mercoledì 11 ottobre 2017

Tutte le catastrofiche mediazioni di Pisapia















Esclusivo: ecco a voi l’agenda con le prossime mediazioni di Pisapia

di Alessandro Robecchi

L’abilità di Giuliano Pisapia come mediatore è ormai nota nel mondo e oggetto di grande ammirazione. Al termine di una complessa operazione di intelligence, Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con il mago Otelma e Belfagor, sono in grado di anticipare le prossime mosse di Pisapia, volte a portare pace e stabilità sul pianeta.

13 ottobre. Pisapia riunisce Spagna e Catalogna. Trasportato in una località segreta con un furgone della Guardia Civil, Giuliano Pisapia ha messo in campo le sue doti di mediatore nella grave crisi spagnola. L’incontro è iniziato alle 14. Alle 15.30 l’Andalusia ha proclamato l’indipendenza, alle 16 le Asturie hanno fondato un impero e Alicante ha chiesto l’annessione all’Honduras. L’incontro si è concluso cordialmente, e Pisapia è stato subito riaccompagnato al confine e ringraziato del suo generoso tentativo.

17 ottobre. Pisapia si offre all’Atalanta come mediatore tra reparti, nel ruolo di trequartista. Malumore tra i tifosi. Sette giocatori chiedono asilo politico al Milan, si dimette l’allenatore. Pisapia ringrazia della disponibilità al dialogo e si allontana velocemente.

26 ottobre. Pisapia risolve il caso Cesare Battisti. Grazie alla mediazione di Giuliano Pisapia l’annosa questione dell’estradizione di Cesare Battisti dal Brasile è risolta: lui verrà estradato e Pisapia andrà in Brasile. Favorevoli Pd, Mdp, Si, Calenda e suo cugino, quel che resta dei montiani, i verdiniani incensurati e tutti gli altri. Contrario Pisapia, che ci ripensa e ritira l’offerta.

30 ottobre. Chiamato dai vicini a notte fonda in un bilocale della Bovisa, a Milano, Giuliano Pisapia ha mediato fino all’alba in una lite tra coniugi, cercando di avvicinare le posizioni e di evitare che si passasse alle vie di fatto. Grazie alla sua mediazione, la lite si è sviluppata in tutto il palazzo per poi propagarsi nel quartiere, con saccheggi e incendi. Tutti hanno lodato il generoso tentativo di Pisapia, ma lo hanno pregato di allontanarsi.

3 novembre. Pisapia si offre al Pd per mediare con gli elettori del Pd. Un generoso tentativo rimasto inascoltato.

4 novembre. Pisapia interviene nella vertenza Ilva proponendo una mediazione di buon senso. Invece che quattromila esuberi e diecimila lavoratori pagati meno, suggerisce diecimila esuberi e quattromila lavoratori pagati meno. Al termine della trattativa lascia Taranto nottetempo, travestito da donna, nel bagagliaio di un’auto.

5 novembre. Congresso: pandoro o panettone in vista del Santo Natale? Giuliano Pisapia si offre come mediatore nella storica faida che divide le famiglie italiane.

10 novembre. Pisapia si offre a Mdp per mediare con gli elettori di Mdp. Un generoso tentativo ancora da valutare.

12 novembre. Pisapia e la crisi coreana. Forte della sua fama nella composizione dei conflitti, Giuliano Pisapia si è offerto di mediare tra Donald Trump e Kim Jong-un, proponendosi per colloqui di distensione. Semplice il piano di lavoro: i coreani potranno tenersi le atomiche ma dovranno diventare americani e dimostrarlo nel modo più lampante: sparandosi addosso spesso tra loro. Prime reazioni: la Corea ha lanciato seicento missili in mare e il Pentagono ha spostato tre portaerei nel golfo di Laigueglia. Pisapia è tornato in Italia, lodato per il generoso tentativo.

20 novembre. Pisapia si offre come mediatore tra tutti i giornali che insultano D’Alema e gli altri giornali, quelli che insultano D’Alema. Per una volta la mediazione riesce.

26 novembre. Il governo Messicano e i narcos firmano finalmente un comunicato congiunto: chiedono a Giuliano Pisapia di rinunciare alla sua pur generosa opera di mediazione nella guerra che insanguina il paese per non peggiorare la situazione.

30 novembre. Avviata la mediazione di Giuliano Pisapia con gli elettori di Pisapia: dalle 15 alle 15.10 ha telefonato a tutti.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Alcuni punti mi hanno fatto ridere più di assistere alle performance di Crozza,del resto qualche testo se lo può giustamente tenere per se…
Quello del 30 ottobre degenerato in una guerra civile nel quartiere,lo ritengo il migliore.

Ritengo l’ultimo topolino-pisapia partorito dalla montagna della Sx,perfetto nel catastrofico momento della medesima.

Un tempo la satira divertiva soprattutto con la Dx e i democrociati,oggi le migliori prese per i fondelli arrivano tramite il renzismo con scappellamento deluchiano,Pisapia è l’ultima meteora che tramonterà presto,addirittura e solo per alcuni,persino il baffettino ex velista sta prendendo punti,il che è tutto dire nel disastro politico quotidiano.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 9 ottobre 2017

Come potrebbe essere facile esercitare delle effettive politiche sociali















Allargare

di Alessandro Gilioli

"Allargare" è un verbo di facile significato ma che contiene tante cose diverse.

Giuliano Pisapia l'aveva inteso come una sorta di virtuosa ricucitura di una sinistra (anzi di un centrosinistra, di un Ulivo, di un'Unione etc) che dalla fine del ventennio berlusconiano si era divisa in una continua diaspora.

Una diaspora che era cominciata prima di Renzi (il mio modesto libro con quel titolo era uscito poco dopo la fine del governo Letta): era iniziata cioè alla fine del 2011, quando era stato messo nel ripostiglio delle cose inutili il grande ombrello che aveva tenuto tutti uniti - l'antiberlusconismo, appunto - e così a sinistra si era posto il leggerissimo problema di esistere e proporsi con un'identità propria e con proposte proprie, non più solo come alternativa per fermare l'avversario.

E lì, appunto, erano iniziati i problemi.

