mercoledì 18 gennaio 2017

Chissà se saranno denunciati gli enormi debiti del governo Renzi?














Matteo “ci ha messo la faccia”, ora purtroppo si vede tutta

di Alessandro Robecchi

Come presentarsi a un convegno di alcolisti anonimi con un fiasco di vino, questa è stata l’intervista di Matteo Renzi, molto simile a quelle che danno i calciatori infortunati quando tornano in campo. Sia gli orfani di Matteo che i detrattori di Renzi hanno tirato un sospiro di sollievo: rieccolo in tutto il suo splendore, con le retoriche appena un po’ appannate dalla botta. Tra le tante, quella più mascelluta: il “metterci la faccia” e il dire sempre “io”. Ma insomma, si difende lui: l’Italia andava male, ci voleva una scossa, ho dovuto farlo. Forzando il suo carattere schivo, verrebbe da pensare, insomma si è sacrificato e ha “dato la scossa”.

Ora, un po’ per noia, un po’ per archeologia, a uno verrebbe voglia di andare a vedere le volte che “ci ha messo la faccia”, per tornare dall’esplorazione un po’ stordito, frastornato, stupefatto. Lasciamo stare le famose profezie su Monte del Paschi, rivelate al Sole 24 Ore e poi recitate in giaculatoria nel pied-à terre di Bruno Vespa: “Mps oggi è un bell’affare”. Caso di scuola, buono per le schermaglie e le polemiche da bar tra renzisti e antirenzisti, figuraccia ormai triturata dalla propaganda e dalla contro-propaganda. Però insomma, se un anno fa esatto il vostro promotore finanziario vi avesse consigliato così caldamente di investire in Mps, ora sareste sotto il suo ufficio ad aspettarlo con un bastone, sempre che possiate ancora permettervi un bastone. Ci ha messo la faccia, ecco, diciamo così.

Ma poi il problema è che la faccia ce la metti prima, e dopo a volte sei costretto a sperare che nessuno si ricordi che ce l’hai messa. Figurarsi se non ci metti solo la faccia, ma anche la mimica, lo spettacolino e tutto il repertorio. Tipo “Il mio sogno è sempre stato quello di fare lo steward”, alla toccante cerimonia che rilanciava (non ridete) Alitalia. Uno stand-up da comedian di Broadway (Off-off), con tanto di “Allacciate le cinture di sicurezza perché stiamo decollando davvero”, e poi il florilegio di calembours tristanzuoli che si sa: “Il decollo di Alitalia è il decollo dell’Italia”, e “Se vola Alitalia, viva l’Italia”. Consiglio il video, perché è anche questo un caso di scuola: presentare i desideri come già realizzati, un futuro ipoteticissimo come già avvenuto. Erano gli inizi di giugno del 2015, un anno e mezzo dopo quel decollo collettivo, così aggressivo e burbanzoso, Alitalia sta di nuovo col cappello in mano, i suoi dipendenti tremano, i conti ballano, siamo già all’atterraggio di emergenza.

Metterci la faccia ha questo, di bello, che nel momento in cui ce la metti fai un figurone con tutti, ma dopo, all’apparir del vero o quando il futuro non va come lo speravi, se ne ricordano solo quelli toccati dallo specifico problema. Come i dipendenti Alitalia, nel caso specifico. O come le popolazioni terremotate in un altro caso anche più mesto e doloroso, quando al consiglio dei ministri e poi in dozzine di dichiarazioni, si giocava la carta dell’efficienza “I container entro Natale e le casette in primavera”. Preciso. Definitivo. Poi, appena due mesi dopo, ecco che i conteiner non arrivano, le casette chissà, le poche che ci sono vengono assegnate a sorteggio. Moltissimo (bene) viene dalle donazioni private, dalle associazioni, dal volontariato, dalle raccolte fondi, “L’Italia decolla” si stempera in un più realistico e triste “L’Italia si arrangia”. Si scopre che non ci sono le stalle e il bestiame muore di freddo (gli allevatori lo dicono da settembre) e che intere zone rischiano lo spopolamento, insieme al loro piccolo ma vivo e ramificato tessuto produttivo. L’altro giorno, prime proteste pubbliche, ad Accumoli, altre ne verranno. La retorica volitiva del “metterci la faccia” perde un altro pezzettino, si consigliano i narratori del Grande Rientro di Matteo di pensarne un’altra.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

Fino a quando queste notizie saranno confinate a poche realtà informative,come quella del Fatto quotidiano,questi avranno la faccia di bronzo di presentarsi in qualsiasi luogo,con la medesima spocchia di prima.

Chi lo scriverà e lo dirà che nei 1000 giorni governativi del bomba,il debito pubblico è aumentato di 2700 euro procapite.

Silence! Il sistema sta lavorando per voi

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 17 gennaio 2017

Alitalia e sai cosa pagherà il contribuente fino alla fine dei suoi giorni










Alitalia contro il Feroce Salatino

di Alessandro Robecchi

Agghiacciante prospettiva, terribile destino: per risanare i debiti Alitalia pensa a una mossa geniale, abolire gli snack gratuiti a bordo. Una mossa di grandissimo spessore economico-strategico, se si pensa che il “risanamento” della compagnia di bandiera è costato finora 7,4 miliardi, che serve un altro miliardo per non precipitare, e che quindi tagliando i tarallucci, le patatine e i due millilitri di acqua minerale calda fin qui generosamente distribuiti ai passeggeri, si raggiungerà il pareggio di bilancio intorno al 3027. “A quel punto avranno inventato il teletrasporto e noi saremo salvi”, ha detto Luca Cordero di Montezemolo nel corso di una conferenza stampa a pagamento (1.000 euro per assistere, 2.000 per fare domande).

Si tratta di una vera sorpresa, ardita e imprevedibile, una “mossa del cavallo”, come dice qualche osservatore: infatti tra poco sarà più agevole raggiungere le destinazioni a cavallo piuttosto che con i voli Alitalia.

Naturalmente si tratta solo del primo passo, cui seguiranno altre sorprendenti soluzioni. Se l’abolizione dello snack gratuito, sostituito dallo stesso snack a pagamento, darà i suoi frutti, si passerà alla fase successiva del piano di risparmi: i passeggeri dovranno portarsi i sedili da casa e, nel caso della classe business, l’intero salotto. Le cinture di sicurezza saranno realizzate all’uncinetto dai lavoratori Alitalia in esubero. Per quanto riguarda il combustibile, ogni passeggero dovrà contribuire succhiando dalla macchina, nel parcheggio dell’aeroporto, una tanica di gasolio da consegnare al check-in. Si studiano convenzioni con i taxisti: una trattativa non facile. Restano, per raggiungere il pareggio di bilancio almeno nel millennio, due dettagli non trascurabili: le ali degli aerei sono molto costose, rigide, difficili da spostare da un aereo all’altro, quindi si sta studiando di realizzarle in plastica. E poi si può risparmiare sul costo dei piloti, sorteggiando un passeggero a turno ed affidandogli i comandi.

Non essendoci più da distribuire gli snack il personale di volo sarà ridotto, con un ulteriore risparmio, il che potrebbe far accelerare il pareggio di bilancio, si calcola intorno al 2745. Inevitabile un ridisegno delle rotte: volare consuma molto carburante, per cui si varano nuove tratte come la Fiumicino Terminal A – Fiumicino Terminal B, percorribile a terra tenendo motori al minimo. L’ultima mossa, ma solo se tutto questo non basterà, sarà la riduzione dello stipendio dell’amministratore delegato, che verrà retribuito con gli snack avanzati per ora stoccati nei magazzini dell’azienda.

DA ALESSANDROROBECCHI.IT

L’avessero fatta fallire come la Swiss air,con i soldi risparmiati avremmo potuto realizzare progetti faraonici,ma siamo sempre alle solite,anche se finisse un giorno la immensa mangiatoia,i soldi che si risparmieranno se li mangerebbero in altro modo.Forse il fondo si è toccato con le nuove divise delle hostess,con quei colori (rosso-verde) e così abbottonate,quei debiti risultano ancor più intollerabili.

Per chi volesse fare un ripasso…

CLICK PHOTO E VIDEO HUFFINGTON POST

Solo un appunto,nelle sue spassose ipotesi di risparmio,quella del gasolio dalle proprie macchine non è possibile,che sappia gli aerei vanno a kerosene,difficile reperirlo nella vita di tutti i giorni.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 12 gennaio 2017

Articolo 18:La tutela dei lavoratori ormai persa per sempre

















Retroguardia, avanguardia e truffe

di Alessandro Gilioli

Il giubilo diffuso nei commenti dei principali quotidiani per la bocciatura del referendum sull'articolo 18 avviene all'interno di una narrazione della storia vecchio una trentina d'anni: "retroguardia" contro "avanguardia", vecchio contro nuovo. È questo il filo rosso che segna gli editoriali di oggi così come diverse interviste: il nuovo, la modernità, la contemporaneità consisterebbero nella flessibilità, cioè in sostanza nel diritto dell'imprenditore ad assumere e licenziare a piacimento, mentre il vecchio consisterebbe nel diritto delle fasce sociali medie e basse ad avere un minimo di continuità del lavoro, quindi del reddito.

Siamo appena usciti, il 4 dicembre scorso, da uno storytelling tutto centrato su "nuovo" e "vecchio", su "cambiamento" verso "passato": e non mi pare sia andata benissimo, a chi lo propalava. Perché no, non ci siamo cascati, in larga maggioranza. Abbiamo preferito guardare ai contenuti delle cose - o magari ad altre cose ancora - che non alla confezione, al racconto.

