giovedì 25 maggio 2017

Il tempo che viviamo,tra dibattiti grotteschi e surreali
















Il dibattito pubblico lo conferma: esce Lsd dai rubinetti

di Alessandro Robecchi

Caro direttore, amici lettori, autorità competenti.

Vorrei attirare la vostra attenzione su una mia teoria che ogni giorno si dimostra più fondata e che dovrebbe allarmare tutti. Qualcuno ha sciolto dell’acido negli acquedotti, non c’è altra spiegazione. Il tono del dibattito pubblico, i suoi argomenti, le decisioni prese in seguito o sull’onda di quello che si dice al bar o alla fila alla posta (o che ha scritto su Facebook mio cugggino) sembrano meno lucide di un assaggiatore del Narcos o di un chitarrista rock degli anni Settanta.

L’ultimo esempio è il complicato affaire dei vaccini, un argomento importante che è stato trasformato (credo dopo massiccia assunzione di Lsd dai rubinetti) in una guerra tra untori medievali millenaristi vogliosi di strage per malattia e un esercito di crocerossini inventori della penicillina. Ogni voce sensata o ragionevole, da una parte e dall’altra, è stata zittita. Un dibattito sui vaccini da somministrare ai bambini è diventato la caricatura di uno scontro ideologico. Risultato, per non saper né leggere né scrivere: il decreto fatto in fretta e furia, pieno di buchi e di incertezze, spropositato rispetto a quello che le strutture sanitarie e scolastiche potranno fare. Se va bene sarà un casino indicibile, con in più l’introduzione di un classismo sanitario ripugnante: chi è contrario potrà continuare a essere contrario pagando, chi non potrà pagare dovrà essere d’accordo.

Come del resto è successo coi voucher: per paura di prendere un’altra sberla in un altro referendum, zac, via tutti. Non una soluzione, ma una decapitazione, tipo abbattere la casa perché hai bruciato l’arrosto. Credo che i primi sversamenti di acido lisergico negli acquedotti del Paese siano cominciati all’Expo, quando ci si divideva tra “lo straordinario successo” e il “flop clamoroso e costoso”. Oggi che si potrebbe andare a controllare gli effetti di quel “miracolo” (per esempio se ci sono i tanti punti di pil in più promessi, o le migliaia di posti di lavoro creati che no, non ci sono), addio, tutto perdonato, tutto dimenticato, ci sono altre priorità.

Alte concentrazioni di acido nella capitale ovvio. Prima il derby a testate tra olimpici e non-olimpici, poi tutti esperti di costruzione di stadi e marketing urbano, poi fotografatori di monnezza traboccante dei cassonetti (o di cassonetti lindi come a Zurigo centro, per contrastare con una cazzata altre cazzate). Politici o presunti tali vanno in tivù a dire di bambini uccisi dai topi. Saviano dice il suo pensiero sul Pd, eccolo accusato di grillismo, Saviano dice qualcosa contro Grillo, eccolo ri-arruolato, “uno di noi”. De Bortoli era un bravo e attendibile giornalista e diventa una specie di punkabbestia fissato con le scie chimiche. Gli stessi che menavano fendenti su “voi votate con Salvini” al referendum sulle riforme costituzionali, ora discutono una legge elettorale che piace solo a loro e a Salvini. Senza nemmeno sapere di che si parla si prendono le misure sull’avversario: se un Di Maio ha detto bianco io devo dire nero, se Renzi ha detto nero io devo dire bianco, la realtà dei fatti è un dettaglio trascurabile sullo sfondo. Arrivano le cifre del Jobs act – oggettivamente un disastro – ed ecco pronto il ribaltamento: senza sarebbe stato peggio. Però si può sparare al ladro. Quelli che dicevano no, no, non siamo mica in Texas ora dicono, bene, giusto, la sicurezza! Ma solo di notte. Molti ridono.

Tutto questo senza il minimo rossore né vago imbarazzo, come fosse normale vedere gli elefanti rosa, come se il Paese fosse una enorme Woodstock della scemenza collettiva, tutti a tirare mutande e reggiseni sul palco in omaggio a questa o quella star dei due schieramenti, indipendentemente da quello che sta suonando. Date retta: c’è acido negli acquedotti. Non c’è altra spiegazione.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Non ho idea se sia colpa del noto allucinogeno o meno,più che altro dai rubinetti pare che sgorghi stupidità liquida e che vada direttamente al cervello.

Da quel leggo,non vedendo tv in chiaro,ho rinunciato da parecchio tempo,tutte le querelle che ha descritto mi risultano interessanti come fissare un muro per ore,ne prendo atto ma non mi soffermo più di tanto,c’è il grosso rischio di diventare sempre più dementi.

Che ci possiamo fare,questo è il quotidiano che ci offre il nostro tempo,mi auguro che sia ciclico,almeno per le prossime generazioni.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 22 maggio 2017

La corruzione italica raccontata dall'ex manager Alberto Pierobon

















CLICK NEWS IL FATTO QUOTIDIANO

Apprezzo la denuncia dell'ex manager e del giornale,di cui sono abbonato,per la franchezza d'informazione,sono articoli da incorniciare e mi auguro che ci siano diffusamente.

Detto ciò,questo è un paese marcio profondamente,e non saranno pochi uomini a cambiarlo,purtroppo questo è il dramma di noi italiani,almeno di quelli onesti.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 18 maggio 2017

Ma che c'azzeccano le magliette gialle tra le macerie dei terremotati?
















La morte della decenza: Renzi e le magliette gialle sui luoghi del terremoto

di Alessandro Robecchi

La chiamata alle armi viene direttamente dal Capo Renzi, su Facebook, appello accorato e ordine di mobilitazione. L’adunata è per tutti i militanti, dai deputati in giù, che andranno (cito il sacro testo) “Ognuno in un Comune diverso di quelli colpiti dal sisma”. A fare che? “Ad ascoltare, a fare il punto, a portare la testimonianza di un impegno concreto”. Insomma, niente ramazze, stavolta dovrebbero bastare le orecchie. Il Pd vuole “ascoltare” i bisogni delle popolazioni terremotate del centro Italia.

La stampa nazionale, almeno ieri, ha fatto finta di non sentire. Se si va a leggere la stampa locale, però, i commenti all’iniziativa “magliette gialle al terremoto” vanno dall’incredulità all’insulto fiero e contadino di quelle terre. Gente che si firma con nome e cognome, moltitudine di cittadini in forte disagio, non ascrivibili certo alla canea dei troll della rete.

Ma riassumiamo: Il Pd siede al governo con preminentissima posizione di comando. Il commissario straordinario al terremoto, Vasco Errani, è stato nominato da Renzi. Le quattro regioni colpite dal terremoto sono governate dal Pd. Decine e decine di comuni colpiti hanno sindaci del Pd, spessissimo brave persone che dall’agosto scorso lavorano giorno e notte per i loro cittadini messi in ginocchio dal sisma.

E con tutte quelle orecchie in loco, ora ecco che si indossa la maglietta gialla e si va “a ascoltare”.

Strabiliante. Matteo Renzi ci sta dicendo che non basta governare un territorio (regioni, comuni, frazioni) per conoscere la situazione dei cittadini che ci vivono. Bisogna andare lì in divisa (gialla) a “fare il punto”. Propaganda offensiva, per chi sta lì, uno sberleffo, uno schiaffo.