Pensate ai tempi di Monti, all'entusiasmo con cui una parte del Pd (quasi tutto) ne accolse le riforme rigidamente ispirate all'austerity volute dalla Troika, fino alla mitica frase «Il mio programma è l'agenda Monti più qualcosa», copyright Pierluigi Bersani. Pensate al fiscal compact e al pareggio di bilancio votati come fossero aspirine. Pensate al caos dopo le elezioni del 2013, ai 101 contro Prodi, alle larghe intese con Berlusconi. Pensate alla diaspora tra chi puntava al reddito minimo e chi invece si ispirava al volumetto ideologico "Il liberismo è di sinistra". Pensate all'abisso tra Ichino e Landini, insomma, e avete un'idea di come la diaspora stesse deflagrando, ancor prima di Renzi.

Poi è arrivato Renzi e no, le cose non sono migliorate. Per una questione di scelte politiche che hanno ulteriormente diviso (Jobs Act, Buona Scuola, Sblocca Italia, Riforma costituzionale Boschi etc) e - inutile nasconderlo - anche per una certa spocchia che Renzi ha sempre mostrato verso chiunque si collocasse alla sua sinistra - gufi, professoroni, palude, vecchi gettoni telefonici, accozzaglia, fino all'esiziale "Ciaone" del suo fido Ernesto Carbone.

La diaspora è così diventata una profonda frattura politica e anche umana.

Giuliano Pisapia è un frutto riuscito del 2011. Forse il miglior frutto di quella stagione. Di quando cioè la diaspora non era ancora esplosa, anche se stava per.

L'ultimo voto altrettanto unitario e convinto della sinistra arrivò subito dopo, nei referendum su acqua, nucleare, e legittimo impedimento.

Ma era appunto il 2011. La vigilia dell'inizio della diaspora, quando tutte le contraddizioni e le contrapposizioni sarebbero venute a galla.

Il tentativo di Pisapia di ricucire questa frattura che dura da sei anni è stato tanto eroico quanto improbabile. "Contrario alle leggi della fisica", dice oggi Asor Rosa sul Fatto. Perché le ragioni politiche della frattura erano già potenzialmente profonde prima di Renzi e con Renzi sono esplose fino all'odio personale reciproco.

E qui - anche al netto delle contrapposizioni personali e/o tribali - importano poco le definizioni reciproche , tipo "Renzi è di destra" da una parte o "inutile sinistra tafazziana di testimonianza" dall'altra. Importano invece le cose concrete, quella fatte e quelle non fatte. Di nuovo: il Jobs Act, il demansionamento, il telecontrollo, il boom dei licenziamenti disciplinari, il reddito minimo sì o no, il welfare universale, le scuole pubbliche, i voucher e la regolazione della gig economy, le pensioni (ci avviamo verso l'età pensionabile più alta d'Europa), le imposte di successione (qui invece siamo tra le più basse del mondo), le spese militari, i lager libici voluti da Minniti etc etc.

Insomma, sì: non è facilissimo ricucire chi voleva una cosa e chi il suo contrario, solo perché sette anni fa si era tutti antiberlusconiani.
Non è facile ricucire chi è d'accordo con Piketty e chi con Alesina-Giavazzi. Chi guarda a Corbyn e chi a Macron.

È andata quindi come doveva andare.

E a me personalmente dispiace soprattutto che il confronto-scontro alla fine si sia declinato più su personalismi e battibecchi che non sulle cose concrete di cui sopra, che poi sono quelle veramente scriminanti.

Tuttavia, per fortuna, "allargare" è - come si diceva - un verbo che contiene tante cose diverse.

Può voler dire allargare nel Palazzo a Tabacci, Sanza e magari Boschi e Calenda; oppure può voler dire allargare a quei milioni di italiani che - come in Gran Bretagna, come in Francia, come in Spagna, come negli Stati Uniti - potrebbero essere interessati alle discriminanti sociali di cui sopra: for the many, not the few.

Insomma, a ciò che per pigrizia o tradizione chiamiamo "sinistra".

Che non è quella cosa che serve "a fermare la destra", ma a fare cose di sinistra.


DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE


Siamo arrivati al 2017 e delle liti personalistiche tra costoro penso che interessino a pochi,oltre sfruculiare gli zebedei in modo insopportabile.

Se non si è riusciti a capire che fare politiche diverse dall'epoca di Monti in poi,verso le famiglie,l'occupazione possibile,contro le disuguaglianze da reddito, con una forbice sempre più ampia tra pochi eletti e il resto dei lavoratori,sugli investimenti della pubblica istruzione,lottando senza pietà contro la corruzione e l'evasione fiscale,e il magna,magna sulla sanità,rendendola più efficace combattendo gli sprechi.

Questi sono alcuni punti tra i più importanti da portare sul dibattito elettorale,senza rincorrere le solite sirene centriste che ce la mettono in saccoccia da decenni,allora meglio alzare bandiera bianca e arrendersi a ciò che abbiamo visto sino ad ora.

Un consiglio a Pisapia,invece di trovare armonie dall'esterno con Renzi e soci,si immerga direttamente al suo interno,altrimenti diventa una comica surreale.

I..S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 5 ottobre 2017

Poletti alle prese dei ritmi circadiani dei lavoratori
















Poletti e i ritmi circadiani dei lavoratori italiani:aritmie e pance vuote

di Alessandro Robecchi

Nel congratularsi con i tre vincitori del Nobel per la medicina che hanno scoperto il gene dei ritmi circadiani del nostro corpo (Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael Young), corre l’obbligo di segnalare una grande dimenticanza dell’Accademia svedese. Un altro grande scienziato che ha studiato i tempi di vita degli umani, purtroppo non premiato, è Giuliano Poletti, ministro del lavoro in Italia, famoso per le sue sperimentazioni sull’armonia dei ritmi di vita. Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’università di Tubinga, ha analizzato i suoi esperimenti su un grande campione di cavie umane. Insomma, i ritmi circadiani di un giovane lavoratore italiano nell’era della grande flessibilità. Ecco i risultati.

Ore 6.45. Aumento della pressione sanguigna. Colazione. Fine della secrezione della melatonina. Primo lavoretto, pagato in voucher. Ma l’autobus non arriva. Motorino. Si alza o si abbassa la temperatura corporea (secondo stagione). Riflessi in ripresa, per fortuna.