E anche questi referendum abrogativi - sia quello bocciato sull'articolo 18, sia quello ammesso sui voucher - pongono oggi una semplice ma dirimente questione: è contemporaneità, è modernità, è futuro sostenibile la discontinuità acrobatica di reddito? È contemporaneità, è modernità, è futuro sostenibile una situazione in cui sempre più persone (e quasi tutte le nuove generazioni) sono costrette per sempre a raccattare "bullshit jobs"?

Ecco, la domanda è tutta qui.

Perché possiamo discutere tranquillamente sui cambiamenti strutturali dell'economia, su modelli di produzione postindustriali che non garantiscono più un lavoro a vita, su quello che già 17 anni fa Rifkin chiamava "modello hollywoodiano", cioè gruppi di lavoro che si mettono insieme per un obiettivo a termine (tipo fare un film) e poi ciao, si ricomincia da un'altra parte. Possiamo discutere di gig economy, di intelligenza artificiale e algoritmi che si mangiano più posti di lavoro di quanti non ne creino, di robotizzazione, di Uber, Foodora e altre app, insomma di tutto.

Ma quello che non possiamo fare, se guardiamo al presente e all'immediato futuro, è pensare che tutto questo si traduca in un modello di società in cui nessuno può programmarsi decentemente l'esistenza per eccesso di rarefazione-saltuarietà di reddito.

Non lo possiamo fare perché semplicemente non regge. Non regge a livello economico, non regge in termini di tenuta sociale, di coesione tra le persone, di convivenza civile.

Altro che "avanguardia": non si può. Proprio non si può andare verso un modello così, non regge, non funziona. Il There is No Alternative di thatcheriana memoria si è rovesciato come un boomerang contro chi lo proponeva: non c'è oggi nessuna alternativa possibile che ideare e implementare strumenti che consentano una maggiore continuità di reddito nella crescente fascia di popolazione a cui questa continuità è negata.

Poi, di nuovo, possiamo discutere del come, perché sul campo le proposte sono infinite da sinistra da destra: reddito minimo universale o no, diminuzione dell'orario, tetti massimi agli stipendi, cogestione, redistribuzione attraverso patrimoniali o imposte sulla finanza - e possiamo parlare perfino di tassazione negativa, eccetera eccetera.

Possiamo parlare di tutti i "come" possibili, purché si sgombri il campo dalla narrazione farlocca secondo cui sarebbe "modernità" un modello di società sempre più diseguale, con bullshit jobs e intermittenti redditi da fame per quasi tutti, mentre sarebbe "retroguardia" andare nella direzione opposta.

Perché, semplicemente, è una truffa.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Fino a quando "il bobbolo" accetta passivamente questo andazzo,questi vanno avanti come caterpillar,ce le possiamo cantare e suonare,ma se lo sdegno e la protesta rimangono confinate alla tastiera,chi ha organizzato questa meraviglia sociale non gli si fa manco solletico.

Contro il jobs act di quello che adesso scia a Cortina,a contestare in piazza eravamo in pochini,non sono bastate manco le firme,tocca trarne solo le conseguenze.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 10 gennaio 2017

La sconcertante politica italiana,con l'aggiunta dello sciocco dilettantismo a cinque stelle

















Il Grillo e l’Uva

di Massimo Gramellini

Che ridere. Ricapitolando: l’apprendista strillone Giuseppe Grillo entra nel nuovo anno con un’idea meravigliosa. Allearsi in Europa col partito dei banchieri, l’Alde, roba da Monti. Come se un vegano invitasse a cena una batteria di cheeseburger. Il vegano si affaccia dal balcone del Web e sottopone il cambio di dieta alle tastiere cloroformizzate, che entusiasticamente approvano. Ma che cosa c’entrerà mai il movimento delle scie chimiche e dei gomblotti pluto-massonici con gli alfieri internazionali del capitalismo allo stato brado? Se fosse una scelta politica sarebbe una fesseria, ma trattandosi di scelta tattica va ritenuta una furbata, spiega ai perplessi l’astutissimo Di Maio. Dopo il colpo di scena, arriva il contraccolpo: l’infallibile profeta del grillismo Piero Fassino non fa in tempo a condannare pubblicamente l’abbraccio innaturale tra finanza e rivoluzionari del piffero che l’Alde ci ripensa. Il capo Verhofstadt e i suoi soci francesi devono avere finalmente visto su Internet un comizio del Dibba e, ripresisi dallo spavento, si sono ammutinati. Ma è qui che il Grillo banfante dà il meglio di sé. Accusa del mancato accordo il famigerato «establishment» con cui voleva accordarsi. Un gomblotto dei cattivi ha impedito ai Cinquestelle di allearsi con i cattivi.

Chiaro, chiarissimo. McDonald’s che toglie il doppio cheeseburger dal piatto del vegano. E dove sarebbero la logica e la coerenza? Di sicuro sappiamo soltanto dov’è finita l’intelligenza politica del movimento. Con Casaleggio padre, nell’aldilà. Qui è rimasto il re dei quaquaraquà.



Un pasticcio inguardabile,iniziato con un accordo sciagurato e concluso con un repentino tuffo sbattendo di pancia,come dei giocatori di carte che giocano a perdere.

Ovunque ti giri in questo paese,si assiste a brutture e incredibile dilettantismo.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 6 gennaio 2017

Riflessioni sulla deflazione e sui rimedi possibili










La ricchezza, la deflazione, la bussola

di Alessandro Gilioli

Per molti anni, in passato, il dibattito economico tra sinistra e destra è stato sulla "creazione" versus la "distribuzione" delle ricchezze.

A destra, come noto, si sosteneva che distribuire troppo la ricchezza prodotta mortificava la creazione della stessa; in altre parole, che le ricette di sinistra finivano per redistribuire solo povertà.

Io non credo, come alcuni, che questa teoria sia stata una creazione a tavolino dei "ricchi" per avere l'alibi di non ridistribuire: anzi, in passato è stata vera, è successo così. Bisogna dirlo in onestà intellettuale. Il cosiddetto socialismo reale è fallito (anche) per questo.

Adesso forse - dopo trent'anni in cui ha avuto l'egemonia culturale e politica- la destra economica dovrebbe interrogarsi sul contrario, tuttavia. Specie in Italia e in tempi di deflazione.

Dovrebbe interrogarsi cioè sull'ipotesi - che a me sembra molto suffragata dai dati di realtà - che l'eccesso di concentrazione della ricchezza a sua volta soffochi la produzione della stessa.

Ad esempio, deprimendo i consumi.

Ma anche provocando quella parcellizzazione sociale (il tutti contro tutti tra categorie e tra fasce che stanno in basso) che è il contrario della coesione sociale; e che a sua volta provoca sfiducia e scarsa progettazione del futuro, cioè le condizioni ideali per una spirale di recessione.

Forse ci si potrebbe anche utilmente chiedere, da quelle parti, se la "flessibilizzazione" a lungo evocata (ad esempio, la licenziabilità e il precariato estremo) alla fine ha effetti più negativi che positivi: perché chi non ha un minimo di certezza del reddito non consuma, non fa girare la macchina dell'economia. Quindi l'imprenditore, tutto contento perché può assumere e licenziare a piacimento anche solo per un'ora, poi si scopre un po' meno contento perché nessuno compra più nulla.

Negli ultimi trent'anni la sinistra ha fatto profonda e spesso fondata autocritica sugli errori dei suoi dogmi economici; un'autocritica che ha talvolta portato la sinistra stessa a sposare incondizionatamente e acriticamente la visione opposta. Il governo Renzi, in questo, è stato emblematico - anche se non certo l'unico né il primo: ha scommesso cioè tutto sugli imprenditori, ha dato loro miliardi di euro in incentivi e mani libere nel mercato del lavoro, ha applicato in modo quasi religioso le teorie classiche della destra economica sperando che producessero una ripresa dellla dinamica produzione-consumi. Risultato, siamo in deflazione: non credo che sia troppo aggressivo dire che quella scommessa è clamorosamente fallita.

A proposito: non è ancora alle viste alcuna autocritica della destra economica né di chi, pur provenendo da altra storia, i dettami di quella destra ha sposato: benché questi abbiano portato non solo alla crisi iniziata nel 2008 ma anche al disastro sociale-civile contemporaneo, ai Trump e alle Le Pen, alla cieca rivolta dei ceti medi impoveriti e senza bussola.

Eppure, forse, oggi - con i dati di realtà inoppugnabili sulla enorme concentrazione di ricchezze che è avvenuta negli ultimi trent'anni e sulla situazione drammatica in cui troviamo, anche in termini di stabilità e prospettive comuni - si potrebbe avanzare l'ipotesi che redistribuire un po' sia utile non solo a chi se ne avvantaggia direttamente, ma a tutto il sistema economico.

E sì, credo che sia questo il principale dibattito da fare nel 2017, in Europa e in Italia.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Se il toro non lo prenderanno per le corna,e a tempi brevi,la paralisi economica sarà inevitabile,la deflazione mai vista da cinquant'anni a questa parte è ormai una realtà.

Direi che il reddito di cittadinanza che decade se si rifiuta un lavoro decente,è un decreto legge inevitabile,penalizzare le aziende italiane che producono all'estero,specie nell'est del mondo,è un'altra possibilità,inserire dazi sui prodotti che arrivano dallo sfruttamento del lavoro,a me pare più che plausibile.

