo il quale la Silicon Valley è il laboratorio di un "nuovo socialismo”) alle distopie denunciate da Morozov.

Oggi in California la questione del reddito minimo legata alla robotizzazione (quindi alla rarefazione del lavoro, all'esaurimento del lavoro come strumento per ridistribuire una parte dei profitti) è una delle issue più discusse. «More and more Silicon Valley types have embraced the idea», ha scritto nel dicembre scorso Justin Fox su Bloomberg. E sempre dalla Silicon Valley Martin Ford ha scritto, in “Rise of The Robots", che «la soluzione più efficace è qualche forma di garanzia di reddito minimo».

Il contrario di quello che ha detto Renzi appena sbarcato.

Ho fiducia che durante il suo viaggio, e dopo gli incontri che farà, Renzi possa tornare in Italia avendo cambiato idea sul reddito minimo.


DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Il reddito minimo e la redistribuzione della ricchezza sono le vie per non portare al caos l'umanità,almeno quella post industriale.

Non vedo che economia ci potrà essere se miliardi di persone,tutte insieme,andranno verso l'economia rurale,forse non sarà manco possibile.

Pensare che chi dovrebbe fare altro nella vita dal 4 dicembre,possa comprendere un passaggio così fondamentale della società è quasi impossibile,essendo legato a lobbie varie e dovendo chiedere prima il permesso ad esse.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 21 febbraio 2017

Dai Taxisti e tutte le professioni che non esistono più,o che sono a rischio














I taxisti, la scissione, il reale

di Alessandro Gilioli

La categoria dei taxisti sta notoriamente sulle scatole a tutti - a Roma poi non parliamone, qui abbiamo l'obbligo a bordo di ascoltare assurde radio tifose, percorsi che si allungano verso l'infinito se il tuo accento non è locale, proclami politici che vanno da "quando c'era lui" a "io i negri li rimanderei tutti a casa". E se vedi alcuni dei loro leader, ti viene da scappare per la tua sicurezza personale.

Eppure con un po' di lucidità e lungimiranza oggi potremmo mettere da parte l'antipatia per capire come la campana ora suona per loro ma domani o dopo suonerà per tutti noi - anzi per molti ha già suonato.

Intendo dire: i conducenti di auto bianche sono obsoleti, è evidente. Oggi c'è Uber, c'è Enjoy, c'è Car2go, ci sono pure ZigZag e Scooterino, e tutte o quasi funzionano meglio, a minor prezzo. Tra un po' ci sarà pure l'auto che si guida da sola e buonanotte, il taxista finirà come il casellante, il linotipista, lo spazzacamini. Finito, over, altro che bloccare le piazze.

E noi festeggeremo, perché come consumatori-utenti saremo meglio serviti.

Poi però accadrà che altre tecnologie - altre app, altri sensori, altri robot, altri outsourcing, altre intelligenze artificiali - renderanno altrettanto obsoleto quello che facciamo noi, cioè il nostro modo per portare a casa un reddito. Ci saranno soluzioni più soddisfacenti per i consumatori di quanto siamo noi, a un costo minore. Nessuno, fuori, ci rimpiangerà.

Ecco: allora, a quel punto: ci sarà qualcuno che ci accompagnerà nel mondo nuovo?

Ci sarà una politica che non potendo né volendo proteggerci come categoria (giustamente, siamo obsoleti) ci proteggerà come persone?

Ci sarà un modo per garantire un minimo di continuità di reddito in questo passaggio strutturale (ed epocale) verso il mondo in cui il lavoro umano sarà rarefatto?

Ci sarà qualcuno che si occuperà di redistribuire alle persone rese obsolete dalla tecnologia i profitti miliardari dei proprietari delle app, dei robot, delle piattaforme e del resto?

A me la questione dei tassisti - dei "detestabili" tassisti - oggi fa venire in mente questo, soprattutto.

E il resto, che ne consegue, cioè appunto la politica.

* * *

L'altro giorno il mio amico Fabio Chiusi si chiedeva su Facebook se qualcuno avesse capito su quali idee si stesse rompendo il Partito democratico: «Io non ne vedo nessuna», aggiungeva.

Anch'io, da tossico attaccato allo streaming per tutta la domenica o quasi, avevo notato quanto poco al Grand Hotel Parco dei Principi si fosse parlato di politica: di cose da fare o da non fare in Italia e in Europa.

La narrazione mediatica, però, dava genericamente per scontato che ci fosse in quel partito una "sinistra" contrapposta a Renzi e ai suoi.

Pur rischiando di guastare la festa a tanti che oggi per avversione a Renzi provano simpatia verso i fuoriuscenti, fatico a ricordare o a individuare negli esponenti di questa minoranza (che del Pd è stata in passato maggioranza) idee e prassi politiche così diverse da quelle implementate da Matteo Renzi. Il Pacchetto Treu era la mamma del Jobs Act, per esempio. La Bicamerale era la nonna del Patto del Nazareno. Il vecchio Pd inseguiva Casini e Monti, quello attuale governa con Alfano e Lorenzin. Il vecchio Pd riformava la Costituzione con il pareggio di bilancio, quello attuale ci ha provato con la riforma Boschi.

E adesso?

Lo vedremo, dalle cose vere.

* * *

Sono partito dai tassisti, ma quasi come metafora. Perché, per quanto ci possano stare sulle scatole, oggi sono tra quelli più vicini al Grande Nulla che si sta divorando tutto. Sono cioè una categoria obsoleta. E siamo tutti in coda, dietro di loro, in attesa del nostro turno.

Occuparsi di politica oggi è pensare a come proteggere le persone che sono già state divorate, quelle che sono in procinto di esserlo, quelle che lo saranno domani o dopo. Occuparsi di politica è accompagnare le persone nel passaggio strutturale ed epocale che stiamo vivendo. Tutte.

Se non si saprà proteggerle - garantendone gli strumenti per un'esistenza decente e dignitosa dalla culla alla tomba, proprio come nelle vecchie socialdemocrazie scandinave - queste persone cercheranno inevitabilmente altro. Come un capo autoritario, ad esempio. Come la guerra agli altri popoli. Come la guerra interna a ogni popolo.

È paradossale, ma forse anche un po' criminale, che mentre dalla società si alza questo urlo di solitudine e disperazione - se volete, pure di follia, ma di causata follia - tutta la politica o quasi parli di se stessa e si occupi di se stessa: gruppi, cordate, correnti, voltafaccia, ambizioni, personalismi, litigi, ammiccamenti, posizionamenti e così via all'infinito. E non solo attorno al Pd, s'intende: dappertutto o quasi. Con poche, pochissime eccezioni.

Questa sì è una vera, drammatica scissione: quella tra il dibattito politicienne e l'urgenza di protezione delle persone sballottate dal reale, dai suoi mutamenti strutturali, dalla sua forza veloce e bulimica che non guarda in faccia a nessuno.

E allora forse questo è quello che ciascuno di noi dovrebbe chiedere al politico e al partito a cui si sente oggi più vicino: basta occuparvi di voi, occupatevi di noi. Senza alcun "populismo", senza alcun qualunquismo: ma occupatevi del reale, per favore, delle cose vere. E fatelo prima che sia tardi.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Sul Pd non ho nulla da scrivere,mi stavano sugli zebedei al tempo di D'Alema,Veltroni,e mi sa di poco pure Bersani,mi ha sempre dato l'idea di eterno indeciso,anche se riconosco in lui una certa genuinità.