Ore 9. Massiccia ma inutile secrezione di testosterone: il nostro soggetto è fermo a un semaforo mentre corre contando i secondi dal lavoretto numero uno (voucher) al lavoretto numero due (lavoro a chiamata), così tiene lontani i pensieri licenziosi.

Ore 11.30. Massima vigilanza di sinapsi e cellule cerebrali. Il nostro soggetto cerca di non farsi affibbiare tre ore in più di straordinari non pagati. Sono attimi di massima attenzione unita ad acuta consapevolezza: se non stai attento, qui ti salta il terzo lavoretto e i ritmi circadiani di tutto il mese, specie l’affitto, possono collassare.

Ore 14-15. E’ il momento della giornata in cui sono ai livelli massimi coordinazione e velocità di reazione, situazione perfetta per il cottimo (terzo lavoretto) misurato da una app che segnala il tuo rendimento a un algoritmo, che telefona al capo della start-up, che ti fa il culo.

Ore 17. Intervallo di massima efficienza cardiovascolare, molto utile quando il nostro soggetto apprende che la cooperativa che lo aveva assunto per il quarto lavoretto si è sciolta, ne è nata un’altra, e lui verrà pagato meno. Un simile avvenimento alle quattro del mattino (minima temperatura corporea) potrebbe arrecare danni al sistema nervoso, ma nel pomeriggio il soggetto può sopravvivere. Cioè, speriamo, perché deve correre al lavoretto successivo.

Ore 19. Perfetta efficienza del sistema e massima pressione sanguigna. E’ un peccato, perché il nostro soggetto scopre che il suo incarico (pagato in nero) è ora svolto da uno studente in alternanza scuola-lavoro costretto a farlo gratis e non, come lui, a due euro all’ora. Rischio di scompensi cardio-circolatori nei soggetti più fragili. Rischio di sbalzi d’umore (sindrome depressiva) quando il soggetto pensa alla sua laurea.

Ore 21. Lucidità moderata, inizio del rallentamento del ritmo circadiano. Il nostro soggetto può dedicarsi finalmente al suo hobby: consegnare pasti caldi a clienti che hanno ordinato con una app, pagato come un portatore aborigeno del 1700, ma in bicicletta. E’ il momento della giornata in cui l’orologio biologico suggerisce il relax e la preparazione al sonno, ma suggerisce anche di sperare in buone mance, perché senza quelle la retribuzione sarebbe ridicola.

Ore 24. Casa. Divano. Massima secrezione di melatonina e sonno, ma ancora qualche attività cerebrale. Il nostro soggetto valuta le prestazioni circadiane della giornata (26 euro e quaranta, più le mance) garantite dal perfetto funzionamento del suo orologio biologico, ma soprattutto della sveglia, che domani mattina suona alle sei e mezza. E’ il momento dell’abbassamento delle pulsazioni e del calo della consapevolezza. Peccato, perché addormentandosi come un sasso, il nostro soggetto non può leggere gli allarmati editoriali sulla tragedia degli italiani che non fanno più figli.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT


Poletti,il renzismo,la globalizzazione,sono tutti primi attori di aver cancellato e rovinato intere generazioni,nel precludere qualsiasi tipo di avvenire,almeno come lo è stato dal dopoguerra sino ad ora per chi li ha vissuti,naturalmente.

Un danno ormai irreparabile che non ha dato momentaneamente grandi conseguenze,forse toccherà aspettare ancora un po’però…

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 27 settembre 2017

Se sono scontenti in Germania figuriamoci altrove


















Ma guarda che strano: la Germania non è poi un paradiso terrestre

di Alessandro Robecchi

Naturalmente della Germania non sappiamo niente. Anzi sì, sappiamo la vulgata tradizionale, la narrazione corrente, il luogocomunismo (unico comunismo rimasto sul pianeta) per cui quando pensano o nominano la Germania, politici e commentatori di qui impastano un semilavorato di invidia e ammirazione: eh, però la Germania! Ora che la famosa Germania si scopre un po’ fascista, con l’estrema destra al tredici per cento e alcuni simpatizzanti del Terzo Reich che entrano in parlamento, comincia ad affiorare qualche brandello di realtà.

Raccontata solitamente come poderosa locomotiva, dove gli operai siedono nel Cda delle grandi imprese, ed efficienza e ordine tirano tutto il carro, la Germania si scopre oggi – colpo di scena – un po’ meno gloriosa. Impazzano i mini-jobs, un trucchetto che pare italiano per contare come occupati anche quelli che portano a casa due euro, per dirne una. Risultato: regnante la signora Merkel, la disoccupazione è scesa (dall’11 al 4 per cento), ma sono aumentati i lavoratori tedeschi che vivono in povertà (dall’11 al 17), il che significa che si è svalutato il lavoro, né più e né meno che negli altri grandi paesi europei (qui facciamo malamente eccezione: la povertà aumenta, ma la disoccupazione non cala). In queste condizioni è abbastanza facile prendere il povero, scontento e incazzato tedesco, mostrargli un immigrato e dire che è colpa sua. E’ un trucchetto vecchio come il mondo, che in Germania conoscono bene. Si aggiunga che nei posti dove AfD ha vinto di più, soprattutto a est, gli immigrati non ci sono, ma abbondano altri problemi che sono quelli di un sistema economico che “ottimizza” il suo funzionamento schiacciando verso il basso milioni di cittadini: i poveri più poveri, il ceto medio spaventato e sempre sull’orlo di diventare povero pure lui.

I fascisti-rivelazione delle elezioni tedesche sbandierano lo slogan “Prima i tedeschi”, che fa scopa con il “Prima gli italiani” di Salvini e fascistume nostrano, che fa briscola con “La Francia ai francesi” della signora Le Pen. In pratica si dice al povero tedesco che se è povero è colpa di uno più povero di lui che va lì, e non di un sistema che permette al dieci per cento di tedeschi di possedere il 59 per cento della ricchezza: la Germania è leader europea anche nella diseguaglianza sociale.