E dulcis in fundo,prendere in considerazione di lavorare meno per far lavorare tutti,necessariamente con una limatura di stipendio,magari compensato da un rilancio dell'economia,non sarebbe male.

Ecco ciò che dovrebbe fare una politica ragionevole,che non guardi in faccia nessuno e gli interessi di chicchessia,altrimenti continuino a scimmiottare le politiche fatte nei decenni scorsi,sbattendo contro un muro definitivamente.

I.S.

iserentha@yahoo.it

Le bufale del web e quelle del potere














Le bufale tanto cattive del popolino e quelle buone del potere

di Alessandro Robecchi

Se davvero vi interessa il dibattito sulla post-verità – la costruzione di bufale intesa a cambiare la storia e a piegare gli avvenimenti della politica – vi consiglio di cercare un piccolo filmato su Youtube, datato febbraio 2003. Molto istruttivo. Si vede Colin Powell, allora Segretario di Stato americano, che parla alle Nazioni Unite e agita una fialetta di polvere bianca. Dice che è antrace, che Saddam Hussein ne produce tonnellate. Poi fa vedere delle vaghe fotografie satellitari e dice che lì Saddam sta costruendo armi di distruzione di massa, e insomma pone le basi, con quel discorso, dell’aggressione americana all’Iraq. Tony Blair faceva un discorsetto analogo ai suoi compatrioti. Entrambi qualche anno dopo – Colin Powell e Tony Blair – ammetteranno di aver diffuso notizie false sapendo che erano false. Colin Powell – qualche anno dopo convinto sostenitore di Obama – definisce ancora oggi quel discorso “una macchia sulla sua carriera”. Ma sì, una macchiolina da un milione di morti, che volete che sia. Macchia e non macchia, entrambi i diffusori di quelle micidiali menzogne sono oggi a piede libero, ammirati e riveriti e, nel caso di Blair, addirittura portati ad esempio della “sinistra che vince” (ommioddio, ancora!).

Questo per dire che la post verità non è cosa proprio nuovissima, e che quella con cui ce la prendiamo oggi è faccenda minuscola rispetto a certe post-verità che hanno ammazzato centinaia di migliaia di innocenti.

E poi, a dirla tutta, la storia è piena di post-verità inventate per giustificare le più solenni e dolorose porcate. Il diciassettenne ebreo Hershel Grynszpan che nel novembre del 1938 sparò a Parigi al diplomatico nazista Ernst von Rath, fu sbandierato come l’esempio migliore della cattiveria ebraica, e consentì di mettere in atto quella “Notte dei cristalli” (9 e 10 novembre 1938, decine di sinagoghe date alle fiamme, migliaia di negozi proprietà di ebrei bruciati e saccheggiati, SS in gran spolvero) che avviò la persecuzione degli ebrei. Recenti ricerche storiche hanno svelato che il ragazzo aveva una storia con il diplomatico, che gli aveva sparato per questioni, diciamo così, personali, e che dunque su di lui fu costruita una micidiale post-verità che alla fine, presentando il conto, arrivò a un totale di milioni e milioni di morti.

Naturalmente – che seccatura – in questi come in altre centinaia di casi, la costruzione di post-verità non era affidata ad anonimi leoni da tastiera, piccoli o grandi truffatori anonimi che cavalcano l’indignazione per costruite bufale, ma dal potere stesso, nel caso dell’Iraq addirittura da due governi democratici liberamente eletti.

Ecco dunque un paio di casi in cui un’Authority governativa preposta al controllo della verità non avrebbe frenato la bufala, anzi l’avrebbe agevolata come da direttive politiche, come da “superiore interesse della nazione”, che era, in quel momento, far fuori Saddam accusandolo con prove false.

Se il dibattito sulla post-verità a cui assistiamo oggi ci sembra un po’ surreale, insomma, è anche perché punta a vedere la costruzione di false notizie come incontrollabile: si pensa che oscure e anonime minoranze nascoste dietro una tastiera possano cambiare il destino di popoli e nazioni, mentre i governanti, poveretti, si dannano l’anima per difendere la verità dei fatti. Insomma: l’allarme sulla post verità diventa allarme perché le bugie vengono dal basso e non dall’alto. Basta un po’ di conformismo, qualche piagnisteo degli sconfitti e qualche vergognoso esempio di bufala in rete (gli immigrati portano la menengite in Toscana! Ridicolo) per far gridare al pericolo e all’attentato alle istituzioni. E’ la post-verità cattiva del popolino gretto e ignorante. Vuoi mettere con quella smerigliata e cristallina del potere?

DAL BLOG DI ALESSANDROROBECCHI.IT

Ottimo e abbondante Alessandro,i vecchi trucchi televisivi e radiofonici iniziano ad avere il fiato corto,sulla diffusione “vera e sincera” del potere,meglio portarsi avanti col lavoro,il web questa estrema possibilità democratica mai vista dall’apparizione dell’homo sapiens,al netto delle bufale,va controllata molto bene…

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 2 gennaio 2017

E venne l'ora del pieno controllo sul web













No al tribunale della verità

di Alessandro Gilioli

Nel suo articolo sul Corriere della Sera di oggi il presidente dell'Antitrust Giovanni Pitruzzella torna sulla questione della Rete che «aumenta notevolmente le possibilità che siano diffuse notizie false e bufale», essendo Internet «un sistema decentralizzato in cui chiunque può diventare produttore di informazione». Questo, sostiene Pitruzzella, danneggia i cittadini nel loro «diritto a ricevere un'informazione corretta». Di qui la sua idea di una «istituzione specializzata terza e indipendente che rimuova in tempi rapidi i contenuti che sono palesemente falsi e illegali».

A mio avviso, questa impostazione della questione parte da un grave errore, da cui discendono quelli successivi e la drammatica conclusione, cioè la proposta di una sorta di Tribunale della Verità con poteri censori.

L'errore di partenza è pensare che, a causa di Internet, i cittadini oggi siano vittime passive di notizie false più di prima: più cioé di quando l'informazione non era decentralizzata e pochi soggetti (governi ed editori privati) avevano il controllo dell'informazione.

Nell'era dell'informazione esclusivista le notizie - comprese quelle false, che sono sempre state abbondanti e strumentali agli interessi dei governi o dei proprietari dei media - godevano infatti di una forza di impatto e di una capacità persuasiva molto maggiore di qualsiasi bufala online attuale. In altri termini: erano balle come quelle di oggi, ma piú potenti. Perché provenivano da fonti considerate ufficiali.

Io ci sono cresciuto, in quel mondo lì. Anche Pitruzzella, che è pure un po' più anziano di me. Stupisce che non se lo ricordi. Stupisce che non ricordi l'era in cui frasi come "l'ha detto la televisione" o "sta scritto sul giornale" erano l'esibizione di una fonte di certezza. Benché tivù e giornali non siano mai stati pure fonti di verità, ma anche strumenti di interessi politici ed economici. Che non si potevano contraddire, cioè di cui nessuno poteva leggere il controcanto. C'era quella versione lì - o, più spesso, quella omissione lì - e basta. Al massimo si poteva acquistare un giornale diverso per avere una versione diversa, ciò che comunque era sforzo di pochi, mentre il conformismo era del tutto senza sfumature e senza diritto di replica sul medium più facile, diffuso e popolare, la tivù.

Allora la questione non è se oggi circolano più bufale di trent'anni fa ma è se il cittadino-utente ne è più vittima rispetto a trent'anni fa.

E no, non lo è. Per almeno due motivi.

Primo, perché molto più rapida, facile ed economica è la strada per la replica, per trovare il controcanto rispetto alla bufala (o all'omissione). Lo sforzo è minimo, avviene nello stesso medium che diffonde il falso (la Rete), talvolta perfino nei commenti con link al medesimo articolo o comunque a pochi clic di distanza. Prima, invece, pervenire a qualche preziosa forma di debunking di una bufala (di giornale o detta in tivù) esigeva una fatica molto maggiore, ed era infatti prerogativa di pochissimi.

Secondo, prima le persone avevano mediamente meno strumenti di difesa psicologica, erano cioè meno smaliziate e meno diffidenti verso ciò che veniva immesso dai mezzi di comunicazione. Insomma, di fronte alle bufale ci cascavamo molto più facilmente.

E la diffidenza - la sana diffidenza verso ogni informazione - è il principale antidoto a ogni bufala, che sia on line o diffusa in altro modo. La crescita della diffidenza (connessa proprio con la decentralizzazione dell'informazione!) è la migliore notizia degli ultimi anni.

E siamo solo agli inizi: più la Rete, medium recente, uscirà dalla sua fase adolescenziale, più la diffidenza crescerà, più sarà prassi quotidiana di ciascuno imparare a dividere il grano dal loglio.

In altri termini: sì, circolano più balle rispetto a trent'anni fa. È ovvio, dato che è cresciuta in modo esponenziale la massa di informazioni circolanti e la massa di produttori di informazioni. Eppure le bufale sono (e soprattutto saranno) meno pervasive rispetto ad allora (e quindi creano meno conformismo) perché più facilmente contraddicibili e perché la società che le riceve ha (e avrà sempre di più) gli anticorpi per reagire, che invece erano quasi assenti tre decenni fa.