Sui taxisti che dire,al di là delle sfumature antipatiche che ha inserito,questi sono incazzati neri,poiché chi più,chi meno ha sborsato non poco per la licenza,il mondo che cambia irreversibilmente li fa reagire in questo modo.

Ha voglia nel fare l'elenco delle professioni sparite e che spariranno,mi auguro che nasceranno altre possibilità di occupazione,altrimenti rimarrà il ritorno alla coltivazione e all'allevamento,solo per sopravvivere naturalmente.

Aggiungo sul tema dei taxisti,Uber,etc,etc.

Perlomeno Uber e chi fa servizi di trasporto persone,oltre pagare le tasse,dev'essere necessariamente obbligato per chi guida e porta persone a destinazione,di prendere una patente appropriata,poiché un conto è il trasporto privato,un altro è quello collettivo,discorso a parte va per i blablacar,li si decide di condividere organizzandosi con un certo tempo.

I.S.

iserentha@yahoo.it

domenica 19 febbraio 2017

Pd:Finalmente i separati in casa si dividono,o così pare!

















Ladri di politica

di Alessandro Gilioli

Non so se è solo mio o di pochi - o invece è diffuso - il senso di attonito straniamento rispetto allo spettacolo offerto in quest'ultima settimana da quelle parti politiche che erano nate (o almeno dicevano di essere nate) per rappresentare, in Italia, la parte più bassa e numerosa della piramide sociale: i ceti poveri, quelli impoveriti, quelli fragili, quelli sommersi dalla velocità e dalla voracità del capitalismo più recente.

Attonito straniamento non solo rispetto al Pd - e alle sue improbabili, impresentabili, inguardabili cordate di potere - ma più in generale rispetto a tutto o quasi il teatrino che ci sta attorno, comprese le sinistre più o meno "radicali" che si accoltellano intorno alla questione se si può essere più o meno alleati di un altro partito in cui nel frattempo ci si accoltella attorno ad antiche oligarchie spodestate e a ex spodestatori già rampanti ma precocemente invecchiati nel somigliare alle stesse oligarchie che avevano spodestato.

E in tutto questo, niente di reale: niente che somigli a questioni vere, alla società fatta a coriandoli, al 'tutti contro tutti' diventato cifra del nostro vivere quotidiano, alle persone che a milioni hanno perso identità e prospettive, ideali e tranquillità. Che hanno perso allo stesso tempo l'oggi, il domani e il dopodomani.

E sono rimaste sole.

Sono rimaste sole perché c'è un dentro - i partiti, le loro surreali lotte intestine, i loro esponenti che si insultano sui media - e c'è un fuori, dove si parla d'altro e si teme altro, e si guarda a quei partiti come se fossero tutti alieni, pazzi, o tutt'al più appunto teatranti, intrattenitori. Che litigando ci fanno distrarre dalla nostra vita vera, dai nostri problemi veri, dal nulla in cui siamo stati cacciati.

Dentro, ci sono i pochi tifosi di questo o di quello: con la giugulare gonfia e l'insulto rapido, con le proprie ragioni di setta e i propri amori tribali, con il proprio capo di riferimento che rappresenta da solo il bene e il giusto.

Fuori, ci sono tutti gli altri: spaesati, stanchi, disillusi, distaccati, indifferenti, malfidenti, distratti. Alcuni - pochi - incazzati, come me: e timorosi che appena l'orchestrina finisce il concerto, lì sul Titanic, ci sarà da ammazzarsi per salire sulle scialuppe.

Ma molti di più sono semplicemente i lontani, i lontanissimi da chi è rimasto dentro a parlarsi addosso.

Poi finirà, in qualche modo.

E "passerà questa pioggia sottile, come passa il dolore".

Resta ancora da capire, però, cosa resterà dopo.

Se le macerie renderanno fertile il terreno o se al contrario nulla vi crescerà più per anni.

Se avrà di nuovo senso la politica come strumento per immettere buone cause nel reale e provare a creare valore nel mondo o se al contrario la politica ci sarà stata derubata irreversibilmente.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Sulle riflessioni che ha fatto dei mariuoli della poitica va tutto bene,ma sono anni che in quella congrega sono dei separati in casa,che cosa ci stiano a fare tutti insieme,pare surreale.

Cosa riusciranno a organizzare Emiliano,Pisapia,Rossi e compagnia bella non.ne ho idea,ci vorrebbero dei giovani nel portare un po' d'entusiasmo,ma quelli ormai si rivolgono a Salvini e ai 5s.

Prevedo.tempi lunghi per un reset socialdemocratico,e dire che ce ne sarebbe bisogno subito con il disastro economico-sociale che stiamo vivendo,nel frattempo banche e imprenditori si fregano le mani.

Chi rimarrà con Renzi e soci,rimanga pure con la nuova democrazia cristiana 2.0,se qualcuno non se n'è ancora accorto si svegli dal torpore.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 18 febbraio 2017

Politecnico di Torino:L'ironia dello studente Marco Rondina verso le autorità presenti






Ha spiazzato la platea lo sveglio studente del Politecnico,sono sorrisi amari quelli che ho visto nel filmato,almeno sicuramente i personali,ha descritto un'Italia che non c'è,e chissà nonostante l'auspicio del medesimo,se mai ci sarà.

E' vero,abbiamo dei professionisti validissimi in questo paese,di pari passo a studenti come Marco,peccato che siano gestiti dal potere in un modo ignobile.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 15 febbraio 2017

Tutte le correnti del Pd meno una














Di montagna, animisti o problematici: guida pratica alle correnti dem

di Alessandro Robecchi

Sperando di fare cosa grata ai lettori e di aiutarli a districarsi nell’appassionante discussione interna al Pd, elenchiamo qui di seguito le principali correnti del partito di maggioranza relativa. Due avvertenze. La prima: tutto può cambiare da un momento all’altro, un Franceschiniano Rinato del Settimo Giorno può diventare Orfiniano Crudista in poche ore; e allo stesso modo un Cuperliano Ortodosso è un attimo che ce lo ritroviamo Giovane Turco ascendente Orlando. La seconda: nessun militante del Pd è stato maltrattato per realizzare questa ricerca, anche se molti si sono gravemente feriti da soli in questi anni.

Renziani di rito ortodosso. Cominciano la giornata con il saluto al sole, di cui hanno proposto una riforma in senso liberale scritta da Maria Elena Boschi. Non mancano piccoli distinguo e sotto-correnti, divise soprattutto sul modo di essere renziani. Chi preferisce il metodo dolce come l’Area Delrio (tisane, pranoterapia, massaggi plantari) e chi invece teorizza l’approccio muscolare come i Lottiani Metodisti (nomine, deleghe all’editoria, fustigazione con le ortiche).

Renziani che leggono gli annunci di lavoro. E’ una corrente in costante crescita. La filosofia che la ispira è semplice: non bisogna aspettare di rimanere disoccupati per cercare lavoro, ma è bene guardarsi in giro per tempo. Così scorrono le inserzioni e valutano offerte. La voce che gli Orlandiani facessero sconti fino al 30 per cento sugli pneumatici invernali si è rivelata infondata, ma ha causato qualche sbandamento.

Gentiloniani. Corrente attendista che osserva e aspetta gli sviluppi della situazione, composta per il momento dal 76 per cento di Paolo Gentiloni.