A fronte del fatto che non si riesce a redistribuire decentemente la ricchezza, si indicano come nemici quelli che di ricchezza non ne hanno. E del resto negli ultimi dieci anni in Europa i lavoratori poveri (occupati ma sotto la soglia di povertà) sono aumentati ovunque. Le forze politiche tradizionali (centro, centrosinistra, larghe intese, Grosse Coalitionen) da Parigi a Berlino, da Roma a Madrid, hanno tutte più o meno agevolato questa ottimizzazione liberista a scapito dei loro cittadini. E non a vantaggio dei poveri migranti, ma della rendita, dei grandi capitali, delle grandi aziende, della finanza. Insomma, “Prima i tedeschi” andrebbe detto a quei pochi tedeschi che sono diventati molto ricchi a scapito di moltissimi tedeschi che sono diventati più poveri. E lo stesso vale per chi dice “prima gli italiani”, ovviamente.

Tutto questo sembra un poker col morto. C’è chi vince (il capitale), c’è chi perde (il lavoro) e c’è il morto, che sarebbe la sinistra, ormai inadatta al suo ruolo storico: o lo recupera mettendosi sul serio dalla parte del lavoro, o diventa, come pare oggi, solo un grande equivoco semantico. Dire “sono di sinistra” e fare politiche di destra che aumentano le diseguaglianze – qui siamo maestri – apre le porte al peggio. Poi, come in Francia, bisogna scegliere il meno peggio: le politiche sociali ed economiche delle Merkel, dei Renzi, dei Macron creano fascismo, e ci diranno che bisogna votare le Merkel, i Renzi e i Macron sennò arriva il fascismo.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Diamo atto alle stelle una tantum,almeno non fanno gonfiare a dismisura realtà come casa pound e forza nuova,poiché a naso la voglia nostalgica del ventennio pare aumentare ogni giorno di più.

Nel breve medio termine col sistema elettorale vigente,sarà il centro a tenere mettendo insieme da renzi-berlusca-alfano,e poi fra tanti anni chissà?

Una buona notizia arriva dalla Germania,i neonazi entrati in parlamento sono già divisi nettamente,ormai a dx e a sx le divisioni paiono sempre più una comica per risultare credibili.

Infatti per un Pisapia in appoggio esterno al Pd,a quanto pare,gli altri per fare numero bisticciano su qualsiasi motivo,Il populismo o il vecchio proletariato molto probabilmente può ancora aspettare,se gli estremi risultano pietosamente sprovveduti in questo modo.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 19 settembre 2017

lunedì 18 settembre 2017

Ius Soli per chi vive da anni onestamente in Italia










CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO DIEGO FUSARO

Lo ius soli e l'impoverimento sociale di cui siamo testimoni,non vedo come possa legarsi.
Che si allarghi sempre di più una forbice sociale è indubbio e senza senso a parer mio,e qui più che riconoscere la cittadinanza a chi ne ha diritto,ci sarà da rimboccarsi le maniche sul piano dello sfruttamento del lavoro,a costo zero nulla sarà dato per gentil concessione dai potenti.

Però a me sembra corretto che dopo un certo numero di anni,se si è rimasti nella legalità ed aver contribuito all'economia del paese,questi abbiano diritto al riconoscimento anagrafico.

Detto ciò,non sono d'accordo che basti nascere all'interno dei confini italiani.

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 16 settembre 2017

I ripetuti e farlocchi "domani mi ritiro dalla Tv e non solo"












CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO.IT LUISELLA COSTAMAGNA

Integralmente d'accordo con lei,del resto il caso più eclatante è successo dopo il 4 dicembre dello scorso anno,sia lui che l'amica damigella d'Arezzo sono ancora al loro posto,fare altro nella vita potrebbe risultare faticoso e soprattutto assai meno remunerativo.

Ma allargo il discorso su un'altra realtà che non ha senso a parer mio,ovvero chi avrebbe i requisiti d'andare in pensione e non lo fa,o meglio intasca la pensione e continua a lavorare come dipendente nella stessa azienda,ma con partita iva.

Ebbene,a parte la deontologia che va sotto ai piedi di costoro,con i tempi che corrono,continuare a lavorare con tutta la disoccupazione esistente,non so a lei ma a me fa venire la nausea,saprei io come demotivarli pesantemente,congelandogli la pensione fino a quando non lavoreranno più,e nel caso dovessero farlo in nero,se pizzicati gli darei una multazza che se la ricorderebbero per sempre.

E così un pezzettino di disoccupazione si sbloccherebbe!

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 14 settembre 2017

Riflessione sugli stupri diventati un'arma politica in Italia


















Carabiniere, immigrato o capo del Fmi

di Alessandro Gilioli

Faccio molta fatica a credere che nel 2017 un maschio - sia esso carabiniere o immigrato o capo del Fondo monetario - se violenta una donna lo fa solo per sfogare la sua "incontenibile pulsione erotica".

Faccio molta fatica a credere che sia solo una questione di pulsione erotica per tanti motivi ma soprattutto per le infinite - infinite - occasioni di rapporto sessuale consenziente (anche se magari mercimoniale) che oggi vengono proposte a chiunque - a qualunque maschio di qualunque età e condizione sociale: da Tinder ai centri massaggi delle ragazze cinesi. L'accesso al sesso è ovunque e oggi farebbe solo ridere l'argomentazione difensiva più comune con cui gli avvocati degli stupratori arringavano mezzo secolo fa: "È stato provocato, non ce l'ha fatta a trattenersi".

Credo invece che, almeno in molti casi, nello stupro ci sia dietro qualcosa d'altro rispetto all'animalità incontrollata: cioè l'ansia del potere, la conferma del potere o (rovescio della stessa medaglia) la frustrazione del potere mancato. Insomma in ogni caso la competizione verso il potere, di cui la donna-preda è solo (atavico) simbolo.

Lo stupro, a chi lo mette in pratica, "serve" a questo: a sentirsi "persona alfa", a confermare o a dare l'illusione che la propria maggiore forza fisica rispetto alla vittima esprima e soddisfi più in generale il proprio potere, il proprio stare più in alto di qualcuno nella grande competizione globale in cui siamo tutti immersi e ai cui siamo tutti stati imprintati.

Non sto scoprendo nulla di nuovo, lo so: ci sono centinaia di libri sulla psicologia dello stupratore, sulle sue varianti eccetera. C'è anche un bel romanzo d'esordio (quello di Houellebecq) che mostra i percorsi paralleli e intrecciati di sesso e condizione sociale nella corsa collettiva verso il dominio.

Non sto scoprendo nulla di nuovo ma forse la prevenzione dello stupro deve passare - fin dalle scuole, ma sarebbe bello anche altrove - da una battaglia culturale che coinvolga i maschi rovesciando il loro cervello: quello che invece fin da piccoli ci viene attrezzato per la gara, per la concorrenza, per l'agonismo sociale.