Per agevolare nella trasferta i deputati del Pd chiamati all’appello, possiamo consigliare qualche luogo d’interesse in zona. Vadano per esempio negli alberghi sulla costa, dove migliaia di persone sono state ospitate perché non gli si volevano dare container, ma le famose casette, che non arrivano, quando arrivano vengono sorteggiate. E ora che gli albergatori della costa rivogliono le stanze, che parte la stagione, i cittadini terremotati sono costretti a nuove diaspore tra campeggi e famiglie divise qua e là. Per il pranzo consiglio un ristorante di Pieve Torina, il Vecchio Mulino, che ha tenuto aperto tra mille eroici sforzi per sfamare soccorritori e operatori della protezione civile servendo migliaia e migliaia di pasti, indebitandosi perché lo Stato non paga la convenzione. Se piace la montagna, visitare Amandola, specie l’ospedale. Oppure Ussita, posto bellissimo, dove il sindaco si è dimesso perché dice che lì non si ricostruirà più. Oppure andare a comprare strepitosi formaggi da quegli allevatori che già a fine agosto di un anno fa dicevano: occhio che nevicherà, non abbiamo le stalle. Lo dissero per mesi, videro le bestie morire al gelo, gli appelli inascoltati. Ecco, chissà loro che faccia faranno vedendo delle “magliette gialle” che vanno “ad ascoltare”.

Ora è chiaro che viviamo una perenne campagna elettorale fatta di colpi di sceneggiate, trovate propagandistiche, alzate d’ingegno, e va bene. Ma scherzare con gente che dorme a 50-80 chilometri da dove lavora, che non sa dove dormirà tra una settimana o tra un mese, che un lavoro magari non ce l’ha più, che si rimette in piedi la stalla con le sue mani, che aspetta la casetta promessa per Natale, poi per primavera, poi per mai, ecco forse è un po’ troppo. Meglio fermarsi, se non per opportunità politica, almeno in nome della decenza.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Uno Stato serio,specie in un paese come il nostro,dove le scosse telluriche sono cicliche e sempre più frequenti,avrebbe le casette prefabbricate già pronte,ci vorrebbe solo il trasporto e la messa in opera.

Un paese come il nostro avrebbe dovuto investire nella messa in sicurezza dei vecchi edifici nelle zone rosse già da molti anni,la tecnologia c'è,e soprattutto sbattere in galera chi ha costruito dallo scorso secolo in modo criminale,come all'Aquila,dove sono crollati palazzi degli anni 80-90.nonostante fosse obbligatorio costruirli in un modo consono.

Poi c'è il marketing peloso,del dire e del non fare mai o malissimo le cose,con magliette gialle o meno,e qui non ci si può appellare al ben che minimo senso della dignità,vanno molto oltre,ma fino a quando tutto ciò porta consenso,purtroppo ne possiamo solo prendere atto.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 9 maggio 2017

Elezioni francesi:Solo scampato pericolo del fascismo al potere


















Macron, la paura e la speranza

di Alessandro Gilioli

A volte l'entusiasmo, specie quello per lo scampato pericolo, rischia di far perdere la lucidità. A me sembra che questi caroselli per la Francia macroniana siano un po' sfuggiti di mano. E credo di poterlo dire anche perché sono tra quelli che, da sinistra, domenica scorsa in Francia avrebbero comunque votato Macron.

Ma il problema è che avrei votato come il 43 per cento di coloro che lo hanno fatto, dati Ipsos: cioè solo per evitare che all'Eliseo andasse Le Pen.

In altre parole: sui quasi ventuno milioni di voti presi dal neopresidente al ballottaggio, più di nove non erano per lui, ma contro quell'altra. Altri sette milioni l'hanno votato solo perché «nuovo». Tre milioni (pochissimo, il 15 per cento) per simpatia verso il suo programma; e meno di due milioni per simpatia personale verso di lui.

È curioso: stiamo tutti qui a parlare di Macron come speranza e invece ha vinto per paura.

Paura della postfascista figlia di Vichy, paura delle frontiere chiuse, paura per le proposte economiche-monetarie.

Questo presidente ha vinto per paura.

E con il tasso di astensione più alto da quarant'anni a questa parte (35 per cento) e con un record assoluto perfino di schede bianche: 4.066.802 di francesi, pari al 11,49 per cento dell’elettorato. In termini assoluti, l’astensione è cresciuta di 1.830.832 unità mentre le schede bianche sono aumentate di 2.354.699 e le nulle di 768.632.

«Questi numeri sono sintomo di un popolo tutt’altro che rapito dalla retorica di Emmanuel Macron» (Francesco Maselli, nel blog italiano che ha seguito meglio le presidentielles).

Lo paragonano a Obama, ma Obama nel 2008 era hope, speranza. Tutto il contrario. Nessuno aveva paura del povero McCain.

Auguro fortemente alla Francia e all'Europa e a tutte le democrazie di poter tornare un giorno a votare per un progetto, per un programma, per una speranza. Non per paura.

Che la paura, diceva Frank Herbert, uccide la mente.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO  RANE

Lei si augura speranze,le rivolgo i migliori auguri,con un ex banchiere sponsorizzato dai grandi gruppi e che va a braccetto con la sciura merkel.

Guardi l'unica speranza,almeno per ciò che riguarda i transalpini,sono una buona parte dei lavoratori francesi che gli staranno col fiato sul collo,e qualcosa forse otterranno,al contrario di questo paese dove l'unica reazione alla miseria quotidiana,sono la cortigianeria,la ruffianeria,le raccomandazioni,etc,etc.

A ma adesso c'è l'up a punti come al supermercato per sponsorizzare il neo salvatore della patria lavato con perlana,e capirai ne premierà una cinquantina,quelli che si daranno più da fare.e che dovranno incontrarlo,mannaggia che gusti sono proprio fortunati....

I.S,

iserentha@yahoo.it

sabato 6 maggio 2017

Renzi è tornato e lo fa per noi....










CLICK IL FATTO QUOTIDIANO LUISELLA COSTAMAGNA

Condivido il commento appena postato,le sei ore di memoria sono equiparabili alla memoria del pesciolino rosso,dentro un'ampolla chiaramente.

Si prepari anche lei a raccontare le imprese del rignanese per i prossimi anni,ovviamente con le larghe intese,nel frattempo per non lasciare nulla al caso sul fronte cinque stelle,i due boss del movimento si preparino a formare una classe politica all'altezza della situazione,se si materializzasse quella con tutta probabilità non avremo più rottamatori a far danni,di tempo ne avranno!

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 4 maggio 2017

Il moderno medioevo dei nostri giorni

















Il Medioevo di questi anni

di Alessandro Gilioli

Rodolfo il Glabro, monaco di Cluny ma soprattutto grande cronista del suo tempo, descrisse molto bene cosa accadeva nella Francia di mille anni fa. Non tanto per quanto riguarda ciò che si studia a scuola - re, battaglie, papi e imperi - quanto nella mente delle persone sconvolte dalle carestie che devastavano in quel tempo l'Europa.

Accadeva infatti, in quegli anni, che un insieme di concause naturali ed economiche avessero drasticamente ridotto la produzione agricola e quindi i raccolti, portando alla fame milioni di persone e comunque immiserendo chi aveva fin lì vissuto dei frutti della terra. Il resto lo facevano la scarsissima sicurezza delle vie di comunicazione, l'instabilità e la debolezza dei poteri politici, le scorrerie e le incursioni da parte di popoli non ancora stanzializzati che abitavano più a nord o più a est.

Il tutto creava tempi di profonda incertezza nei quali, racconta Rodolfo, per disperazione e paura l'umanità aveva gradualmente perso se stessa, le sue regole di base, i suoi tabù più fondati.

Così ogni debole se la prendeva con il più debole, e lo attaccava, lo derubava, lo uccideva. E se le prime vittime di questa mortale lotta tra poveri erano i vecchi, con il peggiorare delle cose a essere rapinate e uccise furono le donne, quindi i bambini, nei confronti dei quali partì una caccia senza più alcuna remora morale il cui scopo era il cannibalismo: realtà fattuale, in quelle lande e in quei tempi, ma anche metafora di ciò che stava accadendo all'umanità.