Istituire un "Tribunale della Verità" non è solo un'idea a forte rischio di liberticidio: è anche un sistema che porta a soffocare la nascita e la crescita degli anticorpi, delegando tutto a un ente superiore, riportando i cittadini-utenti a una condizione di minorità e di infanzia mentale (in cui cioè hanno bisogno di un papà che gli dice cos'è verità e che cosa favola).

Tutto questo, per parlare seriamente.

Se invece volessimo fare un po' di (fondata) ironia, verrebbe da chiedersi che cosa rimarrebbe in giro dei giornali e dei tg italiani se il tribunale della verità dovesse agire a 360 gradi, non solo sulla Rete ma su tutto il sistema della comunicazione. Nelle edicole rimarrebbero in vendita giusto i biglietti del tram. In tivù vedremmo solo il monoscopio con l'ora esatta. E nelle stazioni andrebbero censurati anche i cartelloni con gli orari di Trenitalia.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Il web da fastidio perché è incontrollabile,e faranno di tutto per limitarlo e controllarlo,chi scrive come ha riportato lei nell'articolo del corriere di stamattina,vecchio o giovane che sia,sostiene tesi intellettualmente scorrette,quanti come me ormai si informano e propongono attivamente le proprie idee,non saranno delle bufale che si sciolgono come neve al sole,a mettere in dubbio la più grande forma democratica mai vista dalle origini dell'homo sapiens.

Ho la netta impressione che riusciranno a controllare anche il web,si inizia con delle limitazioni e andranno avanti,il tempo della radio e della Tv controllate sta per finire,devono andare oltre.

I.S.

iserentha@yahoo.it

giovedì 29 dicembre 2016

Se l'avvenire ha il tanfo dei voucher











Se non si smontano le cause profonde

di Alessandro Gilioli

«E una volta che avete abrogato i voucher, cosa pensate, che tutte quelle forme di lavoro si trasformino magicamente in contratti a tempo indeterminato?».

È questa la domanda che, polemicamente, viene rivolta a quanti hanno firmato il referendum abrogativo e oggi sperano che sui voucher si vada a votare.

No, nessuno si aspetta che il giorno dopo i voucheristi siano assunti con il diritto alla malattia, alle ferie, alla maternità. Ci si aspetta molto di più.

Ci si aspetta cioè che venga ascoltato il messaggio profondo che sta dietro un eventuale voto popolare contro i voucher.

Che cos'è infatti il referendum sui voucher? Che cosa direbbe, una vittoria dei Sì all'abrogazione?

Direbbe che la strada intrapresa due o tre decenni fa è sbagliata e non regge più. Non regge più in termini di sopportazione da parte delle persone, non regge più in termini di tenuta sociale.

Non regge più cioè la direzione presa: quella di una sempre maggiore rarefazione, riduzione, discontinuità e intermittenza del reddito, che riguarda sopprattutto i nuovi adulti ma, per conseguenze indirette, anche le loro famiglie - quindi una larga fetta di italiani.

È questa la grande cesura degli ultimi trent'anni. Un nuovo adulto degli anni 80 aveva la ragionevole certezza di poter godere per tutta la vita di una continuità di reddito, più o meno alto ma comunque sufficiente a soddisfare alcune ambizioni esistenziali: creare una famiglia, accendere un mutuo per la casa, garantire la salute e gli studi ai suoi eventuali figli. Un possibile aiuto della famiglia d'origine era quindi d'avviamento - nella fase iniziale della vita lavorativa - o di supporto integrativo successivo (tipicamente, l'appartamento ereditato). Ma non era la 'condicio sine qua non'.

Per un nuovo adulto di questo decennio le condizioni di cui ha goduto la mia generazione sono invece miraggi assoluti: dico, la ragionevole certezza di un reddito non saltuario - magari coerente con gli studi fatti - e la possibilità di acquistare o affittare una casa pari a quella che acquistavamo e affittavamo noi nuovi adulti degli anni Ottanta.

E tutto ciò benché nel suo complesso il Pil reale pro capite sia cresciuto, rispetto ad allora.

In questo quadro, l'aiuto della famiglia d'origine è diventato non più integrativo, ma indispensabile: il famoso "welfare familiare", così ben rappresentato in queste settimane dagli under 30 (ma perfino under 40) che dai genitori o dai nonni hanno ricevuto una busta di contanti.

È tutto questo che non viene più accettato.

Anche perché dopo quasi dieci anni di recessione-stagnazione, anche i risparmi familiari iniziano a battere in testa. Mentre l'occupazione giovanile diminuisce e cresce solo quella tra gli over 50 «soprattutto per effetto delle minori uscite dal mercato del lavoro per pensionamento» (Il Sole 24 Ore di oggi). In altre parole, gli occupati over 50 numericamente crescono perché in quella fascia entrano i lavoratori che hanno compiuto 50 anni, ma non escono quelli anziani. L'innalzamento dell'età pensionabile soffoca il turn over.

In questi giorni sento parlare di possibili modifiche della norma sui voucher, proprio per evitare il referendum. Si ipotizza di renderli più restrittivi, di far tornare il tetto a 5.000 euro (com'era prima del Jobs Act), di limitarli ad alcuni settori, e così via.

Lo capisco, c'è una partita politica per cui il Pd non vuole prendersi un'altra sberlona dopo quella del 4 dicembre, quindi cerca di evitare il voto popolare.

Ma chi pensa di aggirare così l'ostacolo non ha capito niente, della rivolta popolare contro i voucher.

Che è un grido di rabbia e una richiesta d'aiuto per una situazione non più sostenibile e di cui i voucher sono la punta dell'iceberg. Mentre nella parte che non affiora c'è tutto il resto del precariato acrobatico contemporaneo, dai fattorini di Foodora alla logistica dell'ecommerce, dai call center alle infinite partite Iva sotto i mille euro mese che passano le ore a spedire mail per farsi saldare fatture su cui hanno già pagato l'Iva, e chissà mai se e quando vedranno i loro soldi.

È un sistema che non regge più, che non garantisce più la tenuta sociale. Ed è il sistema che per due decenni ci è stato venduto come panacea di ogni male - siamo tutti free agent, che bello, senza lacci e laccioli l'economia decolla - e che invece ha significato solo insicurezza, paura, incertezza, spaesamento, impossibilità a programmarsi una vita.

I voucher sono una parte - e un simbolo, ormai - di quel sistema lì.

Che poi è il sistema contro cui votano tante persone quale che sia l'occasione in cui possono esprimersi, dalle amministrative alla riforma costituzionale. Votano contro quella roba lì. Chiedono che si intervenga su quella roba lì, in qualche modo, in fretta: con una qualche misura che dia continuità di reddito e possibilità di progettare un'esistenza.

Ritoccare un po' i voucher per non far votare le persone, beh, sarebbe solo un tapparsi le orecchie per non ascoltare quel grido.

E non credo che sia il modo migliore per ridurre una carica di conflitto sociale che troverebbe comunque altri modi di esprimersi, se non se ne smontano - almeno un po' - le cause profonde.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Non ho idea se si inventeranno altri palliativi nel tentativo di addolcire la pillola, e non ho idea quale sarà la reazione sul piano sociale,essendo il paese come paralizzato attendendo chissà che cosa,dagli uomini della provvidenza che si sono avvicendati e che continueranno a farlo.

Sicuramente l'immobilità che ha contraddistinto quest'epoca ha fatto comprendere che nulla verrà regalato,il passato ha fatto schifo,il presente continua nel trend,inutile aspettarsi inversioni di tendenza nel breve medio termine.

Se non ci si incazza sulle sempre più evidenti differenze sociali,nessuno regalerà nulla,ed essendo un popolo che non ha mai fatto rivoluzioni,ho idea che continuerà così,solo che non basterà più ruffianarsi chi conta,quelli ormai ne hanno troppi da accontentare con qualche briciola,però se le condizioni miserevoli aumenteranno e tenderanno all'accattonaggio pasoliniano,chissà tutti gli scenari saranno possibili.

I.S.

iserentha@yahoo.it

lunedì 26 dicembre 2016

Cyborg,intelligenza artificiale,quale sarà l'occupazione o la disoccupazione del futuro?











Il reddito è il minimo, ma non basta

di Alessandro Gilioli

Diceva Tino Faussone, il montatore di gru de “La Chiave a stella”, che «amare il proprio lavoro è la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra». Il personaggio di Primo Levi, si sa, non lavorava solo per lo stipendio a fine mese, ma soprattutto perché attraverso l'agire si realizzava come persona.

Ciò gli era permesso da un insieme di concause favorevoli: le competenze (il “know how”); l'accuratezza e lo scrupolo (chissà se doti naturali o maturate nei decenni); l'esperienza (quindi gli errori del passato come bagaglio culturale). Un po' anche la fortuna: che gli aveva regalato un mestiere grazie al quale poteva conoscere luoghi lontani e genti diverse, ovunque nel mondo ci fosse da impiantare una gru. Primo Levi sapeva che, anche a quel tempo, Faussone era un privilegiato, né ignorava l'alienazione della catena di montaggio, ma pensava che il lavoro fosse comunque «manifestazione della libertà umana»: e in un romanzo umanista-ottimista, ce ne ha voluto raccontare una possibilità.