E dove la conquista fisica e violenta della donna si trasfigura come parte e specchio di questo tragico iper agonismo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Va benissimo l'educazione che ha prospettato,ben venga,sicuramente conterrà lo schifoso fenomeno che si sta moltiplicando ogni anno che passa ,che siano violenze e delitti fatti da italiani e stranieri,le pene fortunatamente sono state inasprite,dovesse essere appurato il reato di stupro dei due carabinieri,c'è un aggravante in più a mio modo di vedere,avendole fatte con la divisa intendo.

Sicuramente in questo tipo di reato è radicato il dominio del maschio alfa,ma è soprattutto l'aprofittare della facile occasione a determinare molti fatti di questo genere.

Rischiare quasi una quindicina d'anni per la violenza su una donna o su una qualsiasi persona,si va oltre l'incomprensibile,saranno maschi alfa dotati di un ego spropositato,ma anche di un enorme idiozia,è giusto che paghino severamente.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 7 settembre 2017

L'Europa soddisfatta e i lager in Libia


















Meditiamo che questo è

di Alessandro Gilioli

Possiamo tranquillamente infischiarcene di quello che ci dice Medici Senza Frontiere sulle condizioni dei campi di prigionia in cui sono detenuti i migranti che cercavano di raggiungere l'Europa: «Ammassati in stanze buie e sudicie, prive di ventilazione, costretti a vivere una sopra l'altro. Gli uomini costretti a correre nudi nel cortile finché collassano esausti. Le donne violentate e poi obbligate a chiamare le proprie famiglie e chiedere soldi per essere liberate. Tutte le persone che abbiamo incontrato avevano le lacrime agli occhi».

Possiamo fottercene perché avere ridotto quegli esseri umani in queste condizioni è stato - direbbe Minniti - «nell'interesse nazionale» italiano: e tutti i nostri commentatori, da Paolo Mieli in giù, hanno celebrato questa situazione come un successo, dato che così sono diminuiti gli sbarchi.

Una brava collaboratrice dell'Espresso, Francesca Mannocchi, è entrata in uno di questi campi qualche giorno fa e l'ha raccontato sull'ultimo numero del giornale per cui lavoro: «Tra le 100 e le 200 persone per stanza, nessuna possibilità di essere visti da un medico, "i libici ci trattano come animali, nessuno ci dice che cosa sarà di noi, fino a quando staremo chiusi qui e perché"». In un altro centro, riservato alle donne, una era appena morta di parto; i bambini erano denutriti, i neonati tenuti nella plastica. Ovviamente, anche qui, non si è mai visto nessun dottore.

Questo nei centri di detenzione "ufficiali", quindi in qualche modo accessibili: ce ne sono altri gestiti direttamente dalle milizie armate dove non si può avvicinare neppure la polizia, figuriamoci i giornalisti. Su quello che può accadere lì, solo buio e silenzio.

In sostanza, prima i clan libici prendevano soldi dai migranti per trasportarli oltre il Mediterraneo; ora prendono soldi dai governi europei, Italia in testa, per tenerli chiusi nei lager.

Di solito le persone finite lì dentro erano partite dai vari Paesi dell'Africa occidentale e prima di entrare in Libia hanno attraversato il Niger.

Anche qui la Ue è intervenuta per sovvenzionare il governo e le tribù affinché bloccassero i migranti. Le varie autorità così remunerate hanno preso sul serio l'impegno e le carceri del Niger sono piene. Altrove, i militari hanno circondato i pozzi d'acqua sulle piste nel deserto, per evitare che i migranti li usassero per bere dopo aver percorso centinaia di chilometri nel deserto con temperature tra i 40 e i 50 gradi. I "passeurs" allora hanno spostato il traffico su altre piste secondarie, più pericolose perché prive di punti d'acqua. Anche qui riporto la cronaca sull'Espresso di Giacomo Zandonini, collega che il Niger lo conosce bene: «Ho scavato con le mie mani una fossa per venti persone morte di sete», gli ha raccontato un migrante.

Qualche anno fa noi occidentali giustificavamo l'intervento armato in altri Paesi - Afghanistan, Iraq, Libia - come "operazione umanitaria": la nostra coscienza non poteva accettare che feroci dittatori insanguinassero il loro paese. Adesso invece, curiosamente, prevale "l'interesse nazionale", quindi delle peggiori violazioni dei diritti umani in altri Paesi non ci interessiamo più. Benché questa volta ci sia l'aggravante che siamo stati noi stessi - con la svolta politica Ue per impedire gli sbarchi - a essere causa o almeno concausa di questa carneficina. Si vede che abbiamo la coscienza a giorni alterni.

«Meditate che questo è stato», ci diceva Primo Levi sull'Olocausto.

Noi invece siamo costretti a meditare che questo è, ora, adesso.

Meditiamo che questo è. O ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Siamo tutti colpevoli,anche chi non ritiene di esserlo,l'Africa è in queste condizioni per un innumerevoli ragioni,le proprie prima di tutto,e dal colonialismo altre responsabilità si sono aggiunte e in modo colpevolmente grave,grazie allo sfruttamento del loro territorio lasciando in miseria chi ovviamente le ricchezze le deteneva.
Ora c'è il crudele giochino a scaricare le responsabilità,dall'Italia alla Grecia che una parte l'hanno fatta,magari in modo approssimativo,del resto il fenomeno è talmente vasto che sarebbe stato difficile fare di meglio,arrivando a una condizione diventata insostenibile per la chiusura dell'Europa.

Ieri la corte europea ha condannato alcuni paesi,gli ultimi arrivati che non ne vogliono sapere di accogliere chicchessia,quelli sono entrati per prendere cosa c'è di buono,mica per ospitare un pezzettino d'umanità.

Si,siamo tutti colpevoli del disastro umanitario,forse perchè siamo in troppi su questo pianeta,le risorse che non sono illimitate ad iniziare da quelle idriche sempre più scarse e gli sconvolgimenti climatici,sono tutte componenti che affosseranno la qualità di vita vissuta sino ad ora,e non solo la qualità.