* * *

Leggere Rodolfo il Glabro chiarisce le idee sul difficile percorso del progresso umano: che non è una linea dritta e costante ma contorta, piena di curve sbagliate, rallentamenti, frenate, retromarce spaventose. Lo stesso cronista dell'epoca era attonito dal vedere fuori dalla sua finestra barbarie di cui mai era stato testimone negli anni della sua gioventù. Poi, sul finire dei suoi giorni, raccontò anche i deboli segni di un miglioramento - tanto nell'economia quanto nei comportamenti - che poi in effetti avrebbe portato alla rinascita del XII secolo, primo bagliore di ciò che mezzo millennio dopo sarebbe stato l'Illuminismo.

* * *

Non viviamo l'epoca di Rodolfo il Glabro, grazie al cielo ma soprattutto grazie a noi, umani, che abbiamo saputo lasciarci alle spalle buona parte del nostro peggio, ciò che appunto chiamiamo inumano e che invece è purtroppo parte del nostro essere, contro cui non dobbiamo mai smettere di combattere: la violenza contro il più debole, la legge del più forte, nessuna idea di un destino comune.

Fenomeni che riesplodono, o rischiano di riesplodere, quando le cose vanno male: quando la società diventa più povera, quando ciascuno pensa solo a salvare se stesso (e vuole farlo da solo), quando ciascuno si sente oggetto di violenza e vessazione da parte di qualcuno più forte e quindi trasforma in oggetto di violenza e vessazione chiunque veda più debole.

Ed è difficile non vedere come questi siano i segnali del tempo che viviamo: lontanissimi, certo, da quelli di Rodolfo il Glabro, ma sempre più lontani anche da quelli assai più recenti in cui si era capito che il destino di ciascuno è legato a quelli di tutti.

* * *

Ieri un venditore abusivo senegalese è morto a Roma, inseguito dai vigili durante una retata. Il vicecomandante della polizia municipale si è detto dispiaciuto della morte di quel "ragazzo", parola che ha ripetuto due volte. Non era un ragazzo, si chiamava Nian Maguette, aveva 54 anni. "Ragazzo" è diventato un modo per mancare di rispetto ai più deboli: si chiamano così i lavoratori precari, i rider di Foodora, i poveri in genere e naturalmente gli stranieri immigrati. Un modo per insultare nel contempo loro e una generazione, considerata equivalente di uno stato di minorità.

Sempre ieri, e sempre a Roma, il presidente della commissione Ambiente di Roma Capitale e consigliere capitolino del M5S, tale Daniele Diaco, ha chiesto alla Caritas di togliere i pasti serali ai senzatetto che si trovano nel parco di Colle Oppio, «che poi restano a dormire all'interno e il parco diventa una pensione completa».

Ma non fatene una questione di partito, vi prego, che la barbarie è trasversale: il decreto Minniti è del Pd e del Pd è il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, quello che ha cercato di vietare la distribuzione di alimenti ai migranti nel suo comune. Tre cittadini francesi sono stati indagati per aver violato l'ordinanza, revocata solo dopo un appello firmato tra gli altri da don Ciotti e padre Zanotelli.

Quanto ai leghisti non c'è bisogno di dire nulla, se non l'ultima follia dell'ex sindaco di Padova Massimo Bitonci, ora ricandidato, che ha invitato i cittadini ad avvertirlo se qualcuno ospita migranti in città, poi ci pensa lui.

* * *

Non credo che la campagna in corso contro le Ong che salvano vite in mare sia molto diversa queste cose. Cioè non credo che chi ripara dietro la formula "si faccia chiarezza" non abbia dentro di sé un altro pensiero. Vale a dire che queste Ong hanno rotto i coglioni, a portare in Italia gli africani.

Del resto, anche l'intoccabile pm Carmelo Zuccaro - il più amato dai leghisti e da Di Maio, ma difeso anche da un ministro di questo governo - ieri ha detto che in Italia «i migranti sono troppi». Un giudizio politico, che fa pensare a un'avversione personale verso chi li aiuta a raggiungere le nostre coste.

Non credo neppure che a tutto ciò sia estranea la nuova legge sulla legittima difesa, un'autorizzazione a uccidere i ladruncoli che al contempo appaga e stimola le paure diffuse, un passo in più verso lo sdoganamento del principio per cui ciascuno di noi è solo ed è aggredito. La società e lo Stato sono lontani e quindi ci autorizzano a sparare, a trasformarci tutti in piccoli Rambo da villetta a schiera.

Non credo infine che tutte queste cose siano prive di correlazione neanche con quanto avviene da alcuni anni in questo Paese, cioè l'atomizzazione sociale e il risentimento conflittuale diffuso, insomma il tutti contro tutti che vediamo ogni giorno nelle nostre città, nei nostri autobus e nei nostri bar: precari contro pensionati, vecchi contro giovani, partite Iva contro cassintegrati, genitori contro insegnanti, impiegati contro tassisti, nord contro sud, città contro campagna, vegetariani contro carnivori e tutti contro gli immigrati e gli zingari perché c'è sempre qualcuno sotto di noi contro cui possiamo sfogarci per consolarci delle botte prese da chi sta un po' sopra.

* * *

No, certo, non siamo ai tempi di Rodolfo il Glabro. Non mangiamo bambini. Al massimo, diamo a fuoco qualche clochard, dopo avergli tolto la cena.

Al massimo siamo in una fase di retromarcia della storia, se crediamo che la storia sia anche miglioramento individuale e collettivo, perenne autoriforma, controllo delle nostre pulsioni peggiori, cammino verso più civiltà, creazione di un ambiente armonico attorno a noi e averne cura quotidiano.

L'avere cura di noi e degli altri, di ciò che siamo insieme, dato che in questo mondo siamo tutti intersecati, intrecciati nello stesso ordito, e ciascuno di noi è anche gli altri e gli altri sono ciascuno di noi - "diversi corpi, stessa mente" dice il buddismo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Con i dovuti distinguo siamo certamente immersi in un moderno medioevo,non arriveremo al cannibalismo,almeno spero,ma i rapporti umani e la socialità diventeranno sempre più complicati.

Il fenomeno migratorio secondo me accelera questo processo degenerativo,arginarlo pare impossibile,però se sarà provato che alcune Ong si mettono d'accordo con gli scafisti,direi che chiudere questo schifo a me pare più che legittimo.

Mi auguro che le prossime generazioni possano uscire da un tunnel così pietoso,tra interessi finanziari,finte sinistre e populismi senza senso,risultano talmente di scarso interesse che l'apatia e il disinteresse siano l'unica svolta logica.

PURTROPPO,il maiuscolo è necessario

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 3 maggio 2017

Primarie Pd:Il foglio in bianco da compilare e la fotocopia già pronta











Il nuovo gioco dell’oca dell’omino forte: tattiche tante, strategia zero

di Alessandro Robecchi

Si riparte. Un nuovo inizio. In cammino. Pronti via. Il mood del nuovo Pd neo-renzianissimo che esce dalle primarie somiglia alle regole dell’hockey dove ci sono le espulsioni a tempo: fai un fallaccio, esci tre minuti e poi rientri. Perdi un referendum, stai fuori cinque mesi, poi torni in campo come un campione, tutto è perdonato, un poderoso reset cancella le gesta precedenti dell’eroe per darci un eroe nuovo di zecca. Un po’ come se Otello, strangolata Desdemona, se ne tornasse qualche mese a casa e poi dicesse: ok, rifacciamo la scena da capo! Nel Pd non si rifletterà troppo su certi trascurabili dettagli, per esempio sul fatto che il Renzi “di lotta” del 2013 prese 650.000 voti in più del Renzi “di governo” del 2017, ma insomma pare che le primarie del Pd vengano vendute come un lavacro delle passate sconfitte.