Franceschiniani di pianura. Forza schiacciante nei gruppi parlamentari, decisivi nella composizione della maggioranza del partito, hanno sviluppato straordinarie capacità di adattamento e mangiano di tutto. Particolarmente temuti dai Renziani ortodossi per la capacità di muoversi in branco verso chi vincerà, chiunque sia.

Franceschiniani di montagna. Identici in tutto per tutto ai Franceschiniani di pianura a parte le scarpe e il cervello più ossigenato dall’altitudine. Si sono formati politicamente sui romanzi del capocorrente Dario Franceschini prima di scoprirne il prezioso uso come sottopentola.

Giovani Turchi. Corrente di difficile decrittazione, perché divisa in sottocorrenti contrapposte. I Giovani Turchi di Orfini sembrerebbero una costola dei Renziani Ortodossi ma meno forti alla Playstation, mentre i Giovani Turchi Orlandiani teorizzano una specie di “renzismo senza Renzi” che aprirebbe le porte a un “orlandismo con Orlando” per cui sarebbe indispensabile l’appoggio dei Franceschiniani di pianura e di montagna.

Martinitt. Seguaci del ministro Martina, alleati dei Renzisti Ortodossi, ma fortemente critici su aspetti fondamentali della linea del segretario, come la ricetta della ribollita e la campagna acquisti della Fiorentina. Facevano inizialmente capo alla corrente “Sinistra è cambiamento”, poi diventata “Sinistra, eh, cambiamento”, poi diventata “Sinistra, e il cambiamento?”

Martinitt Problematici. Amici su Facebook di Cesare Damiano, facevano parte anche loro della corrente “Sinistra è cambiamento” di Martina, ma poi gli si è rotto il navigatore e ora vagano un po’ confusi alle isole Svalbard. E’ stata allestita una squadra di ricerca e recupero.

Cuperliani animisti. Niente da dire, è proprio un bell’uomo.

Bersaniani brut metodo champenoise. Il colore giallo paglierino è dato dai numerosi insulti ricevuti dai Renziani Ortodossi in tre anni di invecchiamento. Sono gli unici che si ostinano a dire che là fuori c’è un Paese pronto a gettarsi nella braccia delle destre. La risposta dei Renziani Ortodossi è: “Più di così? Impossibile”.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Oltre tutte le ridicole correnti che ha sapientemente preso per i fondelli,chissà se da alcune settimane c’è anche quella di una fondazione,quella che per riconoscerla è a forma di baffettini.

Uno tra i tanti di quella congrega,che avrebbero dovuto fare altro nella vita dopo il 4 dicembre,tutti quanti con la faccia da “Giachetti pensiero”,e che hanno davvero a cuore la sorte del paese…..

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 8 febbraio 2017

La lettera di Michele:Uccidersi a trent'anni per mancanza di competitività











CLICK PER CHI VUOLE LEGGERE LA LETTERA SUL MESSAGGERO VENETO

Michele, i suoi genitori, il modello unico

di Alessandro Gilioli

Oggi vorrei parlarvi di Michele, anzi dei genitori di Michele.

Michele, forse l’avete sentito o letto da qualche parte, era un ragazzo di 30 anni che prima di suicidarsi ha scritto una lettera su diverse cose, tra cui il suo infinito precariato, la sua stanchezza di perdente della società, la sua lotta quotidiana per sopravvivere.

Ma più che di Michele - appunto - vorrei parlare dei suoi genitori.

Che con un atto di coraggio, di imprudenza, forse di sfida, di impudicizia hanno deciso di rendere nota la lettera del figlio, inviandola al Messaggero Veneto, e chiedendo di pubblicarla in quanto denuncia.

La morte di un figlio, che è la peggiore delle disgrazie possibili per un essere umano, a volte fa scattare una molla nei genitori, fa scattare nei loro cuori la voglia di combattere contro le cause di quella morte.

È piuttosto frequente, lo avrete notato: papà e mamme a cui muore un figlio per un incidente stradale diventano attivisti per la sicurezza stradale, quelli a cui muore un figlio per via delle droghe diventano attivisti nella lotta agli stupefacenti e così via.

Ecco, anche i genitori di Michele - chiunque essi siano, comunque si chiamino - nel pubblicare la lettera denuncia del figlio hanno deciso di farsi attivisti contro le cause della sua morte.

Quindi contro il precariato, certo, dato che il ragazzo prima di uccidersi dice di non poterne più di inutili colloqui, di rifuti, di pacche sulle spalle e via.

Ma c’è di più. c’è altro. Michele nella sua lettera racconta infatti, più ampiamente, la sua vita di sconfitto.

Sconfitto nei riconoscimenti, nella socialità, nei punti di riferimento.

Michele è stato ucciso da qualcosa di ancora più grande del precariato, che è il vincismo.

Cioè quell’ideologia secondo la quale se non sei un vincente, sei uno sfigato. Se non sei un vincente, devi soffire. Se non sei un vincente, non meriti di essere accolto dalla società.

È l’estensione del dominio e della lotta, come ha scritto Houellebecq in uno dei suoi libri più belli. È il darwinismo sociale e universale, invasivo e totalizzante. È il mantra della competizione, è la pessima storiella del leone e della gazzella che devono correre uno più in fretta dell’altro per farcela.

A un certo punto qualcuno si rompe le balle di correre. A un certo punto qualcuno si ferma, e che sia quel che sia. Tenetevelo voi questo modello di pianeta in cui se non corri e non arrivi primo non hai diritto nemmeno a una briciola di felicità. Tenetevelo voi, ha scritto Michele, «io non c’entro nulla con tutto questo», testuale, e poi: «Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico (...) Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico modello possibile, il modello unico non funziona».

E ancora: «Siete voi che fate i conti con me, non io con voi».

Ha ragione, Michele, siamo noi che dobbiamo fare i conti con lui. O meglio siamo noi - noi che per ora siamo rimasti qui, nella vita - a decidere se il modello vincista da cui lui è scappato è davvero l’unico possibile, se scapparne è l’unica chance, o se è possibile provare a cambiarlo, almeno un po’.

I suoi genitori, rendendo nota la lettera e chiedendone la pubblicazione, si sono fatti attivisti di una possibilità di cambiamento, di cambiamento del modello vincista, del modello in cui a ogni cosa è esteso il dominio ed è estesa la lotta.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Auguro ai genitori di Michele di poter avere l'unica soddisfazione a cui tengono,ovvero d'assistere a un minimo cambiamento di una società così asfissiante nella competizione,affinchè l'estremo sacrificio delle persone come Michele abbia un senso.

Non aggiungo altro,il realismo su come è fondata l'attuale società svilirebbe quella lettera,non se lo meritano.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 6 febbraio 2017

Trump,Le Pen e le alternative?











Il grande bivio degli sconfitti

di Alessandro Gilioli

L'economia globale contemporanea che «consiste nel vendere a dei disoccupati prodotti fatti da schiavi» è sicuramente frase iperbolica, retorica e "populista".

Tuttavia è difficile dire che non colpisca il cuore e la carne di alcuni milioni di persone: gli sconfitti dei grandi cambiamenti degli ultimi decenni, i famosi forgotten della globalizzazione, insomma quelli che in Occidente hanno visto peggiorare e non migliorare le proprie condizioni e, soprattutto, le proprie prospettive.

La frase in questione non l'ha detta un leader di sinistra, ma Marine Le Pen, ieri, a Lione, nel comizio con cui ha lanciato la sua campagna elettorale. Un discorso tutto centrato sulla questione della protezione: protezione dei confini, protezione dell'identità nazionale, protezione dal terrorismo islamico, protezione dagli effetti dei mercati, protezione delle classi sociali più basse, protezione delle pensioni.