Secondo una ricerca del 2013 dell'università di Oxford (firmata Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne) il 47 per cento dei lavori negli Stati Uniti è a un passo dalla sparizione, causa sostituzione con intelligenza artificiale, computer, robot e algoritmi. Un paper successivo degli stessi due ricercatori ha mostrato come «oggi le tre maggiori società della Silicon Valley capitalizzano in Borsa 1.090 miliardi di dollari con 137 mila dipendenti, mentre 25 anni fa le tre maggiori aziende manifatturiere americane capitalizzavano in tutto 36 miliardi di dollari impiegando 1,2 milioni di lavoratori».

Secondo Moshe Y. Vardi, computer scientist israeliano docente della Rice University di Houston (Texas), entro i prossimi 30 anni in Occidente i robot potrebbero portare a tassi di disoccupazione superiori al 50 per cento.

Il direttore del Center for Digital Business del Mit di Boston, Erik Brynjolfsson, è coautore di un libro (“La nuova rivoluzione delle macchine”, con Andrew McAfee, Feltrinelli 2015) in cui approfondisce lo scenario: non solo i lavori manuali sono destinati alla rarefazione, ma l'intelligenza artificiale farà diminuire significativamente anche quelli di concetto, “intellettuali”. E la regola che ha caratterizzato le due rivoluzioni produttive precedenti, cioè l'aumento complessivo dei posti di lavoro dall'era agricola a quella industriale e dall'industria ai servizi, potrebbe non valere nel passaggio al secolo dei robot che apprendono dalla loro stessa esperienza.

Allo stesso modo, il cofondatore di Google Larry Page ha pochi dubbi su un aumento strutturale e non più contingente della disoccupazione, dovuto agli enormi progressi della robotica e dell'intelligenza artificiale, che porteranno all'automazione di molte professioni di pensiero (intervista al Financial Times, ottobre 2014).

La questione è al centro anche di un libro-inchiesta italiano (Riccardo Staglianò, “Al posto tuo”, Einaudi 2016) ricco di dati, di casi, di esempi; e del più celebre saggio del futurologo Martin Ford, "The rise of robots. Technology and the Threat of a Jobless Future", del 2015: dove l'autore, una volta certificata la riduzione dei redditi causata dalla digitalizzazione, suggerisce «qualche forma di reddito minimo» per salvare il meccanismo di produzione e consumo, insomma il capitalismo stesso.

E qui arrivano, appunto, le proposte di soluzione. Legate alle urgenze sociali: dare qualche speranza alle nuove generazioni costrette a forme di precariato sempre più acrobatico, o più in generale alle fasce sociali proletarizzate dal dumping salariale, che poi alimentano le tanto temute “forze populiste”. Ma sono proposte connesse anche alle dinamiche economiche, cioè a «salvare il capitalismo da se stesso» (Robert Reich, economista americano ed ex ministro di Bill Clinton), vale a dire dai suoi eccessi, che ormai portano il sistema a rischio di autofagia.

Il reddito minimo garantito - vuoi nella sua forma legata alle condizioni di povertà, vuoi nella variante universale più propriamente detta “di cittadinanza” - è una delle possibili risposte che vengono indicate ormai non più solo a sinistra, ma perfino da studiosi di scuola liberale. Certo, il suo costo è ingente (e diversamente calcolato a seconda della platea e del quantum) ma da più parti si converge sul fatto che ormai sia un “Tina”, per usare un acronimo caro a Margaret Thatcher: cioè There is No alternative. Nell'era dei robot non c'è altro modo per evitare un collasso sociale ed economico. Nonostante ciò, sia detto per inciso, l'Italia è tra i pochi Paesi europei a non prevedere ancora alcuna forma di reddito minimo.

Eppure, paradossalmente, il dibattito sul reddito minimo è già quasi vecchio, quasi scontato. There is No Alternative, appunto, se si vuole evitare che la rarefazione del lavoro causato dall’evoluzione tecnologica provochi sconquassi dai costi - anche economici, ma non solo - molto maggiori del reddito minimo stesso.

La questione più rilevante e di prospettiva, a questo punto, viene dopo: quando la politica avrà già compiuto il salto di inevitabile buon senso che conferirà a tutti o quasi una base reddituale indipendente dal lavoro.

E riguarda appunto Tino Faussone, il protagonista di Primo Levi.

Vale a dire: quali saranno gli elementi esistenziali che rappresenteranno «la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra», quando il lavoro costituirà solo una piccola parte del nostro tempo, della nostra vita? In che cosa ciascuno di noi troverà la massima «manifestazione della libertà umana»? Quali saranno gli elementi di autorealizzazione personale, una volta emancipati dalle necessità produttive e di salario che ci portavano a lavorare, a impersonare un ruolo sociale in quanto idraulici, avvocati, cuochi, medici, operai, ingegneri?

E poi: si profila una nuova e trasversale divisione nella società tra quanti troveranno altrove - cioè anche senza una funzione nel sistema produttivo - le ragioni del proprio vivere quotidiano? E quali saranno i meccanismi (pedagogici, culturali, spirituali, valoriali, creativi, sociali, ambientali, affettivi etc) che costituiranno la ricerca dell'auto realizzazione?

Non è il caso quindi che, data per scontata l'esigenza di un reddito per tutti nel mondo robotizzato, questo tema esistenziale sia la successiva “issue” per preparare la società di domani, in cui si possa comunque ambire a «un'approssimazione concreta alla felicità sulla terra»? Insomma, non dovremmo occuparci di come potrà essere felice Tino Faussone, una volta privato non di uno stipendio, ma dei suoi attrezzi e di una gru da montare?

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Come sarà organizzata l'intera società del pianeta con l'inevitabile affermazione dell'automazione e dell'intelligenza artificiale è un enigma,poichè intravedere uno sviluppo sostenibile tenendo conto dei miliardi di persone che ci vivono è impossibile.

In gioco nei prossimi decenni oltre il reddito di cittadinanza,anche le pensioni in quale modo potranno essere garantite se saranno pochini quelli che verseranno i contributi,tornerà lo scambio e il baratto? Torneremo a un economia rurale per riuscire a mettere qualcosa sotto ai denti? Difficile pensare che le ricchezze ottenute dal neo capitalismo cyborg,diventerà così umanitario nel dividere i profitti con i forzati fankazzisti.

In ogni caso abbiamo potuto notare quanto siano notevoli già ora le differenze tra i ceti sociali,chiunque può prevedere che le medesime saranno ancora più abissali.

iserentha@yahoo.it

martedì 20 dicembre 2016

La lettera di Marta Fana al ministro Poletti











dall'espresso blog - piovono rane di Alessandro Gilioli

Oggi questo blog lascia volentieri la parola a Marta Fana, ricercatrice di economia emigrata in Francia, a sinistra nella foto sopra.

______________

Caro Ministro Poletti,

le sue scuse mi imbarazzano tanto quanto le sue parole mi disgustano.

Siamo quelli per cui il Novecento è anche un patrimonio cinematografico invidiabile, che non inseguiva necessariamente i botteghini della distribuzione di massa, e lì imparammo che le parole sono importanti, e lei non parla bene.

Non da oggi.

A mia memoria da quando il 29 novembre 2014 iniziò a dare i numeri sul mercato del lavoro, dimenticandosi tutti quei licenziamenti che i lavoratori italiani, giovani e non, portavano a casa la sera.

Continuò a parlare male quando in un dibattito in cui ci trovammo allo stesso tavolo dichiarò di essere “il ministro del lavoro per le imprese”, era il 18 aprile del 2016.

Noi, quei centomila che negli ultimi anni siamo andati via, ma in realtà molti di più, non siamo i migliori, siamo solo un po’ più fortunati di molti altri che non sono potuti partire e che tra i piedi si ritrovano soltanto dei pezzi di carta da scambiare con un gratta e vinci.

Parlo dei voucher, Ministro.

E poi, sa, anche tra di noi che ce ne siamo andati, qualcuno meno fortunato esiste. Si chiamava Giulio Regeni, e lui era uno dei migliori. L’hanno ammazzato in Egitto perché studiava la repressione contro i sindacalisti e il movimento operaio. L’ha ammazzato quel regime con cui il governo di cui lei fa parte stringe accordi commerciali, lo stesso governo che sulla morte di Giulio Regeni non ha mai battuto i pugni sul tavolo, perché Giulio in fin dei conti cos’era di fronte ai contratti miliardari?

Intanto, proprio ieri l’Inps ha reso noto che nei dieci mesi del 2016 sono stati venduti 121 milioni e mezzo di voucher. Da quando lei è ministro, ne sono stati venduti 265.255.222: duecentosessantacinquemilioniduecentocinquantacinquemiladuecentoventidue. Non erano pistole, è sfruttamento.

Sa, qualcuno ci ha rimesso quattro dita a lavorare a voucher davanti a una pressa.

È un ragazzo di ventuno anni, non ha diritto alla malattia, a niente, perché faceva il saldatore a voucher. Oggi, senza quattro dita, lei gli offrirà un assegno di ricollocazione da corrispondere a un’agenzia di lavoro privata. Magari di quelle che offrono contratti rumeni, perché tanto dobbiamo essere competitivi.

Quelli che sono rimasti sono coloro che per colpa delle politiche del suo governo e di quelli precedenti si sono trovati in pochi anni da generazione 1000 euro al mese a generazione a 5000 euro l’anno.

Lo stesso vale per chi se n’è andato e forse prima o poi vi verrà il dubbio che molti se ne sono andati proprio per questo.

Quelli che sono rimasti sono gli stessi che lavorano nei centri commerciali con orari lunghissimi e salari da fame.