Ora si vedrà come il partito dell’omino forte si getterà nella battaglia, anche se già un paio di solenni minace sono state pronunciate: si occuperà di scuola (una specie di recidiva) e sarà più presente in rete, il che significa una recrudescenza di quella stucchevole schermaglia fatta di sberleffi, troll, provocazioni, verità adattate alla bisogna , #ciaone, eccetera eccetera. Sarà uno spettacolo, non scordatevi i popcorn.

Qualche curiosità potrebbe ora suscitare la curvatura emotiva del nuovo storytelling renzista, cioè quell’impasto di retorica, trionfalismo quando si può, vittimismo quando serve, che abbiamo già conosciuto e che si è trasformato nel giro di tre anni da “novità comunicativa” ad auto-caricatura. L’ambiguità che abbiamo visto fin qui derivava essenzialmente dalla convivenza di due linee narrative: una rebelde e scapigliata (uh, che vecchiume!, arriva lui e vi sistema), e una celebrativo-rassicurante (va tutto benissimo, #italiariparte e consimili fregnacce). Logica vorrebbe che aver ristretto un po’ il partito e averlo modellato sulla figura del suo burbanzoso leader – l’omino forte, appunto – necessiti di una comunicazione se possibile ancor più aggressiva. Ma, alla lunga, il problema sarà un po’ più complesso. Il nuovo Renzi non potrà criticare troppo il passato, che è rappresentato dal vecchio Renzi e in gran parte dall’attuale governo, e al tempo stesso faticherà a crearsi nuovi nemici ad ogni passo: gli avversari ci sono, si conoscono, sono sempre gli stessi. Dopo Grillo, i bersaniani, D’Alema, il sindacato, l’Anpi, i costituzionalisti, l’accozzaglia, quelli “che dicono sempre no”, varie ed eventuali, il ragazzo ha, come dire, finito l’album: o si inventano nuovi marziani nemici del grande disegno renziano, oppure si è daccapo. In questo senso, la retorica già dispiegata sulla “ripartenza”, il nuovo inizio, il cammino suonano un po’ come il “riparti dal via” del gioco dell’oca. Sintesi: abbiamo perso tre anni per tornare daccapo, con un leader ambizioso e tendente a una caricatura di autocrazia e tutti gli altri cattivi fino a nuovo ordine, o finché non conviene il contrario. Ma il problema è che il grande disegno renziano non si sa cos’è. E’ il 25 aprile un po’ ridicolmente riverniciato da festa del’Europa, oppure l’orgoglioso leader nazionale che toglie le bandiere dell’Europa dall’ufficio? E’ quello che si batte come un leone contro l’aumento del’Iva, oppure quello che ne ha posto le basi con le clausole di salvaguardia che mise quand’era al governo? Quello che tratta Padoan come “un tecnico” (con annesso mascelluto disprezzo) o quello che lo fece ministro? E’ quello della #buonascuola miglior riforma possibile o quello che ora dice: affronteremo la questione della scuola? Insomma, le tattiche abbondano, la strategia non si vede, a meno che non si possa considerare strategia la solita solfa del trionfo di Matteo che prese meno di due milioni di voti nel 2013 e più di un milione oggi.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Risultato scontato,come ha scritto Travaglio stamattina ha tirato giù l’asticella dei votanti,dal milione preventivato sono quasi raddoppiati,pare,la grancassa mediatica e politica ha giubilato il neo conducator lavato con perlana.

Ha affermato di voler compilare un foglio in bianco,cercherà di andare più a destra sui migranti e accontentare sulla disoccupazione con soluzioni mirabolanti.

Dopo aver cancellato lo statuto dei lavoratori,senza ottenere occupazione,temo che ne vedremo delle belle.

Dopo “Alitalia che vola e l’Italia che parte”,ci sarà qualche altro gustoso slogan….

I.S.

iserentha@yahoo.it

sabato 29 aprile 2017

Un po' di chiarezza sulla libertà di stampa




ù










I nemici della libertà di stampa

di Alessandro Gilioli

«Esistono molti modi diversi per bruciare un libro:
e il mondo è pieno di gente
che corre su e giù con i fiammiferi accesi».
(Ray Bradbury)

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I nemici della libertà di stampa sono moltissimi, sapete? Molti di più di quanti ne conosca la nostra filosofia - o la nostra fede politica.

I nemici della libertà di stampa sono i mafiosi, certo, ma a volte pure i magistrati, gli uomini in divisa e ogni tanto perfino quelli in tonaca porporata.

I nemici della libertà di stampa sono quelli che vogliono imporre leggi speciali e diverse a seconda che un contenuto sia su carta o sul web.

I nemici della libertà della stampa sono le corporation del web che censurano contenuti facendo prevalere le loro private e arbitrarie policy sulle Costituzioni delle democrazie.

I nemici della libertà di stampa sono i paradisi fiscali che nascondono gelosamente patrimoni e reati, lontanissimi da ogni trasparenza, da ogni diritto di sapere la verità sui potenti del mondo.

I nemici della libertà della stampa sono i politici di tutti i partiti - tutti, tutti, tutti - che telefonano ai direttori e agli editori.

I nemici della libertà della stampa sono i politici che danno una notizia a un cronista oggi in cambio di un favore a lui o alla sua parte domani.

I nemici della libertà di stampa sono i politici che vogliono un tribunale per decidere quali news sono fake e quali no, che questo tribunale sia l'Agcom o una giuria popolare.

I nemici della libertà di stampa sono i politici, gli imprenditori e i potenti in genere che mandano le "diffide alla pubblicazione", ogni giorno una diversa, se volete ci faccio una Treccani.

I nemici della libertà di stampa sono i politici, gli imprenditori e i potenti in genere che minacciano, annunciano o fanno querele temerarie o infondate - più del 90 per cento delle querele intentate contro i giornalisti alla fine sono tali.

I nemici della libertà di stampa sono i politici, gli imprenditori e i potenti in genere che minacciano, annunciano o fanno cause civili altrettanto temerarie o infondate, e per fermarli basterebbe imporre loro di pagare la cifra che hanno chiesto, se alla fine risulta che hanno torto.

I nemici della libertà di stampa sono gli editori che non coprono legalmente chi scrive sui loro giornali, assunto o precario che sia.

I nemici della libertà di stampa sono gli editori che non pagano i giornalisti e non si accorgono che così ammettono che i loro contenuti hanno valore zero, e poi pretendono di vendere dei contenuti che loro stessi reputano a valore zero.

I nemici della libertà di stampa sono gli editori che hanno interessi fuori dall'editoria e usano i loro giornali per le proprie aziende.

I nemici della libertà di stampa sono gli editori che nella loro veste di imprenditori individuano la soluzione politica o il partito politico più conveniente ai loro interessi e indirizzano la loro testata in quella direzione.

I nemici della libertà di stampa sono gli inserzionisti che con la forza dei loro soldi ricattano e mettono a tacere ogni notizia a loro sgradita.

I nemici della libertà di stampa sono i giornalisti che per carriera, timore, convenienza o reverenza si adeguano al potente di turno o semplicemente hanno paura ad andare contromano rispetto al loro ambiente.

I nemici della libertà di stampa sono i giornalisti che di fronte a un dato di realtà contrario ai loro pregiudizi o alla loro visione delle cose, invece di rifletterci lo ignorano, lo sminuiscono, lo negano.