I.S.

iserentha@yahoo.it

La pietra tombale governativa sul caso Regeni

















Caso Regeni, l’invenzione della memoria fatta per dimenticare tutto

di Alessandro Robecchi

Trattasi di materia intricata e nobilissima, spesso sommersa dalla retorica, una necessità umana e civile che a volte diventa trucchetto per distrarre tutti. Insomma: la memoria.

Ricordare quello che è stato, cosa è successo, perché. Mantenere vivo il ricordo delle ingiustizie passate in forma di monito per il presente. Il grido “Per non dimenticare” è uno dei più alti e dolorosi nel paese, riguarda stragi, delitti, presunte fatalità, fa parte del sapere popolare, sono ferite aperte che potrebbero guarire se si arrivasse alla verità, cosa che accade raramente, quasi mai.

Per questo risultano strabilianti le comunicazioni del governo, nella persona del ministro degli esteri Angelino Alfano, sul caso Regeni. Perché introducono nel discorso operativo sulla questione un bizzarro tipo di memoria: una memoria che archivia, che nasconde.

Il paradosso di una memoria costruita per dimenticare.

Perché il nostro ambasciatore torna in Egitto, il loro torna qua, l’Egitto è un posto dove abbiamo molti affari, non possiamo permetterci di rompere, eccetera eccetera. In cambio – occhio che arriva la memoria – il governo si impegna a fare un sacco di cose per non dimenticare Giulio Regeni. Gli intitoleranno un auditorium. Il governo si è “attivato con il Coni” (urca!) perché ai Giochi del Mediterraneo, in Spagna, l’anno prossimo, si osservi un minuto di silenzio. E poi, se e quando si farà, potrebbero intitolargli l’Università italo-egiziana, la cui realizzazione Angelino “auspica”. Perbacco. Ecco fatto: garantita la memoria, ufficializzato in qualche modo il senso di ingiustizia che tutti provano, e quindi normalizzata l’indignazione, la missione può dirsi conclusa, il caso Regeni quasi chiuso. Ma sì, ancora si parla (vagamente) di indagini, si allarga il campo tirando in ballo l’Università di Cambridge, addirittura (questo è Cicchitto) si insinua che l’inchiesta del New York Times – l’Italia conosce prove schiaccianti – sia stata ispirata dai servizi americani in chiave Anti-Eni.

In una parola: polverone.

E’ uno di quei casi in cui la memoria ostentata e cannibalizzata dal potere (da chi dovrebbe risolvere il caso, non semplicemente ricordarselo!) si rivela spaventevole ipocrisia. E’ una memoria come concessione, la risposta di Angelino a chi si ostina a dire che non dimentica è la seguente: ok, non dimentichiamo nemmeno noi, ma andiamo avanti, che l’Egitto è partner irrinunciabile in affari.

Non è l’unico caso in cui la memoria fa brutti scherzi. Nel paese della Resistenza e delle sue infinite (e sacrosante!) celebrazioni, per dirne una, si assiste all’avanzata burbanzosa e impunita di alcune milizie fasciste che innalzano labari, stampano fasci littori sui manifesti, scimmiottano lo Schifoso Ventennio, accolte da scuotimenti di teste, piccoli lazzi e molta tolleranza, nonostante esistano leggi in materia (le meno applicate della Galassia).

La memoria, tra l’altro, è variabile, anche in modo veloce e repentino. Sono passati solo un paio di anni da quando si celebrava Lampedusa come terra della salvezza per molti migranti, quando la si candidava al Nobel e ci si commuoveva per le sue storie di accoglienza, quando la si indicava ad esempio. Ora che si è spostato il problema qualche centinaio di chilometri più a sud, nel deserto anziché in mare, quella memoria funziona meno, si tende a scordarla, la si rimuove un po’. Quell’esempio non serve più, non si incastra più con la narrazione corrente, che ora è “aiutiamoli a casa loro”, e quindi il luminoso esempio di Lampedusa che li salva a casa nostra non piace più. Una memoria vera, consapevole, vorrei quasi dire militante, dovrà tener conto anche di questi andirivieni della memoria, valore altissimo in balìa dei venti mutevoli delle furbizie, delle tattiche, delle convenienze del momento.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Ma si dai,basta guardarsi intorno,siamo circondati da gente che i principi non sa se si mangiano o meno,la convenienza innanzi tutto,la verità sull’orribile scomparsa di Regeni non verrà mai fuori,non ci sono prove e ormai sappiamo tutti che il potere in Egitto l’ha messo a tacere perché scomodo.

Gli affari prima di tutto,servirà a poco una ristretta minoranza che non dimentica,alla mostra di Venezia le poche voci assordanti si sono fatte sentire,purtroppo un’altra vittima politica stavolta fuori dai nostri confini, si aggiungerà al lungo elenco.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 4 settembre 2017

Le farneticazioni sulla Corea del Nord-Stati Uniti by Diego Fusaro














CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO

Non sono filo statunitense,e che questi siano da considerare come il prezzemolo dove vi siano interessi,non ci sono dubbi.

Ma non può prendere le parti di un pazzo scatenato,lei in in Corea del Nord sarebbe allineato a ciò che piacerebbe sentire al regime,le critiche da quelle parti non sanno manco cosa siano.

E i filosofi sono giullari di corte...

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 2 settembre 2017

Il post capitalismo potrà solo essere una decrescita felice












CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO DIEGO FUSARO

Non sono un fan del capitalismo e dell'industrializzazione che vuole sempre più profitti e meno manodopera,e su questo piano più che elogiare le alternative religiose,che hanno compiuto nel passato e nella storia più recente crimini contro l'umanità,dai tribunali vaticani,alla pedofilia,allo sterminio d'interi popoli,affermando tutto ciò anche in nome di Dio.

MI auguro al contrario una decrescita felice,questa opportunità rivoluzionaria che dovrà essere ottenuta sporcandosi le mani,ovvero nessuno pensi che sarà data a gentil concessione dal sistema vigente,anche perchè questo sistema che ha ormai un paio di secoli di sviluppo è un vicolo cieco,pochi ricchi e un esercito di miliardi di persone dedito a una faticosa sopravvivenza.

Dulcis in fundo,si fa per dire,uno sfruttamento delle risorse del pianeta senza senso e che stanno per terminare,insieme all'impazzimento climatico che farà sempre più danni.