Quelli che fanno i facchini per la logistica e vedono i proprio fratelli morire ammazzati sotto un tir perché chiedevano diritti contro lo sfruttamento. Sono quelli che un lavoro non l’hanno mai trovato, quelli che a volte hanno pure pensato “meglio lavorare in nero e va tutto bene perché almeno le sigarette posso comprarle”.

Sono gli stessi che non possono permettersi di andare via da casa, o sempre più spesso ci ritornano, perché il suo governo come altri che lo hanno preceduto, invece di fare pagare più tasse ai ricchi e redistribuire le condizioni materiali per il soddisfacimento di un bisogno di base e universale come l’abitare, ha pensato bene di togliere le tasse sulla casa anche ai più ricchi e prima ancora di approvare il piano casa.

È lo stesso governo che spende lo zero percento del Pil per il diritto all’abitare.

È lo stesso governo che si rifiuta di ammettere la necessità di un reddito che garantisca a tutti dignità.

Ma badi bene, non sono una “redditista”, solo che a fronte di 17 milioni di italiani a rischio povertà, quattro milioni in condizione di povertà assoluta, mi pare sia evidente che questo passaggio storico per l’Italia non sia oggi un punto d’arrivo politico quanto un segno di civiltà.

Ma vorrei essere chiara, il diritto al reddito non è sostituibile al diritto alla casa, sono diritti imprescindibili entrambi.

E le vorrei sottolineare che non è colpa dei nostri genitori se stiamo messi così, è colpa vostra che credete che siano le imprese a dover decidere tutto e a cui dobbiamo inchinarci e sacrificarci. I colpevoli siete voi che pensate si possano spostare quasi 20 miliardi dai salari ai profitti d’impresa senza chiedere nulla in cambio- tanto ci sono i voucher- e poi un anno dopo approvate anche la riduzione delle tasse sui profitti. Così potrete sempre venirci a dire che c’è il deficit, che si crea il debito e che insomma la coperta è corta e dobbiamo anche smetterla di lamentarci perché, mal che vada, avremo un tirocinio con Garanzia Giovani.

I colpevoli siete voi che non credete nell’istruzione e nella cultura, che avete tagliato i fondi a scuola e università, che avete approvato la buona scuola e ora imponete agli studenti di andare a lavorare da McDonald e Zara.

Sa, molti di quei centomila che sono emigrati lavorano da McDonald o Zara, anche loro hanno un diploma o una laurea e se li dovesse mai incontrare per strada chieda loro com’è la loro vita e se sono felici. Le risponderanno che questa vita fa schifo. Però ecco: a differenza di quel che ha decretato il suo governo, questi giovani all’estero sono pagati.

Ma il problema non è neppure questo, o quanto meno non il principale.

Il problema, ministro Poletti, è che lei e il suo governo state decretando che la nostra generazione, quella precedente e le future siano i camerieri d’Europa, i babysitter dei turisti stranieri, quelli che dovranno un giorno farsi la guerra con gli immigrati che oggi fate lavorare gratis.

A me pare chiaro che lei abbia voluto insultare chi è rimasto piuttosto che noi che siamo partiti. E lo fa nel preciso istante in cui lei dichiara che dovreste “offrire loro l'opportunità di esprimere qui capacità, competenza, saper fare”.

La cosa assurda è che non è chiaro cosa significhi per lei capacità, competenze e saper fare.

Perché io vedo milioni di giovani che ogni mattina si svegliano, si mettono sul un bus, un tram, una macchina e provano ad esprimere capacità, competenze, saper fare. Molti altri fanno la stessa cosa ma esprimono una gran voglia di fare pure se sono imbranati. Fin qui però io non ho capito che cosa voi offrite loro se non la possibilità di essere sfruttati, di esser derisi, di essere presi in giro con 80 euro che magari l’anno prossimo dovranno restituire perché troppo poveri.

Non è chiaro, Ministro Poletti, cosa sia per lei un’opportunità se non questa cosa qui che rasenta l’ignobile tentativo di rendere ognuno di noi sempre più ricattabile, senza diritti, senza voce, senza rappresentanza. Eppure la cosa che mi indigna di più è il pensiero che l’opportunità va data solo a chi ha le competenze e il saper fare.

Lei, ma direi il governo di cui fa parte tutto, non fate altro che innescare e sostenere diseguaglianze su tutti i fronti: dalla scuola al lavoro, dalla casa alla cultura, e sì perché questo succede quando si mette davanti il merito che è un concetto classista e si denigra la giustizia sociale.

Perché forse non glielo hanno mai spiegato o non ha letto abbastanza i rapporti sulla condizione sociale del paese, ma in Italia studia chi ha genitori che possono pagare e sostenere le spese di un’istruzione sempre più cara. E sono sempre di più, Ministro Poletti.

Lei non ha insultato soltanto noi, ha insultato anche i nostri genitori che per decenni hanno lavorato e pagato le tasse, ci hanno pagato gli asili privati quando non c’erano i nonni, ci hanno pagato l’affitto all’università finché hanno potuto.

Molti di questi genitori poi con la crisi sono stati licenziati e finita la disoccupazione potevano soltanto dirci che sarebbe andata meglio, che ce l’avremmo fatta, in un modo o nell’altro. In Italia o all’estero. Chieda scusa a loro perché noi delle sue scuse non abbiamo bisogno.

Noi la sua arroganza, ma anche evidente ignoranza, gliel’abbiamo restituita il 4 dicembre, in cui abbiamo votato No per la Costituzione, la democrazia, contro l’accentramento dei poteri negli esecutivi e abbiamo votato No contro un sistema istituzionale che avrebbe normalizzato la supremazia del mercato e degli interessi dei pochi a discapito di noi molti.

Era anche un voto contro il Jobs Act, contro la buona scuola, il piano casa, l’ipotesi dello stretto di Messina, contro la compressione di qualsiasi spazio di partecipazione.

E siamo gli stessi che faranno di tutto per vincere i referendum abrogativi contro il Jobs Act, dall’articolo 18 ai voucher, la battaglia è la stessa.
Costi quel che scosti noi questa partita ce la giochiamo fino all’ultimo respiro.

E seppure proverete a far saltare i referendum con qualche operazioncina di maquillage, state pur certi che sugli stessi temi ci presenteremo alle elezioni dall’estero e dall’Italia.

Se nel frattempo vuole sapere quali sono le nostre proposte per il mondo del lavoro, ci chiami pure. Se vi interessasse, chissà mai, ascoltare.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Si mantenga fuori dai piedi Marta,questo paese di lacchè,raccomandati e di nepotismo concentrato non la merita.

Ha fatto la scelta giusta e non abbia mai,possibilmente,nostalgia di questa giungla con la guerra tra poveri incorporata.

L'hanno organizzata così la globalizzazione,e i paesi mediterranei,tranne la Spagna,diventeranno più simili all'ottocento,quel ministro supponente dovrebbe venire a lucidarvi le scarpe,ironia della sorte gli pagheremo noi un profumato vitalizio.

I.S.

iserentha@yahoo.it

martedì 13 dicembre 2016

Quando si perde la sovranità nazionale tutto è possibile












Pensando bene alle conseguenze

di Alessandro Gilioli

Anche Paolo Gentiloni, nel presentarsi alla Camera, ha usato quella mitica parola lì: "responsabilità".

In politica è un sempreverde dalle radici antiche, s'intende, ma è diventato vocabolo mainstream soprattutto a partire dai tempi del governo Letta. In quell'occasione fu usata da tutti, da Berlusconi a Fassina. Per giustificare quel mezzo obbrobrio chiamato larghe intese si fece ricorso a piene mani alla "responsabilità".

Nella tag cloud dei discorsi di Napolitano, lo ricorderete, era poi la parola in corpo più grosso.

Anche per Mattarella è una parola ricorrente, quelle poche volte in cui ha fatto conoscere il suo pensiero.

E in questi giorni, eccola ancora qui - la responsabilità - a giustificare il grigiore di un governo fotocopia, di un ring around the table in cui alla fine si sono ripresi quasi tutti la stessa poltrona.

Nella sua funzione politica, dire che «è un governo di responsabilità» significa dire che è la soluzione realisticamente migliore, magari non la più sexy ma la più assennata, affidabile, coscienziosa. Un po' come "guida in modo responsabile", "bevi in modo responsabile", insomma fai le cose pensando bene alle conseguenze

Ecco. Pensando bene alle conseguenze.

Pensando bene alle conseguenze, è stato responsabile tutto lo svolgimento di questa legislatura? È stato responsabile, per le sue conseguenze sul Paese, tutto quello che abbiamo visto fare?

È responsabile sfasciare il mondo del lavoro con il Jobs Act, l'abolizione dell'articolo 18 e i voucher?

È responsabile sfasciare la scuola con una riforma oggi rimasta senza padre e senza madre?

È responsabile dividere il Paese nel suo tessuto profondo passando come caterpillar su tutto e tutti, in nome di un radioso storytelling nuovista e vincista che poi si è pure impiantato lasciando il vuoto?

È responsabile forzare la mano su una riforma costituzionale utile solo come legittimazione plebiscitaria al suo ideatore, ma capace di bloccare la politica per sei mesi prima di impiantarsi contro la grande maggioranza dei cittadini?

È responsabile fare una legge elettorale per la Camera che prima è invidiata da tutta Europa, poi si può rimaneggiare, ma comunque è pensata per funzionare solo in caso di vittoria del Sì, senza nemmeno un piano B?