I nemici della libertà di stampa sono i giornalisti che non frequentano autobus, bar, mercatini e marciapiedi ma salotti, corridoi damascati e poltrone in pelle di gente potente.

I nemici della libertà di stampa sono i giornalisti che non si fanno domande, che non sono curiosi, che non sono autocritici, che sono pigri.

I nemici della libertà di stampa sono i lettori (utenti, ascoltatori, spettatori etc) che non si fanno domande, che non sono curiosi, che non sono autocritici, che sono pigri.

I nemici della libertà di stampa sono i lettori (utenti, ascoltatori, spettatori etc) che vanno sempre in cerca della conferma del proprio pregiudizio, e i giornalisti che glielo offrono su un piatto d'argento, in una spirale senza fine verso il peggio.

I nemici della libertà di stampa siete voi che quando un'inchiesta giornalistica tocca un politico che odiate è oro colato, quando tocca un politico che amate invece è spazzatura, gossip, complotto e manovra.

I nemici della libertà di stampa sono tutti quelli che - giornalisti, editori, lettori, utenti - si convincono di ciò che a loro conviene e così credono di aver salvato la buona fede, l'onestà intellettuale.

I nemici della libertà sono questi e molti e moltissimi altri.

Ognuno guardi a se stesso, e ai suoi amici piuttosto che ai suoi avversari, se la libertà di stampa gli è davvero più amica di ogni altra cosa.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

A me pare strano che in un solo anno,questo paese dal 78esimo passi al 52esimo,in ogni caso visto e considerato che gli ho sempre dato credito,ne prendo atto e vorrei solo capirne le ragioni.

Faccia ammenda anche il boss dei cinque stelle sulle prescrizioni di certi giornalisti,se sono disonesti lo capiamo senza consigli,almeno per chi si informa diffusamente.

Ma a parte i potenti che non digeriscono trasmissioni come Report,o certi articoli su alcuni giornali,penso che la libertà di stampa sarà credibile in Italia,quando il 99% dell'informazione darà le notizie in prima pagina dandole per l'importanza che godono.

L'esaltarle,il nasconderle,ometterle del tutto,non ci potrà mai vedere tra le prime classificate come succede dalle parti scandinave.

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 26 aprile 2017

Continua la saga del prezzemolino Matteo Renzi













Le avventure di M. R. il toscano, l’inafferrabile re delle cronache

di Alessandro Robecchi

Con tutto quello che succede sul pianeta, dal derby nucleare tra le due persone peggio pettinate del mondo alla manovrina di Padoan, dagli ordini di Trump a Gentiloni alle primarie del Pd, saranno sfuggite ai lettori alcune notizie di cronaca. Cerchiamo di rimediare con un piccolo riassunto.

Firenze. Gli addetti della Polfer di Firenze hanno sorpreso un uomo intento a cambiarsi in una toelette della stazione. Si tratta di M. R., già noto alle cronache e con numerosi precedenti per trasformismo, che tentava di travestirsi da Emmanuel Macron, incorrendo così in diversi reati, tra cui atti osceni in luogo pubblico e scambio di persona. “Lo abbiamo visto cianotico e siamo intervenuti”, hanno detto gli agenti, accertato che M. R. cercava di sembrare quaranta chili più magro. La vicenda si è chiusa con un verbale e un ammonimento a non riprovarci, a cui M. R. ha risposto con “Bien sûr, au revoir! Vive l’Europe!”. Non è la prima volta che M. R. cerca di travestirsi da vincitore, era già successo in occasione di un défilé con la camicia bianca, insieme a leader in camicia bianca tutti finiti malissimo.

Roma. Una pattuglia di Carabinieri ha sedato una rissa tra gang rivali nei pressi del ministero del Tesoro. Le due bande che si sono fronteggiate erano capitanate da M. R., contrarissimo all’aumento dell’Iva prima delle primarie del Pd e poi prima delle elezioni, e M. R., ex Presidente del Consiglio, inventore delle clausole di salvaguardia nella passata legge di stabilità, che contenevano l’aumento dell’Iva. Come sempre, lo scontro è iniziato con male parole e provocazioni, per poi degenerare. I due M. R. interrogati separatamente, si sono rivelati la stessa persona e si aspetta ora un confronto al’americana. Il bilancio dei tafferugli è di un contuso: si tratta di un passante ignaro convolto nello scontro, un tecnico, tale Pier Carlo Padoan, che ha riportato ferite all’autostima curabili in dieci giorni.

Pontassieve. Un noto blogger della provincia di Firenze ha intrattenuto online gli iscritti al suo blog, Facebook, Twitter, Instagram, PacMan e PokemonGo, oltre ai clienti della sua app, sui suoi pensieri alla vigilia dell’incoronazione del nuovo/vecchio segretario del Pd che avverrà domenica prossima. Ordinaria amministrazione, vanterie e chiacchiere, fino all’atroce minaccia: subito dopo le primarie M. R. si occuperà di scuola, di una nuova riforma della scuola, di nuove riflessioni sulla scuola, di inedite soluzioni politiche per la scuola. La popolazione civile è stata avvertita, professori, studenti e famiglie si apprestano a scendere nei rifugi. Timidi e per ora prudenti i commenti delle associazioni del docenti: “Assistiamo con rispettosa curiosità le prossime riflessioni del comandante Schettino sulla riforma della navigazione”.

Fiumicino. Finalmente restaurato, tornerà nei cinema un capolavoro del giugno 2015, sempre apprezzatissimo dalla critica e poco conosciuto al grande pubblico. Si tratta di un raro documentario in cui un certo M. R., in evidente trance agonistica, ammoniva di allacciarsi le cinture, perché “si decolla”, perché “Se decolla Alitalia decolla l’Italia”. Secondo i recensori più acuti, si tratta di un capolavoro di recitazione, perfetta sintesi del metodo Stanislavskij, in cui l’attore esaspera il meccanismo dell’identificazione, diventa pietra, poi albero, poi – esercizio di difficilissimo – salvatore di Alitalia. Per chi studia recitazione si tratta di un documento prezioso, specie nei passaggi in cui M. R. confessa di aver sempre sognato di fare lo steward e attacca frontalmente i gufi che non credono al prodigioso rilancio della compagnia di bandiera. Meno di due anni dopo, il film sarà proiettato a bordo degli aerei Easy Jet e di tutte le compagnie di bandiera non affidate alle sapienti cure di Montezemolo.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Ecco,nel mettere a fuoco il personaggio,basta e avanza la compagnia di bandiera,è evidente che qualsiasi cosa tocchi o se ne occupi fa una brutta fine,anche se le responsabilità arrivano da lontano,l’avessero fatta fallire a tempo debito,ora non avremmo più questo fardello magnasoldi tutto a carico del contribuente.

Se lo votino pure nelle primarie,invece che avere un nuovo salvatore della patria,ne avremo uno già straconosciuto,Il futuro è più o meno una certezza.

Ciò che imbarazza,è che ci sia qualcuno che gli da ancora credito,pure i giornaloni/Tv tanto amici,dal 4 dicembre hanno iniziato a storcere il naso.

Le larghe intese con meno potere del rignanese,le stanno organizzando.

I.S.