No.non ci vedo alternative religiose,quelle monoteiste soprattutto sono sempre andate a braccetto col potere,e non sarà un Papa argentino a sovvertire un trend del genere.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 30 agosto 2017

La linea della comunità europea sui migranti "arrangiatevi"














Nuova linea sui migranti: la pedagogia europea del “sono cazzi vostri”

di Alessandro Robecchi

Bene, riassumiamo le linee etico-strategiche della nuova politica sulla migrazione dall’Africa. Noi non siamo capaci di fare gli hot spot di identificazione in modo decente. O fanno schifo con un cesso per seimila persone, o chi li gestisce ci specula sopra come una specie di schiavista, o c’è un giro di mazzette, o tutte e tre le cose. Quindi il nostro geniale piano è di spostare tutte queste belle cose verso sud, e che se la vedano un po’ loro. Naturalmente non è un servizio gratuito: bisogna dare qualcosa a chi si prende questa briga, la Libia, il Ciad, il Niger. L’abbiamo già fatto con il signor Erdogan, che incassa dei bei soldi per fare da tappo alla migrazione da sud est, dalla Siria in particolare. Certe cronache plaudenti si esaltano per numeri dell’aiuto europeo all’Africa, e alla Libia in particolare: già pronti 170 milioni! Urca! E’ un po’ come dire: mi compro una villa al mare e ho già pronti ventisette euro e mezzo.

Dunque i migranti, i disperati, uomini e donne che attraversano mezzo mondo verso nord nella speranza di mangiare tutti i giorni, o di non essere arrestati dal regime, o di non dover fare il militare a vita come in Eritrea, hanno un buon valore di scambio, diciamo paragonabile a quello del petrolio e delle materie prime. E’ un affare far arrivare il gas in Italia, ed è un affare non far arrivare i migranti.

Naturalmente tutto questo prevede un aggiustamento delle rotte, delle strategie per spostare grandi carichi di persone. Insomma cambia la logistica dello schiavismo, e per ora gli accordi di Parigi sono questo, niente di più: era seccante e costoso vederli morire nel Mediterraneo, ora moriranno nel deserto, potrebbe essere costoso lo stesso, ma almeno non li vediamo e non sentiamo quel disagio di veder crepare la gente sotto casa. Se si espellono dal vocabolario parole come “etica”, “morale” e “umanità”, va tutto benissimo (si attende con ansia la pubblicazione di un vocabolario italiano-Minniti). In ogni caso, sia chiaro, alle vite di quelli che prima morivano o venivano ripescati nel Mare nostrum e che ora rischiano la pelle nel Sahara, non frega niente a nessuno, sono numeri, statistiche, flussi da bloccare. La distinzione tra migranti politici e migranti economici – che a Parigi è stata molto sottolineata – è ormai accettata dalla politica di ogni colore, come se la situazione economica di un paese che non riesce a dar da mangiare ai suoi cittadini, costringendoli a rischiare la vita per scappare da lì, non fosse una questione politica, che scemenza. Insomma, l’Europa mette un tappo – un altro – per difendere i suoi confini da quella clamorosa fake news che si chiama “invasione”, una parola prima rumorosamente inventata dalla destra xenofoba e leghista, poi sdoganata dai media, e ora praticamente diventata verità ufficiale anche se i numeri dicono il contrario. Naturalmente siamo tutti contenti se i cittadini di Sabratha, in Libia, avranno un laboratorio per analisi mediche, ovvio, e se Zwara avrà la sua rete elettrica costruita dall’Europa, benissimo, molto bene. Si segni a verbale, però, che tutto questo sarà (forse, speriamo che le pompe idriche a Kufra vengano fatte con più efficienza delle casette per i terremotati del centro Italia, ecco) costruito sulle spalle di centinaia di migliaia di migranti internati in lager libici, o morti di sete nel deserto, o arrestati prima della partenza. Il piano europeo di Parigi sottolinea anche l’esigenza di “fare opera di pedagogia” (questo l’ha detto Macron), cioè spiegare bene (suggerirei delle slide) a gente che mette in gioco la sua vita, che fa viaggi di anni, che viene picchiata, incarcerata, derubata, violentata e torturata ad ogni tappa, che qui non li vogliamo. Una pedagogia del “sono cazzi vostri”, insomma, salutata come una grande vittoria europea sul fronte dell’”emergenza immigrazione”. Amen.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Su come la comunità europea si comporti con questo disastro umanitario epocale ho già scritto in molte occasioni,una breve definizione su come si comporti,è la figura dello struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia.

Basterebbe dividere i profughi e sottolineo i profughi,in ogni comune italiano senza che ci siano luoghi d’elite off limits e in proporzione ai residenti di ogni comune,così come nel resto del continente,a quel punto alcune decine di persone non risulterebbero un problema.

Però insisto,su questo pianeta siamo circa sette miliardi,una consistente percentuale risulta povera o poverissima a vari livelli,non si può ospitare senza limiti tutta la povertà del mondo,non mi pare che esprimere una riflessione del genere dia adito a egoismo occidentale e tanto meno al razzismo,forse,ma è un mio parere,solo buon senso.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 25 agosto 2017

Non si possono accogliere i migranti all'infinito e lasciati da soli dalla comunità europea













I migranti e noi, infima minoranza

di Alessandro Gilioli

Appartengo a una minoranza. Infima, e perculata.

Quella che non riesce a gioire con Paolo Mieli perché oggi i disperati della terra sono rinchiusi in un lager in Libia o in Niger.

Quella che non riesce a considerare il decoro urbano prioritario rispetto al diritto alla vita, alla speranza, alla dignità.

Quella che vorrebbe parlare uno a uno a quelli che odiano i migranti, per trovare anche il Budda che è in loro.

Quella che non capisce Alfano quando dice che lo ius soli al momento "è inopportuno", perché non considera "inopportuno" un diritto umano, mai, in alcun momento.

Quella che considera una vittoria epocale dei potenti aver messo uno contro l'altro i disperati.

Quella che si vergogna per l'iprite buttata da Graziani sugli africani e che sì, si sente in colpa per gli orrori del colonialismo e crede che abbiamo dele responsabilità storiche enormi, orribili, su cui non possiamo fare spallucce.

Appartengo a un'infima minoranza che non odia nessuno ma trova inguardabili, inaccettabili, invotabili i politici di tutti e tre i maggiori schieramenti, che inseguono il consenso attaccando chi salva vite e non chi le ha ridotte alla disperazione.