Anche il discorso di Trump, il 20 gennaio scorso, era tutto centrato sulla parola "protection".

Non interessa qui prevedere se e come Trump - e magari Le Pen - saranno in grado di dare realmente più protezione ai loro cittadini, ed eventualmente a discapito di chi, in cambio di che cosa.

Quello che invece salta agli occhi con ogni evidenza è la forza dirompente di questo meme, la protezione, che sta sostituendo quello prevalente degli ultimi decenni, cioè la competizione.

Quando caddero i regimi comunisti - che ai loro cittadini garantivano casa e lavoro, seppur sotto dittatura - ci fu spiegato non senza ragione che tra le cause di quel crollo c'era l'assenza di competizione. Che aveva portato le economie di quei paesi allo stallo, e a perdere la sfida con l'Occidente. Le scassate Trabant di Berlino est messe a confronto con le fiammanti Audi dell'Ovest erano la rappresentazione plastica di quel fallimento comunista. Da un lato le economie della competizione, che stimolavano inventiva, creatività, impresa e quindi produzione di valore; dall'altro le economie pianificate che soffocavano ogni impresa, ogni idea, ogni innovazione, e quindi si impaludavano nella redistribuzione della povertà.

Di qui, da quel confronto con un vincitore chiaro, l'illusione che non ci fosse più storia: che la competizione tra mercati sempre più liberi e intercomunicanti sarebbe stato l'ineluttabile, radioso e pacifico destino del genere umano.

Qualcosa, invece, è andato storto.

Qualcosa dev'esser andato molto storto se meno di trent'anni dopo è arrivata una retromarcia così clamorosa: e la Brexit, e Trump, e adesso la Le Pen unica candidata in Francia sicura di arrivare al ballottaggio.

E qualcosa dev'essere andato ancora più storto se il concetto di protezione è diventato trademark della destra (area che tradizionalmente puntava invece sulla competizione) mentre la competizione è rimasta bandiera delle Hillary Clinton, dei Renzi e dei Macron, che di queste neodestre sarebbero avversari o almeno competitor elettorali.

Si sa che la pulsione alla protezione è propria delle epoche in cui le cose non vanno bene (e allora si sente l'esigenza dell'intervento dello Stato) mentre quando tutti pensano di poter migliorare la propria condizione, ecco che lo Stato non lo si vuole più tra i piedi, "basta lacci e laccioli".

Quindi questa prevalenza della protezione sulla competizione è anche dovuta a fattori contingenti, cioè la crisi iniziata nel 2008.

È tuttavia opinione abbastanza comune che gli effetti di questa recessione non saranno brevi, anzi dureranno molti anni, quindi è improbabile che la tendenza si inverta sul breve.

Quindi, al netto di ogni giudizio valoriale e/o ideologico sulla competizione, credo che una sinistra ancorata al dogma degli ultimi trent'anni - "viva la competizione perché crea più ricchezza" - sia destinata a perdere ancora molto a lungo. E a lasciare spazio ai Trump e alle Le Pen, se questi sono gli unici a rispondere al bisogno di protezione.

Ecco perché chi si sente lontano dalle ricette con cui i Trump e le Le Pen pensano di rispondere a questo bisogno - nazionaliste, militariste, autocratiche e xenofobe - farebbe oggi molto male ad arroccarsi nei dogmi competitivisti.

E dovrebbe caratterizzarsi invece per una radicale protezione solidale: welfare, casa, scuola, salute, diritti universali e continuità di reddito.

È questa, oggi, l'unica alternativa possibile alle estreme destre. È questa l'unica possibilità di offrire agli sconfitti un bivio, l'unica chance per non spedirli a milioni verso i nuovi fascismi.

Ed è, credo, l'unica issue su cui valga la pena discutere, invece di stare a fare i violinisti sul Titanic baloccandoci su Emiliano contro Renzi, Raggi contro Lombardi, Fratoianni contro Scotto - e altre simili inutilità.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Siamo sempre stati indietro ai movimenti che si affermavano altrove,politici,sociali,musicali,e chi più ne ha,ne inserisca degli altri.

Direi che l'aspetto dei neofascismi che si stanno affermando in modo così diffuso,una tantum può anche far piacere se qui momentaneamente ne esiste quasi un surrogato,mi riferisco alla Lega che dall'idea padana ora si sta sforzando di diventare nazional-popolare,ma al di là del felpato,purtroppo scimmiottando male ciò che potrà venire a galla,potrebbe risultare ancora più deteriore.

Ci sono dei ritardi allarmanti nel far emergere alternative alle destre protezioniste,Trump negli States negli anni che verranno,prendendo atto dei vespai che sta scatenando,potrebbe essere lo spunto nel far nascere e dar forza a politiche diverse,poichè se si aspetta questa comunità europea,nella quale sempre più delusi non sanno dove sbattere la testa,le speranze sono finite già dall'altro ieri.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 1 febbraio 2017

Ricchi premi e cotillons per spodestare Gentiloni da Palazzo Chigi













Trova il modo di cacciare Gentiloni: ricchi premi da un blogger di Rignano

di Alessandro Robecchi

Un blogger di Rignano sull’Arno ha recentemente lanciato un Concorso Nazionale di Idee per un grande progetto a medio termine (giugno). Titolo del concorso: “Pensieri, visioni e idee per cacciare Gentiloni e tornare a Palazzo Chigi”. Aperto a tutti, il concorso ha stimolato la fantasia degli italiani e sono giunte migliaia di relazioni, alcune dettagliate, altre anonime, una testa di cavallo, un gatto morto e numerosi studi statistici. Il lavoro di selezione è stato lungo e faticoso: si sono scartate prima di tutto le prove fotografiche poco credibili. Gentiloni in lamé azzurro che entra in un locale di lap dance di Alba Adriatica era chiaramente un maldestro fotomontaggio, mentre sulla foto taroccata di Gentiloni che spara a un cucciolo di foca il segretario ha esitato un attimo, scartandola a malincuore.
Ma ecco le proposte vincenti per le tre sezioni del concorso “Cacciare Gentiloni”.

Le termiti – Animale voracissimo e maledetto, la termite può mangiarsi un palazzo in pochi giorni, specie se c’è molto legno dentro. Per esempio Palazzo Chigi. Basterebbe introdurre poche centinaia di animaletti (Maria Elena può portarne dentro una decina al giorno nella borsetta). Seguirebbe l’evacuazione di Gentiloni e l’arrivo (da Rignano) di una squadra specializzata in disinfestazione e ripristino. Grande allarme popolare e richiesta elezioni subito. Il progetto sarebbe economico e veloce. Vantaggi: Gentiloni uscirebbe di corsa. Difficoltà: cambiare la serratura in pochi minuti. Imprevisti: l’opinione pubblica, vedendo le termiti che si mangiano Palazzo Chigi potrebbe simpatizzare con gli odiosi animaletti. La proposta è stata presentata da Alberto U., di Portogruaro, che vince 80 euro.