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venerdì 21 aprile 2017

Fascisti su Marte e a Tor Bella Monaca













Fasci da compatimento tra “rettificazione” morale e prime pagine

di Alessandro Robecchi

Dilemma etico non da poco: i fasci da compatimento che qualche notte fa a Tor Bella Monaca hanno attaccato cartelli contro negozi stranieri, fanno più paura o fanno più ridere? E’ una questione antichissima: era sublime il Grande Dittatore di Charlie Chaplin, ma certo non ha impedito a Hitler di fare quello che ha fatto. E dall’altro lato la bramosia dei piccoli arditi di borgata di farsi prendere sul serio suggerirebbe proprio il contrario: coglierne il lato macchiettistico e involontariamente auto-satirico. Che fare, dunque? Intervistati dai giornali, i titolari dei negozi presi di mira dicono che non denunceranno, il che significa che ci credono poco alla “giustizia che fa il suo corso”, mentre i balilla sulla pagina Facebook del gruppetto fascista che ha rivendicato l’azione (qualche cartello appeso, forse qualche scritta sul muro) festeggiano la Santa Pasqua (Auguri camerati!”). Tutto un po’ surreale, insomma. Lasciamo perdere la faccenda dei negozi italiani e dei negozi stranieri: si può spaziare dagli orrori della Notte dei Cristalli al ridicolo sogno dell’autarchia in un mondo globalizzato, in entrambi i casi si prova una certa vertigine. I gerarchetti di Tor Bella Monaca rilasciano comunicati manco fossero l’Onu, e sono righe esilaranti da cui traspare la prima preoccupazione: farsi conoscere, dire chi sono, collocarsi. “Identitari, nazionalisti, di ispirazione cattolico-fascista”. Ecco fatto, semplice, no? Siamo a un passo (dell’oca) dalla barzelletta sul matto che si crede Napoleone.

Poi c’è, nelle prime righe, il severo monito: “non siamo la costola di nessuno”, che messo così in evidenza significa proprio il contrario: saranno camerati che hanno litigato con altri camerati su chissà quale centrale questione strategica (il fez va portato storto? DVX si potrà scrivere anche con la U normale?). Non si sa quanti ardimentosi adepti abbia questa nuova setta grottesco-fascista, ma se si va a vedere il manifesto d’intenti, che è un po’ anche un programma, una dichiarazione e un “che fare?”, si può leggere questo: che lottano contro i poteri forti e “nello specifico satanismo e massoneria , signoraggio bancario e lotta al sionismo”. Non si capisce come siano esclusi dagli ambiziosi obiettivi anche l’alopecia, l’imperialismo e il surf, ma non si può avere tutto. Quel che è certo è che per fare tutto questo (cioè per lottare come belve contro il satanismo, per dirne una) serva “un’immensa rettificazione morale”, che fa paura, ma anche ridere, solo a dirlo. Risparmio al lettore innocente il resto della prosa, ma resta il dilemma di prima: quando vedi uno che delira ridi, come verrebbe spontaneo fare, o ti preoccupi che il delirio non si espanda?

Una cosa però appare abbastanza evidente: pur propugnando arditamente “la controinformazione a dispetto dei metodi tradizionali di comunicazione” (sic), gli arditi che difendono la civiltà occidentale e l’identità italiana contro un macellaio rumeno o una parrucchiera nigeriana ai “metodi tradizionali di comunicazione” (ri-sic) ci tengono in bel po’, e difatti sventolano come un gagliardetto consunto dalla battaglia un articolo di giornale che parla di loro (“sulla prima pagina”, si lasciano scappare con orgoglio). Alla fine pure questo fa un po’ ridere: mentre teorizzano “Il

servizio di una causa che va al di là dell’uomo” (eh?), mentre ci assicurano che “Contano soltanto le qualità dell’anima, le sue vibrazioni, il dono totale” (prego?), contano le righe e raccolgono la rassegna stampa, come se entrare in qualche modo nella cronaca fosse un atto di esistenza in vita. Naturalmente non farò qui il nome di questi arditi alfieri della “rettificazione morale” (scusi?), proprio per non finire nella loro collezione di “dicono di noi”. Il dilemma se siano più preoccupanti o più ridicoli resta aperto.

DAL BLOG ALESSANDROROBECCHI.IT

Sono innumerevoli ormai le storie dei conflitti tra poveri, più che prenderle con umorismo,propendo al preoccupato,fosse solo una crisi momentanea le possibilità di propagazione del fenomeno risulterebbero minime,ma non sarà così purtroppo.

E sono dell’idea che se nelle elezioni in Francia dovesse vincere e governare il front national,la deriva fascio-destrorsa avrà un enorme trampolino di lancio.

Forse ora ne possiamo ancora sorridere data l’evidente dabbenaggine,almeno da quel che ha descritto su questo post,forse domani penso proprio di no.

I.S.

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giovedì 20 aprile 2017

Botta e risposta tra Scalfarotto-Gilioli,sugli orari e sul diritto del lavoro











Di lavoro festivo, modernità e Scalfarotto

di Alessandro Gilioli

Caro Scalfarotto,

ho letto con interesse e piacere il tuo post che - partendo dalle campane medievali - mette i piedi nel piatto di una delle questioni più dibattute e interessanti del nostro tempo e della nostra quotidianità: il lavoro 7/24, o meglio la disponibilità dei beni e dei servizi per i consumatori 7/24.

CLICK POST DI SCALFAROTTO

Non c'è dubbio che ci sia una parte di verità in quello che scrivi: siamo sempre più abituati, come consumatori, a godere della disponibilità di beni e servizi all'ora che vogliamo, nei giorni che vogliamo. Ciò, come consumatori, ci facilita la vita.

Alcuni di noi, i più fortunati, provarono l'ebbrezza di questa condizione già venti o trent'anni fa, viaggiando negli Stati Uniti: che figata alzarsi alle tre di notte e trovare un "deli" aperto sotto casa, che bello poter comprare i fiori per la fidanza all'alba della domenica. E tornando a casa ci sembrava medievale - appunto - che la nostra vita di consumatori fosse così frustrata da orari, chiusure, feste comandate.

Sicché quando anche noi qui in Europa ci siamo adeguati - adeguati a soddisfare la nostra parte di consumatori, dico - questa ci è sembrata senz'altro modernità.

E per te, così come per me, è senz'altro comoda questa modernità. Facciamo professioni d'élite, entrambi: tu in politica, io nel giornalismo. Magari lavoriamo anche noi fuori orario, certo; ma con la leggerezza di chi sta bene, di chi non ha paura di una bolletta Acea, di un water che si rompe, di una inaspettata cartella Equitalia. Il nostro lavoro è quello dei fortunati, dei privilegiati. E non solo per reddito.

Quindi possiamo con serenità appagare la nostra parte di consumatori. Quella che è contenta dei servizi e dei beni disponibili 7/24. Tanto, noi stiamo bene. Nessuno ci chiederà di lavorare di notte o il primo maggio per tre euro l'ora. Scherziamo?

Tuttavia, purtroppo, per ogni felice consumatore c'è un produttore che felice lo è sempre meno. Lo è sempre meno per i turni che gli vengono imposti, per i ricatti che subisce, per le condizioni a cui è sottoposto, per i rapporti di forza che lo costringono ogni giorno di più al silenzio e alla sottomissione. È lui, è lei la persona che vedi alla cassa quando fai la spesa il primo maggio o quando chiami il call center di notte. È lui, è lei, di cui non sai - non sappiamo - nulla.

Per te tutto questo non ha nulla a che fare con «il problema che riguarda le modalità con cui viene stabilito il calendario delle aperture e il livello di retribuzione, un problema di relazioni industriali e di contrattazione». Per te le due cose non c'entrano tra loro. Per te è solo un caso che con l'estensione pervasiva del 7/24 siano diminuite le retribuzioni, siano diminuiti i diritti, siano aumentate la prevaricazione e la precarietà.

Ecco, è qui secondo me che ti sbagli.

I due fenomeni non sono slegati tra loro.