È responsabile infischiarsene di fare una legge elettorale per il Senato, perché tanto sarebbe stato regolato tutto dalla Riforma costituzionale?

È responsabile personalizzare il referendum fino a farlo diventare un Armageddon e poi mandare a gestire il naufragio le proprie seconde linee?

È responsabile rifiutare qualsiasi ipotesi di autocritica e di analisi di eventuali errori commessi, dopo essersi spiaccicati al referendum - tanto la colpa è sempre degli altri, anche se a guidare il Paese non erano gli altri?

È responsabile dire che si lascia la politica per poi pretendere una promozione a una carica più alta del governo?

È responsabile ascoltare così poco la bocciatura secca e totale dell'elettorato e riproporre lo stesso governo identico a quello appena bocciato?

È responsabile, insomma, allontanare in questo modo la cittadinanza dalle istituzioni, dalla rappresentanza?

È responsabile fingere che nulla succeda là fuori?

Non è tutto questo profondamente e radicalmente irresponsabile, cioè appunto indifferente alle conseguenze?

E non è che allora per caso, in politica, "responsabilità" sta diventando una parola ipocrita, che finisce per nascondere il suo contrario?

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Secondo me quando si perde la sovranità nazionale e fondamentalmente per le cose che contano sono altri in Europa a comandarci,non c'è alcuna responsabilità che tenga,si rimane fottuti senza alcun piano B,tanto a costoro dalla Bce in su non gliene può fregare di meno,lo abbiamo potuto constatare con l'esempio drammatico della Grecia.

Non ho idea di cosa s'inventeranno nei prossimi mesi,e sanno che con molta probabilità stanno consapevolmente o meno spianando la strada alle cinque stelle,e qui finalmente vedremo all'opera l'alternativa con tutti gli inquietanti interrogativi del caso,avendo al suo interno una classe politica senza esperienza,e gestire un paese con la sola onestà non basterà.

Sarà più un modello Appendino-Torino o Raggi-Roma? Staremo a vedere,e tutto sommato ci andrà meglio che in Francia,dove rischiano la Le Pen.

I.S.

iserentha@yahoo.it

venerdì 9 dicembre 2016

Elezioni al 2018? Se fosse così la casta ha iniziato il countdown dell'autodistruzione















Non serve nessun nuovo governo

di Alessandro Gilioli

Non so se sono l'unico a trovare un po' grottesche le più gettonate possibilità di uscita dalla crisi, quelle che circolano in questi giorni. Tipo un governo Padoan, Gentiloni, Franceschini, Calenda etc.

Grottesche perché basse e dannose, con tutto il rispetto per i signori di cui sopra.

Basse: si tratta di ministri uscenti, perfettamente coerenti con il governo Renzi, semplicemente di seconda fila rispetto al premier uscente; e allora non si capisce bene che cosa potrebbero dare in più e di diverso, sarebbero solo gestione degli affari correnti, cioè quella cosa che la Costituzione affida già al presidente del consiglio dimissionario.

Dannose: perché in ogni caso governicchi, nati con la data di scadenza già bella stampata in fronte, fatti per tirare a campare, rimandare e temporeggiare, giochicchiare a tirar la primavera (o, peggio, l'autunno) mentre fuori ci sono 17 milioni di persone a rischio povertà, disastri sociali, voucher e fughe all'estero appena si può.

Bisognerebbe quindi provare a tirarsi fuori dalle dinamiche contingenti di Palazzo (le consultazioni, le correnti armate, il totoministri etc) e riannodare i fili dall'inizio, per vedere una possibile soluzione migliore.

Riannodare i fili dall'inizio di questa legislatura, dico.

Nata su tre blocchi, due dei quali si sono poi divisi al loro interno e fortemente sfarinati. Partita con grandi ambizioni di riforma delle regole, che tuttavia sono andate tutte a sbattere. Che ci ha lasciato (grazie, eh) una vigente legge elettorale per la Camera pessima, probabilmente incostituzionale e pensata solo per la vittoria del Sì; e una vigente legge elettorale per il Senato fatta dalla Consulta e incompatibile con quella per la Camera. Il tutto senza aggiungere il deterioramento delle relazioni sociali e civili e l'aumento del tutto-contro-tutti a ogni piano e in ogni angolo della società.

Tralascio di parlare di quelli che, dopo aver fatto i fenomeni, ci hanno lasciato così tanti danni, sia nelle regole sia nel Paese. Sono stati, fondamentalmente, degli irresponsabili.

Il punto ora è se di fronte a tutto questo la cosa migliore sia tirarla in lungo, con governicchi lontanissimi dai cittadini, frutto di manovre di palazzo e di alchimie tra correnti.

Oppure tracciare una bella linea e mettere la parola fine a una legislatura così pasticciata e dannosa.

Una legislatura talmente esplosa che oggi è rappresentata da 10 gruppi parlamentari al Senato e 11 alla Camera di cui «solo 4 chiaramente riconducibili a liste elettorali che hanno partecipato alle politiche del 2013» (Openpolis), con diverse formazioni alle Camere che hanno nomi mai visti sulle schede elettorali (Grandi Autonomie e Libertà, Conservatori e Riformisti, Alleanza LiberalPopolare, Democrazia sociale, Civici e Innovatori) e che pure parteciperanno in questi giorni alle consultazioni, come se rappresentassero qualcosa nel Paese. E una legislatura in cui, tra l'altro, il 27 per cento degli eletti è passato da un gruppo all'altro almeno una volta, per complessivi 380 cambi di casacca (sempre Openpolis).

Una legislatura marcia, insomma.

Ma soprattutto fallita.

Perché ha fallito il suo obiettivo dichiarato fin dal giorno degli applausi imbarazzati con cui accoglieva il discorso di reinsediamento di Napolitano, accreditandosi così un ruolo costituente che è stato bocciato dal Paese.

Ecco perché, se guardiamo alla parabola di questa legislatura, oggi sembrano grottesche e basse le ipotesi di prolungarne artificialmente la vita con un governo Padoan, Gentiloni, Franceschini o Calenda.

Ma ve li immaginate, giurare al Quirinale festeggiando un inizio che ha già in sé l'impronta della fine? Ma che effetti produrrebbe sul Paese vedere la manfrina di un nuovo premier e magari delle sue promesse, così stridenti con l'evidenza di un esecutivo triste, solitario y final?

Davvero non ne abbiamo bisogno. Davvero sarebbe un atto di responsabilità solo apparente, in realtà più irresponsabile del suo contrario, cioè il voto.

Per fare una legge elettorale decentemente omogenea tra le due Camere e che non sia incostituzionale bastano venti giorni. O basta riutilizzare una di quelle precedenti il Porcellum. O prendere il Consultellum e clonarlo per la Camera.

E per tutto questo non serve nessun nuovo governo, con tutto il suo cucuzzaro di campanelle scambiate, di foto di gruppo, di nuovi ministri sorridenti. Quello uscente, dopo i danni fatti, abbia almeno il coraggio e la responsabilità di fare il suo dovere fino a che lo richiede la Costituzione, invece di portarsi via la palla come un bambino capriccioso.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Il disastro inizia dal governo Monti sino ad arrivare a questo,ci vorrebbe un reset colossale nell'eliminare partitini,omuncoli che passano da una sponda all'altra come se nulla fosse,la certezza per gli elettori d'avere dei politici che portino avanti ciò che hanno sottoscritto,al contrario non esiste nulla di tutto ciò,chi intravede un futuro governo grilleghista è fuori strada,se non succede qualcosa di eccezionale e in negativo a parer mio le due forze sono autonome e assolutamente divise,ed è la vera iattura di questo paese,non essendoci alternative da un ipotetico partito governativo della nazione,quello che ci ha ridotto in questa condizione.

Se hanno in mente d'arrivare al 2018 in questa situazione facciano pure,andrà a finire che le stelle avranno moltissime possibilità di diventare maggioranza,e tra dilettantismo,sprovvedutezza e bizze di un guru e mezzo,tutto sommato a confronto di questi,ho la netta impressione che sarà di gran lunga il meno peggio,e non credo che ci sarà la fine del mondo se rischiamo di mollare l'euro e la comunità,un'altra formidabile iattura come questa classe "dirigente".

I.S.

iserentha@yahoo.it

mercoledì 7 dicembre 2016

I leoni da tastiera e gli insulti a Bersani su Fb














CLICK NEWS ALESSANDRO GILIOLI - PIOVONO RANE

Che il web sia anche una fogna,non c'era bisogno di prenderne atto dal profilo Fb di Bersani,bene sarebbe per certi personaggi chiudere i commenti o come fa lei di moderarli,sempre che si abbia voglia,considerata la quantità dei medesimi.

Un comportamento del genere,quella di mettersi di traverso sul referendum e su qualsiasi cosa,all'interno dei movimenti-partiti di Grillo o Salvini comporterebbe una automatica espulsione,pure gli insulti rimarrebbero tali,e mi domando cosa ci stia ancora a fare la minoranza Pd in quel partito ormai di cxdx,sono talmente distanti tra loro,che meglio sarebbe dividersi e rendere le cose più facili,anzichè prendersi a pesci in faccia quotidianamente.

In ogni caso,per i commenti molto offensivi,una querela ci starebbe a pennello,i leoni da tastiera si dimostrano tali solo davanti a un monitor,responsabilizzarli legalmente è ineccepibile,foss'anche siano nominativi farlocchi,le tracce IP sono la carta d'identità basta approfondire.