Il testamento – L’idea è vecchia e venne per primo a Ottaviano nel 32 avanti Cristo. Fece leggere in Senato il testamento di Marco Antonio mentre quello era vivo e vegeto, documento che fece incazzare un po’ tutti e portò alla guerra con Cleopatra e Marco Antonio. Un gioco da ragazzi. Un testamento di Gentiloni abilmente realizzato in una tipografia di Rignano, potrebbe smuovere le acque e portare al voto entro giovedì pomeriggio. Qualcosa tipo “Lascio l’Eni alla mia vecchia maestra”, oppure “per quanto riguarda il gettito Irpef del 2017, lo lascio tutto a mio cugino Pino”. Vantaggi: con 25 euro di tipografia e due timbri falsi è tutto sistemato. Difficoltà: scrivere un buon falso senza espressioni toscane o frasette cretine sul futuro. Imprevisti: l’opinione pubblica potrebbe valutare che l’Eni in mano alla vecchia maestra…, perché no? La proposta è stata presentata dal professore di storia Federico S., di Caserta, che vince un bonus di 500 euro spendibile al Trony di Rignano.

Manovra correttiva – Il primo premio va alla proposta più praticabile e di fatto già in corso, si tratta solo di indirizzare gli eventi. Gentiloni deve trovare da qualche parte 3,4 miliardi per sistemare i casini di Renzi. Così Renzi può ritirarsi in campagna a fare il blogger indignato, mentre Gentiloni fa la figura di quello che aumenta le tasse. Allora Renzi dice che quando c’era lui i treni arrivavano in orario e chiede di votare subito, al massimo sabato mattina, perché non si può continuare in questa situazione, bisogna dare una scossa all’economia e parlare un po’ del futuro, che sarebbe lui. Vantaggi: apre Eataly a Belluno. Difficoltà: a parte Orfini, Maria Teresa Meli e l’Unità, non ci cascherebbe nessuno. Imprevisti: il piano necessita una massiccia azione di ipnosi su quaranta milioni di elettori, che sarebbe costosa. In più, già ipnotizzati una volta per la durata di tre anni, i pazienti potrebbero risultare refrattari. Il piano è stato comunque premiato come l’unico attuabile e ha la percentuale di riuscita dello 0, 00000045 per cento. Secondo gli esperti è più facile vincere all’Enalotto in una ricevitoria di Rignano.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Eh si,è finito il tempo dell’anfant prodige,in cui bastava l’hastag #enricostaisereno,per essere appoggiato dal sistema economico-finanziario e balzare a Palazzo Chigi nel giro di poche settimane,oltre a riuscire a sfanculare Gentiloni,toccherà incassare anche i voti.

Quando si andrà a votare non lo so,fantasie creative o meno c’è una certezza,dovrà tenersi buono lo zio caimano,saranno anni di larghe intese e solito pantano sociale.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 25 gennaio 2017

L'uomo forte:Trionfa il solito desiderio degli italiani















Otto italiani su dieci cercano l’uomo forte. Ma pure un buon medico

di Alessandro Robecchi

I sondaggi parlano chiaro: otto italiani su dieci vogliono l’uomo forte, il leader carismatico, il Capo. Uno che decide, uno così forte che se non sei d’accordo solleva una lavatrice e te la tira in testa, un mix tra Obelix, Zorro e Kim Jong-un, ma pettinato meglio. E’ un mito divertente, questo dell’uomo forte che comanda da solo, ogni tanto torna su come la peperonata, ma i risultati degli uomini forti sono lì da vedere: non proprio da vantarsi, ecco. L’ultimo uomo forte che ci è toccato andava in giro con quelle facezie degli otto milioni di baionette e dell’Italia inarrestabile potenza, e poi – dopo qualche milioncino di morti – s’è visto, l’hanno beccato che scappava in Svizzera, tragico fantozzismo prima di Fantozzi.

Dopo, solo caricature e smisurate ambizioni. Ma soprattutto prodigiosi abbagli di chi scambiava per “uomo forte” il primo che passava, osservandone il triste tragitto da dono della provvidenza a figurante generico, a volte nel giro di qualche mese, tra lo sconcerto generale e le risate in sottofondo. Abbagli così grossi che vien da pensare che otto italiani su dieci non abbiano solo bisogno dell’uomo forte, ma anche di un dottore bravo, e in fretta. Per esempio in certe valli del Nord ci fu chi scambiò per uomo forte Umberto Bossi, partito minacciando fucilate e arrivato con la ristrutturazione del terrazzo, i dané alla scuola della moglie, per tacere dei geniali rampolli. Tratto distintivo: parlare di rivoluzione e incendiare gli animi, e poi quietarsi nelle faccenduole dei piccoli cumenda prealpini, piazzare figli e famigli, piccolo cabotaggio.

E poi, uomo fortissimo, Silvio buonanima, che sembrava l’ammazzasette, quello col sole in tasca, quello del “ghe pensi mi”. Chissà quanti degli otto-su-dieci che oggi vogliono l’uomo forte pensarono, ai tempi, che fosse lui. E chissà quanti, sempre del campione rappresentativo, cambiarono un po’ idea vedendolo forte, fortissimo, nel farsi gli affari suoi, in una ragnatela di conflitti d’interesse, furbizie, leggi su misura, per tacere delle señoritas che un pochino ne minarono il carisma andando in giro a dire che l’uomo forte, quello della Provvidenza, l’unto dal Signore, aveva – questo ammazzerebbe anche Maciste – “il culo flaccido”. Tristezza.

Minimo comun denominatore dell’uomo forte made in Italy, il disprezzo per gli intellettuali. Poggiando la sua visione del mondo sul pensiero elementare che le cose sono semplici a meno che qualcuno non le complichi riflettendoci sopra, l’uomo forte detesta chiunque abbia un pensiero complesso. Famosa la frase dell’uomo forte Bettino Craxi sugli “Intellettuali dei miei stivali”, che come si sa non è solo un modo per attaccare gli uomini di cultura, ma soprattutto un lisciare il pelo ai mediocri e aizzarli contro quelli che usano la testa. Una cosa che fa scopa coi “Professoroni” della coppia Renzi-Boschi: insofferenza suprema per i caca-dubbi che dissentono, mentre lui, l’uomo forte, non vuole ostacoli sul suo cammino, e ogni intoppo è un attentato alle sorti progressive e luminose eccetera eccetera. Ave, Matteo, rottamati te salutant, e alla fine te salutant anche tutti gli altri, il giorno del referendum. Si suppone, nei giorni leopoldi de #lavoltabuona, uno sfrenato entusiasmo di quegli otto-su-dieci che presero un’altra cantonata. Poi, quando si vede che l’uomo forte ha lasciato solo macerie (nel Paese, nella società, nel suo partito, colpevole di non essere abbastanza suo), quelli mica cambiano idea e dicono “Mah, questa dell’uomo forte forse è una cazzata”. No, maledetti, insistono e ne vogliono un altro. Chissà, forse sarebbe il caso di valutare l’ipotesi che gli uomini forti, come i telefonini e le riforme del lavoro, noi non li sappiamo fare. Ci vengono male. Storti. Difettosi. Sarebbe meglio non insistere con gli esperimenti.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Risultano mortificanti per un intero popolo i limiti che ha espresso in questo post,talmente invalicabili che la momentanea alternativa allo sfacelo degli uomini forti che si sono succeduti,pare anch’essa partorita da un progetto schizoide.

Avanti un altro,e se dovesse essere una minestra riscaldata alla rignanese,perlomeno vedremo una replica di un film già visto.