La disponibilità di merci e servizi 7/24 e il peggioramento delle condizioni di lavoro non sono state due variabili indipendenti tra loro. Sono state, parimenti, due conseguenze della vittoria dell'alto contro il basso nella lotta di classe negli ultimi trent'anni. E che l'abbiano vinta i ricchi non lo dico io, Ivan, lo dice Warren Buffett, uno dei vincitori, uno dei miliardari.

Allora, forse, è il caso che ci capiamo, senza ideologie né nuoviste né ineluttabiliste su cos'è la modernità (quelle ideologie che fanno poi vincere i Trump, per capirci) e ci chiariamo su un paio di cose.

Tutti, come consumatori, godiamo di benefici nelle aperture 7/24. Ma tutti, come società, abbiamo da perderci in un contesto in cui una fascia non indifferente di persone (soprattutto i più giovani, quelli che non a caso vi detestano) è costretta a orari, turni, retribuzioni e condizioni di lavoro infami.

Non siamo solo consumatori, Ivan. Siamo anche persone.

Quelli che stanno bene (e che fanno politica) o questa cosa la capiscono in fretta o ci portano verso il baratro. Nel quale siamo già, con mezzo piede dentro.

La domenica non è più sacra, come nel Medioevo, d'accordo, ci mancherebbe. Non lo è neppure il primo maggio, la Pasqua o la notte. Ma lo è la dignità delle persone. Il diritto a vivere decentemente. A essere non pagati, ma strapagati se rinunciano a stare dove io e te nelle festività e di notte stiamo, cioè con chi amiamo. Così come sacro è il loro diritto, in generale, al tempo libero e al riposo, sempre più negato da quella che tu chiami modernità.

Sono certo che capirai, anche senza un'esperienza di sei mesi a Esselunga, in un call center o fare il rider di Fodoora.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Se d'incanto si tornasse indietro ad alcuni decenni fa,dove la domenica e le festività si faceva altro senza essere attirati dal centro commerciale,personalmente non mi giungerebbe la depressione,e l'aver abituato i consumatori al business sempre e comunque ad essere colpevole,ma si sa le cattedrali del consumismo devono funzionare il più possibile.

E poi se fossero nella libera scelta di lavorare nei giorni di festa altrui,guadagnando all'altezza della situazione,penso che ci sarebbe almeno motivo di soddisfazione, sappiamo tutti però che al contrario lavorano obbligatoriamente per sopravvivere,e tutto ciò è una grandissima contraddizione,ci sarà sempre meno economia con queste retribuzioni da fame,e quanti lavoratori potranno sopravvivere servendo una piccola parte di ricchi sfondati?

Aggiungendo che quelle paghe da fame non sono solo legate al commercio,ma sono presenti ovunque,e con il tenore di vita italiano ci può essere solo un avvenire da miserabili senza speranza.

Ma il Pd rappresentato da Scalfarotto in questo caso,pare che imitino gli struzzi che leggenda o meno,nascondono la testa sotto la sabbia respirando molto bene,almeno loro.

I.S.

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giovedì 13 aprile 2017

La soap opera del patto del nazareno continua














Destra e sinistra,quel filino di confusione

di Alessandro Gilioli

Per punzecchiare il ministro Calenda - ultimamente bisticciano - Matteo Renzi ha detto che «per il centrodestra sarebbe un'ottima idea candidarlo premier».

Di primo acchito sembrano fatti solo del centrodestra. E di Berlusconi, che da dieci anni cerca un delfino ma poi finisce per divorarseli uno a uno: da Casini a Fini, da Alfano a Toti, da Fitto a Del Debbio, giù giù fino a Parisi e Tajani.

Però forse Renzi ha ragione: uomo di antica famiglia aristocratica e nipote di ambasciatori, Calenda è cresciuto tra Prati e Parioli - insomma nei meglio quartieri di Roma - e si è poi legato per la carriera a un amico di famiglia, Luca Cordero di Montezemolo, senza nemmeno aver avuto bisogno di giocarci insieme a calcetto.

Con Montezemolo è diventato manager della Ferrari, quindi esponente di Confindustria, infine approdando alla politica quando LCdM s'è immaginato di imitare Berlusconi con la sua fondazione, Italia Futura.

A proposito, di Berlusconi Calenda era ammiratore al punto da perorare appassionatamente la causa di un'alleanza dei montezemoliani e di Scelta Civica con lui, per la ricostruzione del centrodestra.

Un amore che i berlusconiani peraltro contraccambiano e che si è ancor più saldato da quando il ministro si è opposto alla scalata di Vivendi a Mediaset.

Tutto questo insomma dimostra che ha ragione Renzi, Calenda sarebbe un ottimo candidato del centrodestra.

Resta un dubbio: com'è che sta al governo ininterrottamente da quattro anni con tre diversi premier di centrosinistra, tra cui - toh! - lo stesso Renzi?

DAL'ESPRESSO BLOG-PIOVONO RANE

Ma si,certo,come quei matrimoni di facciata,andrebbe bene pure il ministro-poltronista multiuso,meglio dare una parvenza di differenza nonostante gli abbai del brunetta.

Si stanno preparando a governare il paese dal prossimo anno,meglio pianificare al meglio anche nel più infinitesimo dei dettagli.

Mazza che zozzeria.....

I.S.

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mercoledì 12 aprile 2017

La contrattazione personale sul lavoro,un po' come tornare all'ottocento















“Disintermediazione”: Ti tolgo ancora diritti ma ti faccio sentire figo

di Alessandro Robecchi

Un fantasma si aggira per l’Italia. È il fantasma della “disintermediazione”. Parolina di moda per addetti ai lavori, un tempo, più che altro riguardante l’informazione: perché affidarsi alla mediazione di un organo di stampa quando invece ci si può informare sulla pagina Facebook di Gino, o Pino, o Sempronia? Perché leggere analisi e cronache quando il Capo ti sistema con un tweet tutto quello che c’è da sapere? Affascinante concetto. Matteo Renzi ne aveva fatto un suo cavallo di battaglia, naturalmente. Disintermediare, per lui, significava fare a meno dei corpi intermedi, sindacati in primis, che generano confusione, rallentano il paese, mettono in campo spossanti trattative, mentre il modello vincente sarebbe quello dei lavoratori che fanno accordi aziendali, magari singolarmente, qui la pecunia qui il cammello.

Ora ecco che con la disintermediazione sul posto di lavoro arriva il carico da undici del grillismo. Dal blog (quello di Genova, non quello di Rignano) arriva il disegno per le future relazioni industriali: basta con il sindacato, vecchio, incrostato, eccetera eccetera, e avanti con la disintermediazione, un luogo di sogno in cui in fabbrica, in ufficio, nel magazzino della logistica, a scuola e, insomma, in ogni posto in cui si scambi tempo-lavoro per salario, “uno vale uno”.

Immaginarsi la scena non costa niente: l’operaio del terzo turno che entra nell’ufficio di Marchionne disintermediando la segretaria e dice: “Oh, capo, oggi non mi va di montare i parabrezza alla Panda, venga giù lei a farlo”. Interessante, ma poco realistico, diciamo, non si sa se più vicino agli antichi sogni di un’ipotetica “autonomia operaia” o a quelli Dickensiani dei vecchi padroni del vapore, scegliete voi.