Appartengo a un'infima minoranza che non considera chi nel governo italiano ha chiuso le frontiere un eroe, ma un criminale della storia, del nuovo Olocausto.

Appartengo a un'infima minoranza come mio nonno antifascista negli anni Trenta, quando tutti amavano il Duce.

Appartengo a un'infima minoranza e lo posso scrivere perché non sono un politico, non ho nulla da chiedere, nulla da difendere, nulla da ambire.

E, ciò che veramente mi dà dolore, più nulla da sperare.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Come ha scritto la persona del primo commento,non si può accogliere all'infinito e con l'Europa che di fatto ha chiuso i confini,nell"arrangiatevi più schifoso possibile,il degrado delle città,almeno quelle più grandi, che è sotto gli occhi di tutti rimarrà tale,considerato l'economia alla canna del gas in Italia e la relativa possibilità di integrazione.

Mi rendo conto della catastrofe umanitaria in Libia,tutto ciò potrà essere utile per i futuri migranti,nell'essere derubati,stuprati,violentati e nell'evitare un dramma del genere,almeno nei casi di migranti economici

I principi di sx legati all'accoglienza non possono essere d'utopia,possono esistere e devono essere esercitati con delle regole e con il buon senso,chi ha la coscienza sporca è da ricercare altrove,nella comunità europea egoista e salva banche,che se ne fotte dei lavoratori,delle famiglie e ovviamente dei migranti.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 24 agosto 2017

Gli accordi falsi e ipocriti della politica verso le elezioni del 2018


















Sì, no, forse con Matteo, o contro B: i camaleonti di un’estate dadaista

di Alessandro Robecchi

Citiamo i classici: l’estate sta finendo, un anno se ne va, eccetera, eccetera. Tolto il costume da bagno e rimessi i vestiti civili, ognuno si ributta nella sua vita normale scrutando l’orizzonte dei prossimi mesi: una campagna elettorale infinita che arriva al culmine, la prevalenza del cretino che si afferma sempre più, i tweet di Nina Moric, quelli di Rita Pavone, lo ius soli che si fa, poi non si fa, poi parla il papa e forse si rifà, ma no che non si fa, perché Angelino non vuole. E però Angelino, sfanculato da Renzi due mesi fa, torna di moda per l’alleanza in Sicilia, ma forse sì, forse no, dipende da quel che serve al momento. La tattica vince quattro a zero sulla strategia, nessuno dice un’idea di Paese, di futuro, nessuno mette punti fermi, i punti sono mobili, variabili, intercambiabili a piacere.

Solo due mesi fa l’attacco alle Ong era una posizione di destra xenofoba e razzista; oggi, l’azione delle navi delle organizzazioni umanitarie è stata praticamente sconfitta e annichilita dal ministro dell’interno del governo “di sinistra” (ops!): chi sbertucciava Salvini, oggi difende di fatto le sue politiche, chi diceva “mai larghe intese” oggi dice “larghe intese perché no”.

Il povero Silvio, con capelli, senza capelli, con la Lega, senza la Lega, con la Meloni, senza Meloni, punta alla più clamorosa rivincita che si ricordi. Matteuccio nostro gira l’Italia vendendo il suo libretto e spinge sul lato umano (“Com’è umano, lei”, cfr il povero Fracchia). Molti diventano minnitiani proprio perché pare meno umano. I cinque stelle hanno buon gioco, limitano al minimo le esternazioni, consapevoli che meno parlano e meno cazzate dicono, mentre si scopre che tutto il meccanismo della loro democrazia online dal basso può essere messo in crisi da qualche hacker. Ognuno disegna le sue delusioni o le sue soddisfazioni sullo scorno dell’avversario: un topo a Roma, hurrà! Raggi dimettiti! Gli intellettuali che si schierano stanno su un’altalena che va a velocità vertiginosa: oggi viva Saviano, domani abbasso Saviano, dopodomani viva di nuovo, a seconda di quanto quello che dice si attaglia alla tattica del momento.

fatto230817In tutto questo scenario dadaista, non si può contare nemmeno sui numeri, spesso truccati, soprattutto quelli sul lavoro: se nella settimana del rilevamento Istat hai lavorato un’ora risulti occupato, per dirne una. I governativi che esultano per uno 0,4 in più di Pil sono gli stessi che prima del referendum costituzionale sventolavano le stime di Confindustria: se vince il No avremo crollo, morte e distruzione.

I militanti di ogni risma e formazione, hanno ormai con i nervi come corde di violino, pronti alla giravolta. Basta con Silvio, andiamo con Silvio, basta con Angelino, andiamo con Angelino, viva Pisapia, abbasso Pisapia. Non c’è certezza, convinzione, visione strategica che non venga travolta dalla polemica passeggera e contingente, costringendo all’inversione a U: l’animale di riferimento è il camaleonte, i politici accusati di “parlare alla pancia del paese” ora non lo fanno più: è la pancia del paese che parla a loro, che gli detta la linea. I giornali seguono, i social peggio mi sento. Se uno straniero commette un reato, ecco la valanga di allarme sulla sicurezza, se un italiano commette un reato, ecco la reazione uguale e contraria, fino a esilaranti (ma tristi, c’è poco da ridere) contraddizioni, così palesi che si trasecola: a pagina due c’è la fiera reazione “il terrorismo non cambierà le nostre abitudini!”, a pagina tre si dibatte se mettere barriere in cemento o querce in vaso per fermare i furgoni sulla folla, cioè si discute animatamente di come cambiare le nostre abitudini. Questo è lo scenario emotivo della settima potenza mondiale alla fine dell’estate 2017. Buon autunno. Auguri. Ne avremo bisogno.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Tempi bui,vero? Dove il più sano c’ha la rogna,se siamo la settima potenza mondiale non oso immaginare cosa ci sia dietro di noi.
Alle prossime elezioni ci sarà con tutta probabilità un astensionismo mai visto,non c’è da rallegrarsene,toccherà solo prenderne atto,e chi avrà ancora voglia di scegliere,scelga il meno peggio.

In ogni caso il siamo fottuti per molti versi,rimarrà il target per una buona percentuale di italiani,comunque vada naturalmente.

I.S.

iserentha@yahoo.it