Lo abbiamo capito definitivamente,come mai non ci sia mai stata una rivoluzione su queste latitudini.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 24 gennaio 2017

Fare domande e critiche su Rigopiano,senza essere accusati di sciacallaggio









CLICK IL FATTO QUOTIDIANO LUISELLA COSTAMAGNA

Tutte domande assolutamente lecite,su tutta la penisola si è edificato diffusamente in modo abusivo,che ci siano drammi non è sorprendente,direi che sono tutti annunciabili.

Poi sul Gran Sasso i mezzi spartineve,frese,etc,etc,dovrebbero essere numerosi e in piena efficienza,assolutamente un'altra storia da quello che è emerso.

S'immagini un giorno se dovesse eruttare il Vesuvio in modo improvviso e esplosivo,la carneficina che ne seguirebbe sarebbe tremenda,ci sono troppe realtà fuorilegge,la rincorsa alla legalità è impossibile.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 23 gennaio 2017

Quando "noi siamo noi e voi non siete un cazzo" è sempre attualissimo










Si fa presto a dire Casta

di Alessandro Gilioli

il 2017 celebra, tra i suoi anniversari, i dieci anni di un libro che ha segnato il dibattito politico italiano a qualsiasi livello, dal Parlamento ai social network: “La casta”, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, oltre un milione di copie vendute, dozzine di spin off e di tentativi d’imitazione.

Il successo del libro di Stella e Rizzo fu una tempesta perfetta. Alla completezza del lavoro svolto dai due giornalisti si aggiunsero infatti altri fattori esterni che contribuirono alla sua esplosione.

Fra questi, almeno due vanno citati: primo, la crisi economica che dì lì a pochissimo avrebbe gravemente peggiorato le condizioni di vita del ceto medio; secondo, la legge elettorale entrata in vigore l’anno prima, che aveva l’effetto (e forse lo scopo) di rinchiudere la classe politica in una roccaforte di cooptazioni e nomine reciproche.

In altre parole, mentre usciva “La casta” l’Italia diventava più povera, i giovani più precari e le partite Iva più tartassate, mentre le banche iniziavano a centellinare il credito ai piccoli imprenditori per riservarlo solo ai giganti dei salotti buoni; contemporaneamente, il Palazzo - con le sue liste bloccate che solo molti anni dopo sarebbero state bocciate dalla Consulta - pensava a proteggere se stesso, chiudeva i canali di collegamento con la cittadinanza, scavava un solco tra sé e il Paese.

Alla pubblicazione del libro - e dato il suo straordinario boom diffusionale – seguì la nascita di un genere giornalistico altrettanto di successo, che rivelava ogni tipo di privilegio, prebenda, spreco e immunità del ceto politico: dal menù dei senatori fino ai voli blu dei ministri al Gran Premio, dai vitalizi degli ex parlamentari ai rimborsi-monstre dei consiglieri regionali.

La nascita del Movimento 5 Stelle fu, non a caso, contestuale a quest’ondata di risentimento nei confronti di quello che veniva ormai vissuto come un circolo chiuso di super privilegiati, i politici, occupati a proteggere se stessi: e anche il primo V-Day di Beppe Grillo è del 2007 (all’inizio di settembre).

Ma se a incassare il maggior dividendo politico della rabbia anti casta furono fin dall’inizio i grillini, anche nel Pd c’era chi faceva sua la stessa battaglia, almeno negli intenti dichiarati: era la corrente dei futuri rottamatori, nata attorno al gruppo de iMille sempre nello stesso periodo, tra il 2007 e il 2008. Lo stesso Renzi, ancora nel 2013, si opponeva alla candidatura di Anna Finocchiaro al Quirinale perché la senatrice usava «la scorta come carrello umano» all’Ikea, promettendo che lui invece la coda di auto blindate non l’avrebbe mai avuta perché «mi protegge la gente» (febbraio 2014); e uno dei suoi primi gesti da premier fu mettere all’asta 170 auto blu su eBay. Perfino nel recente referendum costituzionale, il renzismo ha puntato sul sentimento anti casta caratterizzando la comunicazione per il Sì con slogan come «tagliare le poltrone» e «ridurre i costi della politica».

Dieci anni dopo, però, è cambiato qualcosa - e anche il fallimentare esito di quella campagna ce lo suggerisce.

Non tanto nei confronti dei politici, la cui reputazione continua a essere bassa, quanto nel significato del termine “casta”. A cui si sono non a caso affiancati, nel lessico del dibattito politico, altri vocaboli come «élite» ed «establishment». Che non indicano necessariamente chi occupa una carica istituzionale, ma più in generale le classi dirigenti.

Oggi come casta, insomma, s’intende sempre di più un’entità mista, qualcosa che somiglia a una rete di collegamento tra parte della politica, dell’economia pubblica e privata, della finanza e anche delle fasce di benessere economico non toccate - anzi, spesso favorite - da questi anni di crisi. In un’accezione più larga, quanti abitano nei primi municipi delle metropoli, isole circondate da un colore diverso quando si va ad analizzare come si è votato, vuoi per il sindaco vuoi al referendum. I “salvati”, insomma, in un Paese di “sommersi”.

È cambiata la casta, quindi. O quanto meno il suo percepito. I politici ne fanno ancora parte, ma non ne sono più esclusivisti. Anzi, spesso vengono visti solo come interlocutori complici e “riceventi ordini” di poteri che stanno altrove rispetto ai Palazzi.

Rischia di essere tuttavia ingenuo concluderne che questo sia il segno di un ritorno a una lotta di classe bidimensionale, ai “poveri” contro i “ricchi”. Perché le categorie contrapposte al cosiddetto establishment sono molteplici, molecolari e assai più sfocate, una volta spariti i vecchi blocchi sociali.
Quindi lo stesso concetto di casta assume, sempre nel percepito, risvolti e sfumature ulteriori: per i fattorini della “gig economy” (due euro a consegna) è casta anche il metalmeccanico con diritto alle ferie e tredicesima; per la partita Iva a 600 euro al mese (quando non si ammala) è casta anche il docente di liceo che porta a casa il doppio (e ha diritto ad ammalare); per l’under 30 che non vedrà mai la pensione, è casta lo zio che a 65 anni incassa regolarmente il suo assegno di riposo.

Quella che il sociologo Emanuele Farragina ha chiamato “la maggioranza invisibile” è insomma una galassia composita e sfrangiata, che vede come casta anche chi sta appena un gradino sopra e talvolta disprezza chi sta appena un gradino sotto (di solito: gli immigrati o gli zingari, i paria del nostro tempo).

Tutto questo ci riporta al significato originale del termine “casta”: un sistema fondato su scalini successivi. In cui nessuno può realisticamente ambire al grado superiore (il famoso ascensore sociale bloccato). E in cui le parcellizzazioni di condizioni e interessi nei gradini mediobassi e bassi impedisce che si sviluppino forme di solidarietà e coesione contro chi sta sulla punta, come invece avveniva ai tempi della lotta di classe duale o semiduale del Novecento.

In fondo Stella e Rizzo avevano azzeccato anche il titolo, con quel riferimento all’ordine gerarchico dell’India antica. Dieci anni dopo, l’unica variazione potrebbe essere passare dal singolare al plurale. Vale a dire che la casta non è più solo quella dei politici, ma un’élite intrecciata. Sotto la quale ci sono poi altre percezioni castali reciproche: quelle in cui sono o si sentono rinchiusi tanti pezzi diversi della società in lotta tra loro per la sopravvivenza.