Naturalmente il concetto di disintermediazione, una volta portato alle estreme conseguenze, genererà un po’ di confusione. Perché affidarsi alla mediazione del chirurgo per quella dolorosa appendicite? Su, coraggio, disintermediate! Uno specchio, un coltello da cucina e fate da soli. Perché affidarsi alla mediazione del tranviere per andare da un posto all’altro della città? Basta disintermediare e guidare l’autobus un po’ per uno. Si potrebbe continuare all’infinito, ma insomma, il concetto è chiaro. Stupisce però che questa febbre da “disintermediazione” si alzi sempre quando si parla di lavoro e di sindacato. Che certo è un corpo intermedio con le sue lentezze e le sue “incrostazioni”, con tutte le sue magagne e difficoltà. E però stupisce questa voglia di “fare da sé”, di autoorganizzarsi, di “uno vale uno” proprio in un momento storico in cui chi lavora – chi abita le infinite varianti di un mondo del lavoro trasformato in giungla selvaggia – pare più indifeso che in passato, come ci insegna il Jobs act ( basta dare un’occhiata alle cifre dei licenziamenti “disciplinari”, così massicciamente sdoganati e prontamente attuati dalle aziende appena gliene è stata data l’occasione). Certo, il mondo del lavoro subisce (e ancor più subirà) notevoli scossoni, dalla tecnologia, dall’automazione e da altro ancora. Logica suggerirebbe quindi di rafforzare (e certo, migliorare, disincrostare, mi scuso per questo gergo da tecnico della lavatrice) i corpi intermedi che lo difendono, e non di mettere in campo un altro ostacolo al loro lavoro, che in questa fase storica è di difesa dei diritti, furbescamente confusi con privilegi, come se avere un posto di lavoro più o meno fisso fosse essere “casta”. Ora sarebbe lungo e noioso ripercorrere la storia del movimento dei lavoratori, ma è indubbio che i corpi intermedi (in italiano: i sindacati) abbiano detto la loro. Il sospetto, legittimo è che se i ragazzini di otto anni che a fine Ottocento lavoravano per dieci ore nelle filande (ancora Dickens e dintorni) avessero “disintermediato”, sarebbero ancora lì.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT


L’ultima riflessione citando “Dickens” fa capire l’ottusità di chi percorre le strade della personale contrattazione,come se gli imprenditori fossero da tutti i tempi dei benefattori,equi e sensibili alla dignità di ogni lavoratore,non è mai stato così e non lo sarà mai.

Al netto delle indubbie responsabilità dei sindacati nei decenni che abbiamo vissuto,però se non ci fossero stati i poveri sarebbero inevitabilmente più poveri,e il ceto medio che sta scomparendo non si sarebbe mai affermato.

Ma questo è il tempo che viviamo,il fondo non l’abbiamo ancora toccato.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 11 aprile 2017

Globalizzazione,automazione e dopo la rottamazione di buona parte del genere umano











L'equilibrio che si è rotto

di Alessandro Gilioli

La Tesla - azienda di automobili hi tech nata nel 2003 - con i suoi 30 mila dipendenti ha superato per valore di Borsa la General Motors, fondata nel 1908, che di dipendenti ne ha 215 mila: più di sette volte tanto.

Sembra che più le aziende sono innovative, tecnologiche, 4.0 eccetera eccetera, più ci sono soldi e meno ci sono addetti.

Se poi paragoniamo le aziende puramente digitali con quelle manifatturiere, il rapporto è ancora più impressionante e trascende anche il valore borsistico: ad esempio, Alphabet (cioè Google) nel 2016 ha registrato un risultato ante oneri finanziari di 90 miliardi di dollari con 70 mila dipendenti; Fiat Chrysler di 6 miliardi con 225 mila dipendenti.

Quando ero ragazzo, mio padre - di cultura liblab - mi spiegava che il capitalismo funziona in quanto crea lavoro, quindi redditi. L'imprenditore ha un'idea, quell'idea diventa azienda, quell'azienda crea posti di lavoro, quindi salari per tutti, quindi consumi, che consentono alle aziende di fare altri profitti etc. E in un capitalismo sano erano poi i rapporti di forza sociali, politici e sindacali a creare un equilibrio nel destino degli utili: quanto all'imprenditore come suo personale guadagno, quanto al reinvestimento nell'azienda perché in futuro si facessero ancora più utili, quanto redistribuito direttamente ai lavoratori attraverso i salari, quanto indirettamente a tutta la società e al welfare attraverso le tasse.

Una questione di equilibrio, insomma. Fragile, flessibile, ma capace di creare benessere diffuso finché stava in piedi.

In questo meccanismo tuttavia si è rotto qualcosa: l'equilibrio, appunto.

E a romperlo è stato un mix di fattori. Primo tra tutti la tecnologia, certo. Che però ha creato una spirale: riducendo i posti, ha favorito il dumping (più gente che cerca lavoro, a qualsiasi condizione), il che a sua volta si è tradotto in rapporti di lavoro sempre più precari, privati di diritti e sottopagati. E ieri anche il New York Times si è accorto della barbarie dei lavoretti a cottimo della gig economy, tipo Uber e Foodora, aziende hi-tech basate su algoritmi che di dipendenti proprio cercano di non averne, i lavoratori che ne ingrassano gli utili sono tutti "contractors" a chiamata.

Una spirale, si diceva, in cui la politica non è intervenuta, se non per facilitare questo percorso, cioè creando strumenti legislativi che rendessero sempre più flessibile (e lasco) il rapporto tra capitale e lavoro.

Paradossalmente, la politica ha agito in questo modo (in Italia, attraverso tutta la parabola che è andata dal pacchetto Treu al Jobs Act) sostenendo che questa facilitazione, questo allentamento, avrebbe creato più posti di lavoro. Quello che è successo invece è che questo processo ha contribuito a rompere sempre di più l'equilibrio del capitalismo precedente, cioè una redistribuzione decente e quindi stabile dei profitti, attraverso i salari.

Adesso in Italia si sta discutendo di come sostituire i voucher, che erano un altro piccolo tassello degli strumenti con cui la politica ha assecondato la rottura del vecchio equilibrio. Si parla di "job on call", lavoro a chiamata, e vedremo che cosa ci sarà dentro.

Ma la questione trascende i voucher, il job on call, le somministrazioni, i rapporti intermittenti e via elencando le ormai infinite forme di contrattualizzazione esistenti in Italia e in Europa.

La questione riguarda tutto l'equilibrio tra capitale e lavoro. Che è durato diversi decenni ma poi si è rotto.

E rompendosi, nell'indifferenza o con la complicità della politica, ha creato la peggiore crisi esistenziale e di prospettiva per milioni e milioni di persone. Le quali, alle urne, talvolta finiscono per votare qualsiasi cosa sia "contro", anche le peggiori tipo Trump.

Non so, io a occhio direi che è questo il principale tema su cui dovrebbero cercare soluzioni ogni mattina tutti i politici.

Ma proprio il primo, tutte le mattine.

Anche se mi rendo conto che il sole di Roma, a primavera, invoglia più alla beata autoperpetuazione - finché dura - che non ad affrontare una questione così immensa, vitale e potenzialmente esiziale.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Per quanto la nostra classe dirigente politica e non sia molto scadente,l'Italia in particolare come tutto l'occidente risente dello sfruttamento del lavoro,iniziato con la globalizzazione portando le produzioni in oriente,dove si lavora tanto e per pochi soldi.

Aggiungendo l'automazione,di cui ha scritto ampiamente,quali prospettive ci potranno essere? Do per scontato che la stragrande maggioranza di persone su questo pianeta continuerà ad essere tra il povero e il miserabile,una piccola minoranza sempre più stretta,è e sarà sempre più ricca,a ruotare intorno ci saranno coloro che riusciranno ad affermarsi in modo discreto sfruttando le nuove opportunità di lavoro,ma attenzione basterà davvero poco per scivolare nel precariato miserabile più assoluto.

Ma l'interrogativo molto preoccupante è,quanto durerà la pace sociale? Finito l'effetto Trump,Le Pen e i salvini nostrani,poiché è abbastanza prevedibile che rimarranno con un pugno di mosche gli "speranzosi",lascio intravedere gli effetti successivi.

I.S.

iserentha@yahoo.it