I.S.

iserentha@yahoo.it


lunedì 5 dicembre 2016

59 a 41:La Costituzione non si tocca


















CLICK NEWS ALESSANDRO ROBECCHI BLOG

Ho letto con attenzione ed è tutto condivisibile,il toscano ex governativo ha voluto fare il fenomeno e ha perso tutto col referendum,insieme alla Boschi hanno più volte dichiarato di abbandonare la politica se avessero perso,e con un tonfo del genere ne traggano le conseguenze,se al contrario non si metteranno da parte,scelgano gli elettori,tenendo presente però che con un futuro di Renzi non ci sarebbero più alibi per chi lo voterà,quello è stato e sarà un partito di centro con risvolti destrorsi.

Sul futuro si vedrà,il paese pare spaccato in tre tronconi,le stelle,la destra di Salvini e appunto il Pd,se rimarrà quello che è,o quello che potrebbe diventare,ma se rimane così da me non otterrà nulla,come da moltissimi anni.

In ogni caso,per i timorosi di un salto bel buio dopo questo referendum,stiano sereni senza #,la sovranità in Italia come in tutto il continente ormai è un ricordo,dopo il toscano chi conta in Europa ha senza dubbio un piano B,senza caimano,i due populismi italiani,uno quasi digeribile,l’altro detestabile,non hanno chances essendo divisi.

Aspettando semmai apparirà una vera e propria socialdemocrazia,quasi un’utopia almeno nel breve medio termine.

I.S.

iserentha@yahoo.it

Renzi go home













Forse non bisognava soffiare

di Alessandro Gilioli

«Non credevo che mi odiassero così tanto», è una delle frasi che il presidente del consiglio dimissionario ha consegnato ieri notte a Maria Teresa Meli, del Corriere.

Già: le categorie dell'amore e dell'odio verso una persona - un virus che Berlusconi ha introdotto a tonnellate nel confronto politico - sono diventate nebbia comune negli occhi di molti, poi vento e tempesta. Che si può abbattere anche su chi l'ha provocata.

Eppure qualcuno ha votato sulla Costituzione, domenica - quorum ego - quindi ieri sera era semplicemente contento che la maggioranza degli italiani avesse deciso di mantenerne intatto l'impianto.

Un impianto che in fondo ha funzionato bene per settant'anni, negli ultimi venti ha circoscritto il prodromo nostrano di Trump, nei prossimi venti o trenta avrà il compito di fare altrettanto con chiunque cerchi di piegarla a se stesso, al suo carisma personale, alla sua parte politica.

La Costituzione fu voluta così - con garanzie e contrappesi - da persone sagge appena uscite dal fascismo. Il cui obiettivo principale dunque era non solo garantire la democrazia a venire, ma anche evitare nuovi caudilli, nuovi accentratori con velleità autocratiche. Indebolirla adesso - mentre le democrazie sono in crisi e il mondo pullula di Trump, Putin, Le Pen ed Erdogan - sarebbe stata una grande sciocchezza. Abbiamo evitato di farla.

Questo è stato - per me come per altri - il punto fondamentale. La Costituzione ha vinto, come titolava l'Unità nel 2006, dopo un tentativo altrettanto maldestro e sciocco di indebolirla. E ha vinto solo la Costituzione, non Grillo, Salvini, D'Alema, Landini etc. Nessuno dei quali può pensare di rappresentare i quasi venti milioni di elettori che hanno voluto mantenere intatto l'impianto costituzionale con tutte le sue solide garanzie.

Poi c'è il resto, certo. I giochi politici di oggi e domani. Che vengono dopo, per importanza rispetto alla Costituzione: credo di averlo scritto un centinaio di volte, me ne scuso, questa è l'ultima.

Vengono dopo ma ora - messa in sicurezza la Carta - sono ciò di cui ci si può occupare.

Magari iniziando a capire - provando a capire - quali motivazioni hanno mosso le persone che al contrario di me (e di tanti altri) hanno votato No tenendo a mente non la Costituzione ma altri elementi: ad esempio la propria condizione economica e lavorativa; la propria percezione di sé e del proprio ruolo nella società; la simpatia o antipatia politica, fino all'odio e all'amore citati ieri notte da Renzi.

L'aspetto economico è stato probabilmente quello più sottovalutato. Perché esiste la narrazione, ma poi esiste anche l'accountability.

Vale a dire che diffondere la favola che tutto va meglio grazie al proprio governo funziona forse nei primi tre o sei mesi, specie se accompagnato da qualche generosa dazione (europee 2014), ma poi a un certo punto la realtà irrompe e si fa largo. Insomma si deve rendere conto.

Se la realtà non è un miglioramento, le promesse diventano boomerang.

E tanto più tronfia è la prosopopea dell'annuncio, quanto più rabbiosa è la delusione che ne consegue - quindi lo schiaffone. In questo aveva ragione Giulio Andreotti: quando diceva che un politico deve sempre promettere meno di quello che può dare, altrimenti ne paga le conseguenze a breve.

Chissà se questo ha a che fare con "l'odio" di cui parla Renzi. Se cioè il risultato di ieri è stato anche il frutto di uno iato eccessivo fra il trionfalismo della comunicazione renziana e la condizione di mortificazione, impoverimento e assenza di prospettiva vissuta da tante persone.

Tra l'altro, in questo senso, è notevole come non abbia funzionato (nemmeno in Italia) la strategia della paura. Intendo dire: i mercati nervosi, lo spread, l'euro, la Troika, le cavallette. Niente, non hanno funzionato. Qualcosa vorrà dire. A me viene in mente la disoccupata dello Yorkshire interrogata sulla Brexit: «Ho votato Leave perché mi hanno detto che se vince il Remain il mio conto in banca è al sicuro, ma io non ho alcun conto in banca». Oppure mi viene in mente quel mio contatto su che alla frase «i mercati sono nervosi per il referendum», subito ha risposto: «Ma i mercati non sanno quanto sono nervosa io».

Sto dicendo, con questi aneddoti reali, che la paura non fa più paura. Il che è un bene certo - non si vota sotto ricatto - eppure rivela un quadro sociale ancora più drammatico di quello che pensavamo. Un quadro in cui tanta gente non pensa più di avere davvero qualcosa da perdere, da rischiare. Molta più gente di quanto io stesso non pensassi. Credevo che agitare l'Apocalisse avrebbe fatto più effetto.

Poi, forse, c'è stato altro.

Oltre al "disagio sociale", dico.

C'è stata anche in Renzi e nei suoi una componente caratteriale, comportamentale e cognitiva di tipo bullistico e fortemente divisiva, che gli si è ritorta contro. Ci sono state una supponenza e un'arroganza - dai #ciaone ai lanciafiamme, giù giù fino all'accozzaglia - che quando si è potere non ci si può permettere.

E sottolineo "quando si è potere", perché non mi si dica che dall'altra parte sono piovute frasi peggiori.

Lo so, lo so benissimo.

Ma quando si è potere si hanno dei doveri in più e - se si dividono le persone con parole eccessive - si fanno dei danni in più. E si corrono dei rischi in più.

Se sei premier sei anche il mio premier, non mi devi sbeffeggiare. Se sei premier sei anche il mio premier, non mi devi sventolare in faccia schede farlocche. Se sei premier sei anche il mio premier, non mi puoi dare della persona spregevole. Se sei premier sei anche il mio premier, non fai una campagna elettorale di pernacchie anti establishment. Se sei premier sei anche il mio premier e non ti circondi di De Luca e #ciaone.

Ha ragione Renzi, in questo senso: c'è stato dell'odio.

Sociale, economico, politico, tribale, comportamentale.

Forse non bisognava attizzarlo, soffiarci sopra. Chiunque l'abbia acceso per primo: "l'establishment" con le sue scelte sociali sciagurate o i "populisti" con le loro parole reattive sguaiate.

Spegnerlo non è "buonismo": è la prima esigenza di oggi.

DALL'ESPRESSO BLOG - PIOVONO RANE

Il voto di ieri ha stabilito che non si può modificare la Costituzione solo con una forza politica,l'essersi messo contro quasi tutti ha determinato la sua "waterloo",le motivazioni della schiforma ormai le sanno anche i muri.

La significativa differenza che si è determinata,è dovuta anche al malcontento che ha creato proprio lui,la punta dell'iceberg è stato il jobs act,dove le aziende hanno incassato i finanziamenti e facendo diffusamente un marameo appena sono finiti.

Inoltre non sono state solo le nuove assunzioni ad essere farlocche,bensì tutti i lavoratori si sono ritrovati indietro di decenni sul piano sindacale,possibile demansionamento e licenziamento senza giusta causa per un pugno di euro,hanno portato i lavoratori al dopoguerra.

Potrà ancora dire la sua l'attuale sconfitto dal referendum,certamente la spocchia che lo ha contraddistinto,quella con tutta probabilità sarà un ricordo,almeno se vorrà trarne esperienza,anche perchè da domani potrà presentarsi per quel che è,ovvero un politico e un partito di centro con derive assolutamente destroidi.

Per coloro che temono il vuoto dopo il toscano,non si preoccupino più di tanto,chi comanda i fili in Europa ha senza dubbio pronto un piano B,e non è il caimano,qualcuno non pensi che siamo ancora in un regime completamente democratico,ormai quello ce lo siamo giocato.

I.S.

iserentha@yahoo.it