E per questo incapaci di spezzare l’organigramma, di mettere in discussione la piramide.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Un dividi et impera perfetto,strategicamente voluto per molti versi e con un pizzico di fortuna nell'affermarsi,peccato che l'economia e lo sviluppo in questo modo si siano arenate in una palude senza speranza,almeno nell'occidente.

Per ciò che riguarda il nostro paese,nonostante il successo di Stella & Rizzo, e la presa di coscienza sugli intollerabili privilegi di alcune categorie,il trend è duro a morire,pare senza ombra di dubbio che la filosofia del "io so io e voi non siete un cazzo",abbia sempre molto fascino,e se per alcuni è più che lecito prenderla come regola,per la maggioranza seppur divisa rimane un mistero la convivenza.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 21 gennaio 2017

Le pagliuzze conficcate nell'occhio dei 5stelle,a confronto delle travi governative


CLICK IL FATTO QUOTIDIANO LUISELLA COSTAMAGNA

Tutto ciò che ha inserito nel post,tra verità scottanti sapientemente tenute nascoste dai media,al contrario le iperbole giornalistiche su congiuntivi,scie chimiche,e contro colei che ha rifiutato la candidatura delle Olimpiadi 2024.

Il tutto,ripeto,è da considerare il frutto di mettersi contro il sistema,non saremmo con le pezze nel sedere,se pseudo statisti vezzeggiati dai giornaloni,tutti insieme,sono stati complici di questo scempio.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 20 gennaio 2017

Dalle ovvietà di Davos a Trump alla Casa Bianca

















Non è tempo di vedovanze

di Alessandro Gilioli

Ho in casa, sotto vetro, la prima pagina originale del Nyt che vedete qui sopra. Me la procurai con mia moglie, che non era ancora tale, la mattina dopo l'elezione e la festa a Times Square, nella sede stessa del giornale, dopo una lunga coda e dopo aver inutilmente battuto gli edicolanti di mezza Manhattan - che mi ridevano in faccia, il quotidiano era esaurito dalle prime ore dell'alba.

Questo per dire quanto sono stato "yes we can" anch'io. E non solo quel mattino in cui vedevo i ragazzini scendere da Harlem in bicicletta ridendo e urlando "Obama!" come se avessero vinto loro, ciascuno di loro.

Poi la storia ci dirà quanto e come ha fatto, e quanto non ha fatto. Dalle disguagualianze alle guerre, dall'economia alla salute, dall'istruzione all'energia. Personalmente, a caldo, penso che abbia fatto molto - forse tutto il possibile - ma anche molto meno delle (enormi) aspettative. E nulla come le aspettative deluse creano rabbia, reazione, rinculo.

Infatti poi è arrivato Trump.

Sono meno ottimista di Slavoj Žižek sulle possibilità che Donald Trump mantenga le sue promesse di «ingenti trasferimenti sociali a sostenere seriamente i lavoratori». Non mi sembra che le persone di cui si è circondato siano diverse da quelle che hanno implementato l'egemonia culturale ed economica liberista da Reagan in poi. Anzi, mi sembra che escano tutte o quasi da quel'ideologia lì.

Ma convengo con il filosofo sloveno sul fatto che «Trump è un sintomo di Hillary Clinton, nel senso che l’incapacità del partito democratico di svoltare a sinistra ha creato lo spazio occupato da Trump».

È un discorso, questo, che del resto non vale solo per gli Stati Uniti: la crisi di rappresentanza della sinistra storica - cioè la sua rinuncia/incapacità a rappresentare i ceti più deboli - ha creato vuoti simili anche altrove. Lo sappiamo bene, dalla Francia all'Italia.

Ma non vorrei nemmeno che la questione venisse intesa troppo all'interno di geometrie politiche lineari, sempliciste, ortogonali: non è questione di essere più a sinistra, ma di volere e sapere rappresentare i ceti deboli, i nuovi poveri, i forgotten del liberismo.

A questo punto, quindi, non è tempo di vedovanze. Con tutto l'affetto per Obama, non serve a niente rimpiangerlo.

Serve invece avere bene chiaro che il catastrofico collasso del modello "fukuyamaista" (reaganista, thatcheriano, liberista etc: chiamatelo come vi pare) è talmente conclamato che in questi giorni anche a Davos - la sua culla - non s'è parlato d'altro. Perfino Lagarde ha detto che «le vittorie populiste segnalano la necessità di una maggiore redistribuzione dei redditi»: un po' come quando la Chiesa cattolica ammise che aveva ragione Galileo.

Serve avere altrettanto chiaro che allo stesso modo è collassato l'atteggiamento con cui la sinistra si è approcciata, in questi trent'anni, a quel modello liberista: sposandolo come "inevitabile" e al massimo attenuandolo, attutendolo, ammorbidendolo un po'. Blair, Clinton, Hollande, il centrosinistra nostrano. Un atteggiamento che sta portando i socialisti alla "pasokizzazione" in quasi tutta Europa. A proposito, perfino il nostro ministro Padoan a Davos ha dichiarato, testuale, che «bisogna completamente rovesciare le politiche perché ora si stanno dando i giusti argomenti per convincere che il populismo ha ragione». Completamente rovesciare, roba che se la dicevo io qui era da estremisti, era "sinistra radicale".

Serve avere infine ancora più chiaro che la questione qui non è più difendere quel modello, o sperare di ammorbidirlo, ma soltanto ipotizzare e costruire un'uscita diversa dal ripiegamento arroccato e impaurito brandito dai vari Trump, Le Pen, Salvini, Orbán, Kaczyński etc etc.

Un modello, un'agenda e un'uscita che sia all'opposto di quella tardonazionalista, postfascista, reazionaria, xenofoba, autocratica, poujadista, passatista e di rigurgito che ha partorito il nuovo presidente americano.

Questo siamo chiamati a pensare e a costruire, oggi, 20 gennaio 2017, mentre Donald Trump entra alla Casa Bianca.

DAL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

A Davos oltre intascare profumatissimi stipendi,e dichiarare ormai delle ovvietà,siamo nel 2017 e le macerie sociali non sono manco più fumanti,inizino con velocità supersonica a invertire le politiche che hanno contraddistinto quasi un trentennio.

Per ciò che riguarda gli States,se lo sono scelti,ora vivano full immersion con costui per quattro lunghi anni,il dato certo è che non mancheranno discussioni e polemiche,le contestazioni sono già iniziate dalla sua vittoria.

Chissà? Un socialista-comunistone come Sanders,potrebbe diventare la grande occasione mancata,ma da quelle parti uno così a maggioranza,fa più paura di un inguardabile come l'attuale neo residente della Casa Bianca.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 18 gennaio 2017

Chissà se saranno denunciati gli enormi debiti del governo Renzi?














Matteo “ci ha messo la faccia”, ora purtroppo si vede tutta

di Alessandro Robecchi

Come presentarsi a un convegno di alcolisti anonimi con un fiasco di vino, questa è stata l’intervista di Matteo Renzi, molto simile a quelle che danno i calciatori infortunati quando tornano in campo. Sia gli orfani di Matteo che i detrattori di Renzi hanno tirato un sospiro di sollievo: rieccolo in tutto il suo splendore, con le retoriche appena un po’ appannate dalla botta. Tra le tante, quella più mascelluta: il “metterci la faccia” e il dire sempre “io”. Ma insomma, si difende lui: l’Italia andava male, ci voleva una scossa, ho dovuto farlo. Forzando il suo carattere schivo, verrebbe da pensare, insomma si è sacrificato e ha “dato la scossa”.

Ora, un po’ per noia, un po’ per archeologia, a uno verrebbe voglia di andare a vedere le volte che “ci ha messo la faccia”, per tornare dall’esplorazione un po’ stordito, frastornato, stupefatto. Lasciamo stare le famose profezie su Monte del Paschi, rivelate al Sole 24 Ore e poi recitate in giaculatoria nel pied-à terre di Bruno Vespa: “Mps oggi è un bell’affare”. Caso di scuola, buono per le schermaglie e le polemiche da bar tra renzisti e antirenzisti, figuraccia ormai triturata dalla propaganda e dalla contro-propaganda. Però insomma, se un anno fa esatto il vostro promotore finanziario vi avesse consigliato così caldamente di investire in Mps, ora sareste sotto il suo ufficio ad aspettarlo con un bastone, sempre che possiate ancora permettervi un bastone. Ci ha messo la faccia, ecco, diciamo così.

Ma poi il problema è che la faccia ce la metti prima, e dopo a volte sei costretto a sperare che nessuno si ricordi che ce l’hai messa. Figurarsi se non ci metti solo la faccia, ma anche la mimica, lo spettacolino e tutto il repertorio. Tipo “Il mio sogno è sempre stato quello di fare lo steward”, alla toccante cerimonia che rilanciava (non ridete) Alitalia. Uno stand-up da comedian di Broadway (Off-off), con tanto di “Allacciate le cinture di sicurezza perché stiamo decollando davvero”, e poi il florilegio di calembours tristanzuoli che si sa: “Il decollo di Alitalia è il decollo dell’Italia”, e “Se vola Alitalia, viva l’Italia”. Consiglio il video, perché è anche questo un caso di scuola: presentare i desideri come già realizzati, un futuro ipoteticissimo come già avvenuto. Erano gli inizi di giugno del 2015, un anno e mezzo dopo quel decollo collettivo, così aggressivo e burbanzoso, Alitalia sta di nuovo col cappello in mano, i suoi dipendenti tremano, i conti ballano, siamo già all’atterraggio di emergenza.

Metterci la faccia ha questo, di bello, che nel momento in cui ce la metti fai un figurone con tutti, ma dopo, all’apparir del vero o quando il futuro non va come lo speravi, se ne ricordano solo quelli toccati dallo specifico problema. Come i dipendenti Alitalia, nel caso specifico. O come le popolazioni terremotate in un altro caso anche più mesto e doloroso, quando al consiglio dei ministri e poi in dozzine di dichiarazioni, si giocava la carta dell’efficienza “I container entro Natale e le casette in primavera”. Preciso. Definitivo. Poi, appena due mesi dopo, ecco che i conteiner non arrivano, le casette chissà, le poche che ci sono vengono assegnate a sorteggio. Moltissimo (bene) viene dalle donazioni private, dalle associazioni, dal volontariato, dalle raccolte fondi, “L’Italia decolla” si stempera in un più realistico e triste “L’Italia si arrangia”. Si scopre che non ci sono le stalle e il bestiame muore di freddo (gli allevatori lo dicono da settembre) e che intere zone rischiano lo spopolamento, insieme al loro piccolo ma vivo e ramificato tessuto produttivo. L’altro giorno, prime proteste pubbliche, ad Accumoli, altre ne verranno. La retorica volitiva del “metterci la faccia” perde un altro pezzettino, si consigliano i narratori del Grande Rientro di Matteo di pensarne un’altra.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Fino a quando queste notizie saranno confinate a poche realtà informative,come quella del Fatto quotidiano,questi avranno la faccia di bronzo di presentarsi in qualsiasi luogo,con la medesima spocchia di prima.

Chi lo scriverà e lo dirà che nei 1000 giorni governativi del bomba,il debito pubblico è aumentato di 2700 euro procapite.

Silence! Il sistema sta lavorando per voi

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 17 gennaio 2017

Alitalia e sai cosa pagherà il contribuente fino alla fine dei suoi giorni










Alitalia contro il Feroce Salatino

di Alessandro Robecchi

Agghiacciante prospettiva, terribile destino: per risanare i debiti Alitalia pensa a una mossa geniale, abolire gli snack gratuiti a bordo. Una mossa di grandissimo spessore economico-strategico, se si pensa che il “risanamento” della compagnia di bandiera è costato finora 7,4 miliardi, che serve un altro miliardo per non precipitare, e che quindi tagliando i tarallucci, le patatine e i due millilitri di acqua minerale calda fin qui generosamente distribuiti ai passeggeri, si raggiungerà il pareggio di bilancio intorno al 3027. “A quel punto avranno inventato il teletrasporto e noi saremo salvi”, ha detto Luca Cordero di Montezemolo nel corso di una conferenza stampa a pagamento (1.000 euro per assistere, 2.000 per fare domande).

Si tratta di una vera sorpresa, ardita e imprevedibile, una “mossa del cavallo”, come dice qualche osservatore: infatti tra poco sarà più agevole raggiungere le destinazioni a cavallo piuttosto che con i voli Alitalia.

Naturalmente si tratta solo del primo passo, cui seguiranno altre sorprendenti soluzioni. Se l’abolizione dello snack gratuito, sostituito dallo stesso snack a pagamento, darà i suoi frutti, si passerà alla fase successiva del piano di risparmi: i passeggeri dovranno portarsi i sedili da casa e, nel caso della classe business, l’intero salotto. Le cinture di sicurezza saranno realizzate all’uncinetto dai lavoratori Alitalia in esubero. Per quanto riguarda il combustibile, ogni passeggero dovrà contribuire succhiando dalla macchina, nel parcheggio dell’aeroporto, una tanica di gasolio da consegnare al check-in. Si studiano convenzioni con i taxisti: una trattativa non facile. Restano, per raggiungere il pareggio di bilancio almeno nel millennio, due dettagli non trascurabili: le ali degli aerei sono molto costose, rigide, difficili da spostare da un aereo all’altro, quindi si sta studiando di realizzarle in plastica. E poi si può risparmiare sul costo dei piloti, sorteggiando un passeggero a turno ed affidandogli i comandi.

Non essendoci più da distribuire gli snack il personale di volo sarà ridotto, con un ulteriore risparmio, il che potrebbe far accelerare il pareggio di bilancio, si calcola intorno al 2745. Inevitabile un ridisegno delle rotte: volare consuma molto carburante, per cui si varano nuove tratte come la Fiumicino Terminal A – Fiumicino Terminal B, percorribile a terra tenendo motori al minimo. L’ultima mossa, ma solo se tutto questo non basterà, sarà la riduzione dello stipendio dell’amministratore delegato, che verrà retribuito con gli snack avanzati per ora stoccati nei magazzini dell’azienda.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

L’avessero fatta fallire come la Swiss air,con i soldi risparmiati avremmo potuto realizzare progetti faraonici,ma siamo sempre alle solite,anche se finisse un giorno la immensa mangiatoia,i soldi che si risparmieranno se li mangerebbero in altro modo.Forse il fondo si è toccato con le nuove divise delle hostess,con quei colori (rosso-verde) e così abbottonate,quei debiti risultano ancor più intollerabili.

Per chi volesse fare un ripasso…

CLICK PHOTO E VIDEO HUFFINGTON POST

Solo un appunto,nelle sue spassose ipotesi di risparmio,quella del gasolio dalle proprie macchine non è possibile,che sappia gli aerei vanno a kerosene,difficile reperirlo nella vita di tutti i giorni.

I.S.

iserentha@yahoo.it